Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (… come va a finire)

LE CHIOME DI LEONINA

(Per leggere la prima parte cliccare qui: prime righe e una pagina)

Germana taceva, ma la preoccupazione per quella situazione cresceva. Ritrovarsi con una figlia parrucchier-veggente era disarmante e la signora, donna con i piedi ben piantati a terra, spegneva i toni e minimizzava, ma sotto sotto era inquieta. Forse fu per questo che quando un prete venne per tosare una schiera di testoline extracomunitarie cespugliose del vicino centro d’accoglienza, non si oppose confidando nel fatto che un po’ d’acqua santa in certe questioni non fa mai male. Leonina accolse la brigata con entusiasmo e spedì un inserviente a comprar shampoo antipediculosi. Leonina rideva, massaggiava le teste dei piccoli e sembrava fiorire di gioia.

In capo ad un mese eWP_20150203_15_50_25_Prora su un aereo per l’Africa, diretta in una missione, nel mezzo del niente, pronta a tagliar capelli. Non valse a nulla la disperazione di Germana che non sapeva se dolersi di più per la mancanza della figlia o per le tante clienti che venivano a cercarla e se ne andavano via rammaricate.

Due anni e sei mesi e Leonina, che non aveva mai né telefonato né scritto, ricomparve sulla soglia del negozio: in buona salute, con un gradevole aspetto esotico e una pargoletta nera come il caffè attaccata alla schiena. Germana s’illuminò alla vista della figlia che ormai dava per persa ed esaminò la piccola: aveva tra gli otto e i dieci mesi e somigliava in modo sorprendente a Leonina se non per la pelle nera e vellutata color caffè. La maternità clandestina non turbò troppo Germana, lei stessa era stata una ragazza madre, ma l’aspetto sanitario (temeva che figlia e nipote potessero essere affette da qualche terribile morbo sconosciuto o anche ben conosciuto) e la burocrazia di documenti per il riconoscimento della piccola la preoccuparono non poco. Assolutamente convinta che per prima cosa bisognasse aver la pancia piena e niente guai con la legge, Germana piazzò la figlia in negozio con la forbice in mano e pensò al resto.

Dal suo viaggio Leonina aveva riportato una borsa piena di terre di tanti colori, ognuna riposta nel proprio sacchetto. Le dispose in barattoli di vetro e riprese il suo vecchio lavoro, solo che oltre a tagliare e asciugare, si dedicava anche alla colorazione dei capelli. Giocava con le sfumature e aggiungeva un pizzico delle sue terre alle miscele della madre. La capigliatura con quel tocco terroso assumeva tinte naturali e calde. Il tono di colore si confondeva con i raggi di sole, con la polvere di cacao, con i granelli di paprica a seconda del giorno, delle condizioni atmosferiche, della luce e sempre a prescindere dalle richieste delle clienti. Eppure a ogni persona veniva dato il suo colore, tra pizzichi di forbice e carezze di polpastrelli. Leonina attirava clienti come il polline le api e Germana faceva cassa, meno preoccupata di quando quella sciorinava previsioni, ma sempre impensierita dal possibile arrivo dei controlli degli ispettori anti-sofisticazioni.

Ima, così si chiamava la bimba, cresceva quieta e bella e ogni notte divideva il lettone con la madre. Le due non si parlavano molto ma dopo la chiusura del negozio, estate e inverno, andavano a camminare scalze nei campi o nei prati, mano nella mano, per sentire la terra, diceva Leonina. Germana aveva paura che la piccola si ferisse con tutto quel girar a piedi nudi, ma non successe mai. Arrivò il giorno che le terre finirono e, come se fosse la cosa più normale del mondo, Leonina prese un altro aereo e questa volta si accodò a un gruppo di Medici Senza Frontiere in viaggio verso l’India. La bambina accettò l’assenza della madre senza ansie e continuò la sua vita di passeggiate a piedi nudi, scuola, giochi e sonni nel lettone. Germana aveva come l’impressione che le due comunicassero in qualche modo: Leonina non c’era fisicamente, ma pareva essere vicina a Ima comunque.

Il negozio si svuotò cadendo in una specie di letargo per risvegliarsi due anni dopo, al ritorno di Leonina, quando i barattoli si riempirono nuovamente di terre dai preziosi colori. Germana, di nascosto dalla figlia, una mattina infilò la mano in uno di quei grossi vasi di vetro: toccò solo terra, banale e polveroso terriccio raccolto chissà dove, buono solo, a suo parere, per far crescere piante e fiori!

Ima con gli anni divenne alta e snella. Era strana e affascinante come la madre, ma aveva anche una mente logica e pronta e raggiungeva nello studio il massimo dei voti con facilità. Una sera, mentre spuntava i capelli di Ima, Leonina le disse di non dimenticare, una volta finito il tirocinio, di andare a curare una suora ammalata ai polmoni in un tal posto in America Latina, posò le forbici e con l’aria di chi non vuol dimenticare un incarico, scarabocchiò il nome del posto e della suora su un foglietto e lo diede a Ima. La ragazzina frequentava solo la terza media ma abituata alla dimensione del tempo di sua madre, lo prese e lo ripose. La nonna così seppe che la nipote sarebbe diventata medico.

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Il tempo trascorreva mentre Leonina andava e veniva. Germana invecchiava e le mani, forse per il mestiere che aveva esercitato, si riempirono di reumatismi e poi d’artrosi. Sedeva alla cassa e prendeva appuntamenti e vedeva piano piano il suo salone trasformarsi e assomigliare sempre più alla figlia. Fu eliminato l’impianto radio e si fece posto a un ragazzo peruviano che suonava un flauto di legno. Quando questo trovò un lavoro migliore, mandò in negozio suo cugino che pizzicava una piccola chitarra e quello a sua volta lasciò il posto a un altro cugino che si presentò con una specie d’arpa. Le note si diffondevano nell’aria del salone con discrezione e accompagnavano il lavoro di Leonina. Le luci riflettevano i colori delle terre, rese scintillanti dal vetro dei barattoli. I capelli, nel calore delle lampade, si lasciavano sedurre dalle dita abili. Il vapore dell’acqua si mescolava ai profumi lievi degli shampoo ed era tutto un parlare e parlarsi tra le clienti. Alle volte la figlia faceva segno a Germana di lasciar stare quando si trattava di fare il conto a una tal cliente e lei rassegnata sorrideva e diceva che non c’era nulla da pagare. Come non capiva quella storia delle terre, così non si persuadeva di come si potesse far beneficenza, regalando un taglio o una piega. “Se una non ha soldi, non ci va dal parrucchiere!” diceva tra sé e sé, ma poi lasciava correre.

Leonina, indiscussa sovrana di quel modo bizzarro di tagliar capelli, andava e veniva e così il salone si svuotava e si riempiva a ritmo regolare, fino a che una sera sedette a una delle poltrone del negozio, a sessanta anni e pochi giorni, chiuse gli occhi e non li riaprì più. Germana, seppellì la figlia e chiuse il salone. Era incapace di articolare le mani e cercò una casa di riposo che l’accogliesse. Ne trovò una. Bevendo con la cannuccia, imboccata dalle infermiere, arrivò a novantotto anni, raccontando a tutti di Leonina e delle sue terre, del salone di bellezza, di Ima che era medico e apparteneva al mondo intero come la madre.

Non si sentì mai sola, neanche allora.

Autore:

Autrice di narrativa per ragazzi. http://www.icwa.it/profili/facchini-giuliana http: //www.facebook.com/pages/Giuliana-Facchini/10647355940250 http://giulianafacchini.wix.com/giuli

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