Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Fiutando Libri!

Contro l’impoverimento dei romanzi per ragazzi

Una delle cose che mi mette a disagio del mondo della letteratura per ragazzi è la ricerca affannosa dell’argomento o dell’avvenimento che tra cinque, sei mesi, un anno sarà quello più richiesto e quindi essere pronti per poter pubblicare a raffica romanzi, biografie, raccolte di vite di personaggi relative a quell’argomento o quell’avvenimento. In versioni svariate. Mi mette un’ansia terribile e cerco di starne alla larga. Un po’ come i pandori che il due di novembre prendono il posto delle zucche. Mi danno la stessa ansia.

D’accordo, il mercato editoriale in generale utilizza il meccanismo d’indovinare le tendenze e i gusti del lettore, però il sistema trova la sua massima applicazione tra i libri per ragazzi. E forse in maniera singolare.

Genericamente, oggi, nulla sembra essere vissuto per quel che è, ma perché va consumato. Subito. Credo, forse, sia un po’ la nostra malattia.

Un buon libro ha i suoi tempi di lettura, un buon libro ti inchioda ore fermo sulla poltrona, sul letto con i cuscini dietro la schiena, sulla coperta distesa sul prato. Un buon romanzo non va di corsa, anzi ti impone di fermati. Quando dicono: non ho tempo per leggere, è perché per leggere serve tempo, non possiamo far diventare un libro un prodotto usa e getta.

Cosa ce ne faremo tra un po’ di mesi di tutti i libri sulla Luna pubblicati perché sono passati 50 anni esatti dall’allunaggio? Solo qualcuno molto bello, perché per fortuna i libri belli esistono, resterà sugli scaffali delle librerie, un po’ defilato, per quei lettori che alla luna pensano spesso o sempre.

I giovani (e non solo loro) in Italia entrano poco in libreria e fuori da scuola non leggono volentieri o in pochi leggono, oppure sono lettori seriali o di Fantasy. Quindi per quanto riguarda i libri per ragazzi, l’uscita di un romanzo per il preciso appuntamento con una ricorrenza, un centenario o solo un problema sociale urgente è la risposta alle necessità della scuola (in particolare secondaria di primo grado), il polo di diffusione della lettura e in particolare della vendita dei libri. Sono loro che dettano in buona parte la legge del mercato editoriale della letteratura per ragazzi.

Perché alla scuola sono utili i libri che trattano argomenti specifici? Per esempio ora è il momento del muro di Berlino. Del Muro a scuola non si può parlare leggendo articoli e testimonianze, ascoltando brani musicali o documentari? Bello farlo anche con i romanzi, vero. Verissimo. Io stessa quando volevo approfondire cosa fossero i kibbutz ho letto Amos Oz che ci ha vissuto. Appunto Amos Oz.

L’editoria per ragazzi si sta specializzando e forse vuole offrire alla scuola, già pronto, un tipo di romanzo che riassuma e svisceri l’argomento o il personaggio: una comodità, insomma.

Non sono tutti (alcuni sì, non lo nego) veri e propri romanzi, se come romanzo intendiamo una una buona storia, accattivante e sorprendente, e una scrittura di pregio. Mesi di lavoro creativo e faticoso che uno scrittore decide di affrontare come una necessità e che farà innamorare l’editore e appassionare il lettore.

Credo che dobbiamo cercare di non perdere di vista il vero significato della parola romanzo usandone invece un surrogato che s’identifica forse con una via di mezzo tra il manuale e il racconto. Come tale, se ben fatto, insegna. Leggere rimarrà qualcosa di simile allo studiare, magari uno studio facilitato. Fluido, piacevole. È bello facilitare lo studio. Non è cosa da poco. Ha un suo valore.

Di fatto, però, lo studente non lettore continuerà a ignorare la passione per la lettura, per le emozioni che scaturiscono dal romanzo. Cosa che il lettore giovane di Fantasy non ignora anche se il suo genere di lettura sembra solo intrattenimento. Forse, invece, si avvicina di più a quello che un romanzo vorrebbe essere.

