Vent’anni dopo. Che mestiere fai?
In realtà la domanda è come lo fai, ci sono tanti modi diversi e nessuno è sbagliato. Il “come” cambia il “che” in ogni caso.
(Ci sono anche i “non modi”, inconsapevoli e presuntuosi, ma quelli non contano.)
Scrivi e mentre scrivi pensi e poi pubblichi e ragioni, stringi legami, capisci cose. Cresci di età e di esperienza e metti a posto i tasselli.
Non sei arrivata, quelle come te non arrivano mai, ma hai trovato il modo. Che non è lo stesso di altri ma è il tuo in questo momento.
Senti la scrittura più centrata, gli incontri con i lettori e le lettrici a scuola o ovunque hanno la giusta cura. Lo scambio é vivo, non sempre ma quasi. Regoli la parola con la ricerca, ascolti fili da intrecciare perché insieme qualcosa cambi o resti.
Storie politiche in senso buono e pieno le tue, in cui metti faccia e anima, che pongono questioni per farne poi qualcosa, forse.
Guadagni poco, davvero ci sopravvivi appena, puoi accontentarti anche se altre strade sono più proficue questa è la tua, pazienza. A volte la mancanza di viaggiare – la più grande – ti soffoca, altre volte (meno) é la solitudine, pazienza. Una pazienza malinconica e consapevole.
É una strada la vita e ti ha portata fin qui con tenacia. Che ci vuoi fare?
Con chi lavori é una scelta precisa che ha il sapore dell’intesa, non è amicizia, non può esserlo, ma è un legame – in qualche modo forte – di sapervi dalla stessa parte per scelta, ci si sceglie quando si può.
Il mio modo è questo, ci sto bene a scrivere così, a vivere un mestiere che forse non esiste più in maniera precisa, é più una piega della vita che fai, del come la fai.
Quel poco che guadagni serve solo a chiamarlo lavoro ed è comunque un privilegio. Che sia lavoro é un privilegio di pochi.
E questa è una certezza. Per te. Vent’anni dopo.
