Pubblicato in: Fiutando Libri!

Fiutando libri…

“Il figlio ricorda bene la propria delusione quando attorno ai trent’anni lesse quelle riflessioni di Simone de Beauvoir sul «raccorciamento dell’avvenire», sull’insensatezza o almeno la futilità di formulare progetti ambiziosi e impegnativi che da un momento all’altro possono andare in fumo per una malattia, per gli acciacchi dell’età o per la morte.” da Nel nome del figlio di Bjorn Larsson per Iperborea.


Sebbene lui scriva “Dai lettori si possono ricevere stima e ammirazione (…) ma non amore o amicizia…”, per me Larsson rappresenta una sorta di amico. Un amico che non conosco, certo, ma l’uscita dei suoi romanzi, giustamente diluita nel tempo, è sempre stata un momento di festa per la consapevolezza che mi avrebbe regalato ore di lettura piene e stimolanti. Confesso che ho apprezzato tantissimo i suoi romanzi, ma in quest’ultimo mi sono chiesta per tutta la prima parte se stessi apprezzando o meno. Eppure leggevo e non mollavo, già quindi emotivamente la risposta c’era. Nella seconda parte ho preso in mano la matita e cominciato a sottolineare, quindi anche il lato razionale di me apprezzava.

Certo, nei romanzi, i lettori cercano quello di cui hanno bisogno. Quello su cui hanno bisogno di pensare e interrogarsi e io, da un po’, resto incantata o disincantata, non lo so, a guardare i miei figli, ormai uomini, scorgendo in loro gesti del padre, di mio padre, della nonna e miei (gli unici che non vorrei forse vedere). In me rivedo mia madre da giovane. Ma poi un’amica d’infanzia mi rivela in un commento un particolare sulla relazione che avevo con mia madre da giovane, completamente dimenticato, e allora questo romanzo (non romanzo) di Larsson diventa vivo e straordinariamente interessante.

C’è tanto, perché un figlio anche scrittore diventa spia e sollecito nei pensieri di noi, tutti figli. E perché se sei scrittore pensi sempre alla letteratura e a come vuoi essere scrittore. “Finito un libro, sia lo scrittore che il lettore dovrebbero chiedersi se vogliono rimanere quello che sono.”

Io non so se sono una scrittrice, una romanziera come mi piace pensarmi, non lo so perché sono forse i lettori a deciderlo; perché scrivere per me è un percorso irto, complicato, irrisolto; perché non so se ci sia una scala di gradini di vendite da salire se vuoi essere sempre più scrittrice; perché non ho capito se devi resistere e continuare a viverci di scrittura per essere libera di esserlo.

Insomma, ammettendo che io sia una scrittrice ho trovato in questo libro idee su cui convergo e che mi fanno sentire meno sola; essendo una figlia ho trovato invece pagine che stimolano i miei pensieri e persino il conforto di una possibilità cui non avevo mai pensato.

La frase che ho riportato in apertura è potente per me. Quando sono nel mezzo della scrittura di una storia sento la paura di doverla lasciare incompleta. Se ne può ridere: una volta ho raccontato dettagliatamente il finale a mio figlio, così se mi fosse successo qualcosa avrebbe potuto finirla lui!


Non so dirvi se è a causa del momento particolare che io sto vivendo, ma a me questo romanzo-non romanzo è piaciuto molto, mi è piaciuto addirittura quanto i primi Larsson che ho amato.

Autore:

Autrice di narrativa per ragazzi. http://www.icwa.it/profili/facchini-giuliana http: //www.facebook.com/pages/Giuliana-Facchini/10647355940250 http://giulianafacchini.wix.com/giuli

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