Senza sottrarre nulla, ma aggiungendo, sarebbe bello proporre (soprattutto nella scuola secondaria di primo grado) più libri che insegnino solo la passione per le storie e per la lettura, fonte di emozioni e attività piacevole, come la musica, il cinema, l’arte in generale.

Un buon romanzo insegna senza che il lettore se ne accorga. Se hai tempo di accorgerti che stai imparando qualcosa, ecco, non è un buon romanzo, è qualcos’altro! Un buon romanzo ti frega, ti rimane nella testa, capisci dopo, a volte molto tempo dopo, cosa voleva dirti. A te solo o sopratutto a te.

Non mi piace l’idea che il mondo italiano dei libri per ragazzi possa impoverirsi (e forse sta già accadendo), vorrei che uscissero meno romanzi con la data di scadenza e ci fosse più spazio per altri romanzi. Capisco che vivere di libri per ragazzi è quasi impossibile. Ma. Ci sono bravissimi scrittrici e scrittori italiani per ragazzi. Solo i buoni libri creano lettori. Più lettori veri ci sono e maggiore è sostengono per il mercato editoriale. Qualsiasi altra espressione non torna, è matematico.

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Fiutando libri, ponendo domande, scrivendo storie

I miei manuali di scrittura creativa sono i buoni romanzi; annotazioni di lettura e appunti per la romanziera che vorrei essere.

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La genialità della grande scrittrice sta nel mandarci un messaggio potente raccontando l’umanità. I sentimenti, i dubbi, le emozioni, i dolori, gli sbagli, le felicità fanno di noi gli esseri umani. E la lente d’ingrandimento che usa per svelare a ognuno di noi chi è, si chiama ironia. La perfezione esiste e si compone di molteplice diversità.

Lupa bianca, lupo nero, di Marie Aude Murail, è il primo capitolo di una serie di romanzi centrati sul mondo dello psicologo antillano Sauver Sant Yves e di suo figlio, Lazare.

Dove se non nello studio di uno psicologo, Murail poteva far convergere in modo del tutto intelligente, casuale e logico le mille problematiche che l’umanità affronta ? Un dottore in psicologia qualunque? No, un uomo alto e affascinante e di colore. Non risparmia nulla l’autrice. Davvero una galleria effervescente e ricca di tematiche attualissime che tormentano l’umanità che cambia e si adatta come ha fatto per millenni e non senza fatica. L’ironia ci accompagna alla scoperta di chi siamo, sotto lo sguardo benevolo di chi sa sorridere di se stessa e vorrebbe che tutti sapessero farlo.

Ognuno legge nei libri quello di cui ha bisogno. Io leggo e cerco nelle storie quello che penso possa fare di me una romanziera migliore. Spesso dico che i miei manuali di scrittura sono i romanzi buoni, creativi, sorprendenti. Quando li incontri, ti capisci meglio.

Dopo una prima parte che sembra un lungo prologo denso, capace di offrire ai lettori una umanità viva, ironica e dolorosa al contempo, il romanzo vira sul vissuto del protagonista e la sua storia personale in un crescendo di mistero e profondità di sentimenti. Chi aiuta gli altri, sarà in grado di aiutare se stesso? Quanta complessità in questo intreccio di sguardi sugli altri e su se stessi! Nella variegata complessità ci possiamo riconoscere e intraprendere la ricerca che a ognuno di noi spetta per capire, per non restare sulla superficie dei sentimenti e delle emozioni.

Ma io mi sono fermata prima. Quello che ha colpito me è la densità umana. Identità di genere, autolesionismo, relazioni di coppia, bullismo, pedofilia, atti estremi e razzismo solo per citare alcuni dei temi che spesso i romanzieri che scrivono di ragazzi affrontano uno per volta in una storia alla volta. I problems books estremizzati. Qui i problemi estremizzati sono mescolati e accostati perché nulla è mai analizzabile da solo se non non nella fiction, quella banale.  È come se vedessi questo meraviglioso romanzo fare le pernacchie a chi serio serio scrive un libro con una tematica adolescenziale che va isolata, descritta e bandita dal cuore e dall’animo del lettore adolescente. Una procedura che disumanizza la realtà, la semplifica per spiegarne la complessità (assurdo, no?) ed è un misero raccontare per iscritto, senza nulla attingere all’arte del romanziere. Davvero pensiamo che libri così scritti servano? Servono forse a chi il problema non lo conosce, non l’ha incontrato nella sua giovane vita e lo guarda dall’esterno senza curiosità. Chi nei casini di quel problema ci vive, il libro non lo legge e se lo leggesse ne riderebbe. Quel libro non serve a nessuno, se non a rassicurare noi adulti che abbiamo fatto il nostro dovere di educatori. Male. Fingendo di fare i romanzieri. Un pasticcio.

Questo vuol dire che di certe tematiche non se ne deve parlare? No! Ne puoi scrivere solo se le conosci bene o le hai vissute. E alcune le abbiamo vissute tutti noi. Credetemi. È solo una questione di registro.

Sto mescolando le carte?

Esatto. Ma mi spiego o meglio ci provo. A beneficio di chi legge e anche mio, sia chiaro.

cover InvisibileNel mio Invisibile (San Paolo Ragazzi 2012), definito un romanzo a sfondo sociale, si dispiegano un intreccio di realtà emozionali che toccano i protagonisti. Significa che possiamo trovare all’interno della storia la tematica del bullismo tra le altre, ma non isolata e indagata. Quello che accade ai ragazzi è vita vera; chi di noi non si è mai trovato di fronte a un bullo? Non necessariamente qualcuno che ti ha spinto a pensare di toglierti la vita, ma qualcuno che ti ha umiliato, quando hai dovuto incassare e poi riprenderti e magari voltare pagina. Succede. Silvia in Invisibile subisce Mich, ci sta male ma la vita va avanti e arriva il capitolo successivo dove Mich non esce né vincente né perdente, lui non è stato messo in crisi, sebbene alla fine si sia dato da fare proprio per aiutare Silvia, Silvia che invece è cresciuta. Un intreccio? La vita è un intreccio e la storia che racconta Invisibile non è di bullismo, affonda nel sociale, appunto: in ciò che è relativo all’ambiente umano in cui si vive e all’ordine a esso inerente (Devoto-Oli).

Possiamo porre questioni di principio, raccontando. Lasciare che il lettore si identifichi e poi sedimenti in lui il pensiero del proprio principio di giustizia sociale e umana. Creare, quindi, spazi di libertà di pensiero; nessuna forzatura e nessun indottrinamento, raccontando. Ecco il grande potere del romanzo, il valore di storie come quelle che racconta Murail. (Non io! Che sia chiaro, io ci provo!)

Leggere può rendermi una romanziera migliore, spero. Finché io mi farò domande, avrò storie da raccontare. Un romanzo non dà risposte, indiscutibilmente regala i dubbi dello scrittore al lettore. Questo per quanto riguarda il messaggio profondo che ogni storia contiene, per il resto un romanzo per me è emozioni, sorprese, scoperte, passioni e vibrazioni… esplose o contenute, dosate a ritmo lento o incalzante, distese nel tempo o condensate in un attimo di parole e vita.

E poiché i romanzi sono incontri e gli incontri con i grandi romanzieri fermano momenti e alimentano pensieri, ecco la dedica che la signora Marie Aude Murail ha fatto sulla mia copia del suo Miss Charity. Una casualità?

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leggere e far leggere, un mestiere, una passione… una necessità

 

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Fiutando libri… sgranocchiando avventure!

I figli del re di Sonya Hartnett mi ha coinvolto come pochi romanzi. Se l’inizio sembra un po’ scontato, poi tutto è diventa affascinante: personaggi, paesaggi, situazioni. La storia è convincente, ricca di spunti e mai banale, anche raccontando di bambini e adulti come tanti, ma dalla psicologia sfumata e vivi tra le pagine. Me ne sono chiesta il perché.

Forse, romanzieri si nasce non si diventa.

Se mentre leggi scatta lo stupore, la voglia di andare avanti, la soddisfazione del finale, ti rendi anche conto che non è sempre così quando leggi. C’è una decisa differenza. Si pubblicano tanti libri e gli editori non sempre selezionano in modo adeguato per offrire buoni romanzi e non solo storie scritte.

Ultimamente, almeno nella narrativa destinata ai ragazzi e agli adolescenti, mi pare che sia troppo sfruttata la scrittura in prima persona. Forse dà allo scrittore l’impressione che si riesca meglio a stabilire empatia con il lettore. Probabile, ma è un’arma a doppio taglio. Difficile tenere se stessi lontano del personaggio. Difficile non banalizzare. Pericoloso confondere/mescolare le emozioni, le sensazioni, le percezioni dell’adulto che scrive con quelle dell’adolescente che vive tra le pagine. Altissimo il rischio di parlare solo a se stessi cercando di farsi ascoltare da tutti.

Più complicato è essere narratrici o narratori esterni. Emozionare anche con luoghi, profumi, ombre, urli o grida di un mondo in tre dimensioni che non solo il cinema sa generare. Gli scrittori bravi lo sanno creare da sempre. (E anche i bravi attori sul palcoscenico). Tecnicamente una sfida. Saper narrare una storia è prerogativa di pochi, scriverla bene è un dono creativo ancora diverso. E poi il finale. Forse la discriminante maggiore è proprio il finale: aperto o chiuso deve sorreggere l’intero romanzo. Spaventa? Deve. Non smettiamo di leggere.

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Libri come Polli

Ci penso da un po’

Ci penso da quando ho letto la richiesta in un gruppo social di un libro che sviluppasse un tematica specifica. I libri a tema sono comuni nell’editoria per ragazzi. Vogliamo parlare di bullismo/integrazione/ambiente? Partiamo da un libro. Nulla di male se il libro non fosse scritto appositamente. Troppo spesso un libro furbo, scritto a tavolino, che non emoziona con una buona scrittura o una buona storia.

Non cerchiamo i libri a tema ma i temi nei libri. Questo non lo dico solo io, molti lo affermano con forza e determinazione. Un buon romanzo contiene naturalmente in sé svariate tematiche. Ognuno può scegliere quale approfondire, se ne ha voglia.

In quel gruppo social che parla di libri per ragazzi, guidato da amministratrici appassionate, c’è stata una bella discussione sull’argomento che alla fine ha reso scontenti molti: non criticateci perché cerchiamo libri a tema, dateci solo bei titoli!

Nonostante tutto è arrivata una nuova richiesta: libri che insegnassero ai ragazzini il senso della responsabilità. Ecco, spesso i libri per ragazzi hanno per protagonisti ragazzi che vivono un’avventura, si aiutano, sbrogliano misteri magici o realistici. Si prendono la briga di fare qualcosa di speciale per loro o per gli altri. Non vogliono coinvolgere gli adulti. Vogliono essere responsabili di se stessi magari sbagliando. È uno degli scenari più comuni.

Allora mi è venuto in mente il pollo (povero pollo) nudo e schiacciato nella vaschetta del banco macelleria del supermercato e quel bambino di città che pensando al pollo lo immagina così e non che razzola nell’aia becchettando vermetti.

Il pollo è stato un pennuto grassottello e prima ancora un pulcino, come possiamo averlo dimenticato?

Il libro è stato una storia viva e vibrante, come possiamo considerarlo solo un pezzo di carta stampato?

Forse potremmo ricominciare dalle parole giuste.

Vorrei che mi suggeriste un libro nel quale vi ha tanto emozionato e stupito quello che il protagonista fa nel prendersi cura di qualcuno o qualcosa.”

È come quando diciamo a un bambino che è una femminuccia se piange. C’è dietro quelle parole una demonizzazione del pianto perché emozione femminile e sinonimo di debolezza. Meglio non dirlo, quindi. Non lo diciamo.

Forse dobbiamo tutti ricominciare con l’educarci a dire le parole giuste per formulare così richieste giuste.

Chi chiede i libri a tema, non conosce ancora il piacere della lettura, non lo fa in malafede. È come quel bambino di città per il quale un pollo in piume e ossa non non è un’immagine familiare.

Quindi è bello scambiarsi condigli letterari, ma facciamolo condividendo anche quel parlar bene che accompagna la giustezza dei concetti. Forse aiuterebbe, aiuterebbe tutti: chi legge e chi scrive.

Ecco è questo che avevo in mente da un po’.

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FestivaLetteratura 4-8 settembre 2019 a Mantova

Il Festival della Letteratura di Mantova arriva come un bellissimo regalo di fine estate.
Arriva il Festival per me perché un’editrice ha creduto in una mia storia tanto quanto me e in me molto di più di quanto io creda in me stessa (…frase difficile, ma vera).
Grazie Sinnos, Della Passarelli e Emanuela Casavecchi.
Già, perché alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna le organizzatrici del Festival sono andate a chiedere a Della di me. Ne è nato un dialogo buffo.
– Della, ci presenteresti la tua autrice che la vorremmo al Festival con La figlia dell’assassina?
– Ma la conoscete bene…
– No, non sappiamo chi è!
– Ma se era al Festival con il gruppo di lettura adolescenti!
Già, ci conoscevamo bene. Ecco, a questo dialogo ci tengo, perché mi racconta. Ho una doppia personalità: quella della lettrice e quella della scrittrice…e tra loro s’incontrano solo in segreto!

Svelato il mistero tutto è cominciato e mi hanno affidato gli eventi di colleghi e colleghe, amici e amiche come Laura Bonalumi, Luigi Ballerini e Emanuela Nava, che ammiro e di cui ho potuto felicemente leggere di tutto; un bellissimo laboratorio sulle Recensioni Emotive (appellativo coniato da Livia Rocchi! Che si sappia!) del gruppo Leggere Ribelle (domenica alle 11.00); un incontro mio e di Davide Longo (di cui ho letto tre bei thriller, scritti benissimo) con Simonetta Bitasi in cui parleremo di libri-ponte tra adulti e ragazzi e di ReadOn, un progetto bellissimo. (Sabato alle 19.00).

Metteteci una cena con un’editrice speciale, il venerdì del Festival con il gruppo dei ragazzi e delle ragazze di Leggere Ribelle e un pass FestivaLetteratura con cui accedere a quasi tutti gli eventi (… e mi sono allenata in montagna per avere il fiato di non perdere nulla! Sono un animale da Festival, io!) e cercate di capire quanto possa essere contenta… Tanto, insomma!

Gli eventi a cui partecipo li trovate qui in coda alla mia biografia e bibliografia

festivaletteratura.it/it/2019/autori/giuliana-facchini


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Pubblicato in: Come nascono le mie storie

Un attimo, tutta la vita… come nascono le storie

Certe storie nascono davvero in modo curioso!

Eravamo qui…

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Fulvia ed io. C’eravamo incontrate per pranzo. Chiacchieravamo del più e del meno; lei arrivava dalla palestra io da una passeggiata per Milano con la mia amica Anna.

Con Fulvia non eravamo amiche come lo siamo ora, ci conoscevamo, era stata la mia editor per un libro della collana che lei dirige per le edizioni Paoline.

Era almeno un anno che mi arrovellavo il cervello con l’idea di una storia che non riuscivo a scrivere. Ero certa che non l’avrei mai scritta eppure non volevo rinunciarvi, ci credevo, pensavo potesse diventare un buon romanzo.

Stavamo prendendo una caffè quando le chiesi se quella storia voleva scriverla con me. Lo feci d’istinto senza pensarci troppo. Certe strade bisogna percorrere insieme se da soli non ce la fai. E io da sola non ce l’avrei fatta. L’argomento era troppo forte e io troppo emotiva, mi avrebbe preso la mano e mi avrebbe trascinata lontano dalla stesura di un qualsiasi buon romanzo verso una terra di emozioni incolte.

Fulvia non mi rispose subito, mi telefonò qualche giorno dopo dicendo che sì, l’idea le piaceva, che ci stava.

Fulvia: Ero arrivata al Crazy CatCafè con il cuore in subbuglio. Avevo appena avuto una crisi di pianto e autocommiserazione, capita nelle fatiche della vita di mamma di due adolescenti. Ma avevo messo da parte il mio turbamento per godermi l’incontro in quel luogo così singolare, in cui i gatti scorrazzano liberi e si struscino alle gambe dei clienti e balzano sui loro tavoli. Giuliana era già una gattara, io non ancora, ma lo sono adesso dopo la convivenza di oltre un anno con la mia Grace. Da anni sognavo di scrivere una storia a quattro mani: una sfida stimolante per una scrittrice, che mi mancava e a me piace cimentarmi in nuove imprese. Così quando Giuliana ha buttato lì quel tema,
il dramma degli incidenti stradali in scooter, ho sentito subito quel frizzicorino nel cervello, che si accende quando sono di fronte a una buona idea. Dovevo solo trovare la chiave giusta, che fosse originale e che affrontasse un tema così tragico in modo non melodrammatico e scontato. Non avevo dubbi che mi sarebbe venuto in mente qualcosa.

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Al Crazy CatCafè avevo detto a Fulvia quale era l’idea della quale volevo scrivere e quello che assolutamente non volevo che diventasse. Avevo ben chiaro solo il capitolo centrale. Quale sarebbe stato il finale non lo sapevo e quello che avrebbe potuto essere la potenziale conclusione non mi piaceva affatto. Senza aver neppure iniziato a imbastire adeguatamente la trama, mi disse lei il finale. A me non era proprio venuto in mente. Era quello giusto. Pensai che quella storia sarebbe diventa un buon romanzo: avevamo il capitolo centrale e anche il finale. Era un buon inizio!

Fulvia: Gli argomenti drammatici sono la mia passione. Tutti i miei romanzi per adolescenti toccano tematiche scottanti, estreme. Far vibrare le corde dell’emozione, senza pateticismi, ma scandagliando l’animo umano, questo amo fare. Sì, sarebbe stata una buona storia. 

Una sera ci sentimmo al telefono e sebbene sulle prime eravamo un po’ intimidite ci volle un attimo per scioglierci e lasciar correre libera la fantasia. Lei scelse i nomi dei due personaggi protagonisti e io li adorai subito. Io scrissi il capitolo centrale (chi ha detto che si deve sempre partire dall’inizio?) che avrebbe fatto da chiave di violino per accordarci e scrivere insieme.

Fulvia: Non è inconsueto per me iniziare a scrivere un romanzo non rispettando il naturale ordine dei capitoli. L’importante in una storia è coglierne il nucleo centrale, la cosiddetta ispirazione, poi il resto di intreccia, usando anche un po’ di mestiere. E se nella scrittura individuale si può anche procedere per tentativi, e improvvisazione, quando a scrivere si è in due occorre che la trama sia molto chiara sin dall’inizio, con una precisa scansione dei capitoli, in modo da tenere sotto controllo le tappe della stesura. E in questo caso era semplice, perché i protagonisti erano due, un ragazzo e una ragazza, e ognuna di noi se ne è scelto uno per narrare la storia dal suo punto di vista che così si alternava con quello dell’altro personaggio.

Stabilimmo i capitoli e il numero di battute da rispettare e poi partimmo: io scrivevo un capitolo e glielo inviavo, lei lo correggeva e mi inviava il successivo scritto da lei, che io a mia volta correggevo. Io valutavo le sue osservazioni sulla mia scrittura, lei le mie. E procedemmo così. Senza che nessuna delle due si offendesse mai e con un’empatia che mai potevo immaginare quel giorno al Crazy Cat. Tutto filò liscio fino alla fine. Umiltà e rispetto non ci sono mai mancati, forse per questo è venuto fuori un buon romanzo. Almeno secondo noi. Ognuna ha dato il meglio di sé e il superfluo abbiamo saputo buttarlo via.

Fulvia: Scrivere in coppia ti costringe a rispettare i tempi, evita le distrazioni, è come percorrere un binario in cui è difficile deragliare. Per cui scrivere questo romanzo è stato per me più facile che in altre occasioni più solitarie. E permette di fare in corsa un buon editing, perché l’occhio esterno sulla propria scrittura lima le sbavature, migliora la forma e la coerenza. E pur essendoci ritrovate in questa avventura per caso, ed essendo due perone caratterialmente molto diverse, la nostra scrittura si è amalgamata fino quasi a fondersi tanto da non risultare distinguibile per chi legge.

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Sono felice che questo romanzo abbia trovato la sua voce e sono felice di aver trovato un’amica.

Fulvia: A me personalmente è rimasta la voglia di farlo ancora, tutto sta a ritrovare quell’alchimia. Merito del Crazy CatCafè?

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UN ATTIMO, TUTTA LA VITA

di Fulvia Degl’Innocenti e Giuliana Facchini

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Orlando ha 16 anni e adora spostarsi in scooter, per lui è più di un mezzo di trasporto, è quasi una parte di sé. A una festa conosce Angelica e, dopo qualche schermaglia, i due ragazzi si innamorano. Tutto sembra andare bene fino a quando arrivano i primi litigi. Dopo uno di questi, Orlando parte con lo scooter: ha il cuore in subbuglio e presta meno attenzione alla guida.
Eppure sa che per rischiare tutto, persino la vita stessa, basta un attimo. E Orlando vivrà sulla sua pelle proprio ciò che in quell’attimo accade.

E siamo certe che il luogo dove tutto è nato,

porterà fortuna a questo romanzo!

Buona lettura

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Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Donne in corriera e madri da tartufo

Leoni da tastiera…

Leggo, li leggo tutti dal primo all’ultimo con attenzione. Non c’è una linea coerente di critica all’articolo ma una pioggia di idee a volte confuse a volte rabbiose, raramente argomentate. Non c’è la logica del dialogo o una discussione reale come farebbe la Biancardi in classe. Sopratutto si parla di false denunce di molestie da parte delle donne e l’ipotesi più gettonata è che laura voglia diventare una modella o un’attrice e abbia trovato il modo per farsi pubblicità. (…) È tutta roba da cinquantenni…”

Sono le parole di Valerio nel mio Se la tua colpa è di essere bella. Un libro cui tengo molto. Lo cito perché il social su cui scrivo anch’io è abitato dai Leoni da tastiera (che è pure il titolo del capitolo). Io commento poco e scrivo poco su fb. A dire il vero ho un profilo privato con amici e persone con i miei stessi interessi e la mia stessa educazione. Preferisco così. Essere nella mia isoletta felice di buon senso e utili discussioni. Mi guardo bene dal pescare amici nel mare dell’orrore e delle ingiurie. Un ecosistema senza leggi, un Far West virtuale che sparge sangue peggio di Tarantino, abitato da tutti: dai politici ai divi del cinema, pochi riescono a star fuori. Si entra anche solo per sbirciare gli altri, gli amici. Solo lì siamo quello che vorremmo essere, ma non possiamo essere davvero nella vita.

E la questione, in certi casi, prende una piega che fa rabbrividire.

Come dice Valerio, sono i cinquantenni a dare l’esempio di come si fomenta l’odio e la violenza.
I miei lettori ideali (come scrittrice) non ci sono nei vecchi social. Perché, allora, quelle parole sopra citate sono in libro per ragazzi/giovani adulti? Perché un libro per ragazzi non è solo per ragazzi ma per tutti e parla a tutti. E l’ispirazione arriva dalla realtà. Ecco perché quel “per ragazzi” non mi piace.
La conclusione è che i ragazzi se ne sono andati altrove per comunicare tra loro e alla loro maniera. Noi un po’ l’inseguiamo e un po’ no. Per fortuna. Possiamo scimmiottarli ma siamo lontano anni luce dalla loro filosofia della comunicazione. È un’altra lingua, un altro mondo. Anche noi da ragazzi fuggivamo dagli adulti.
Sicuramente esiste il fenomeno del cyberbullismo, ma esistono anche tanti ragazzi sani. Ho due figli maschi e a loro certi commenti rivolti a una donna (o rivolti a chiunque) non sarebbero neanche mai venuti in mente, come non sarebbero venuti in mente ai loro amici. E non sono il genitore che non sa valutare i propri figli, anche questa sarebbe una facile accusa da cinquantenne disilluso e sofferente, incapace di godere della propria età, dei rapporti umani (che sono cosa meravigliosa) e della bellezza che ci circonda. Perché la bellezza esiste, anche in questi tempi bui, basta cercarla e saperla vedere. Una buona direzione in cui incanalare energie.

 

Scrivere è dar voce a una storia che scorre sottopelle e che una volta stampata l’autore o l’autrice affida al lettore. Sarà il lettore a dargli un senso. Il proprio. Ma i veri lettori esistono nel nostro Paese?

E questa è un’altra storia, un altro articolo…

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