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Se la tua colpa è di essere bella, lettura critica di Alessandra Starace

In un mondo che va sempre più di corsa, dove ogni evento e pensiero godono di una vita e un’attenzione momentanea, dove le riflessioni prendono corpo e si condividono nello spazio di un post di poche righe su Facebook, il libro di Giuliana Facchini “Se la tua colpa è di essere bella” edito nella collana UP di Feltrinelli, invita il lettore a fermarsi, a guardare agli eventi in modo meno superficiale.
La lettura di questo libro grazie alla possibilità di esplorazione dei vissuti esponenziali da molto vicino offe la possibilità di potenziare la consapevolezza emotiva e trasformare e ampliare la prospettiva dello sguardo, costituendo un’occasione di cambiamento e crescita personale.

Se il titolo e la quarta di copertina non lasciano molti segreti sul tema portante della storia, “il tentativo di violenza su una studentessa, durante una festa di compleanno, e sulle reazioni della gente all’indomani del fatto”, leggendo il libro si scopre, in realtà, che quell’evento costituisce solo il filo conduttore per accompagnare il lettore attraverso la vita che emerge dalle pagine, e che può e dovrebbe essere vissuta in modo meno superficiale.

Il tema che a mio avviso emerge con più forza, in questo libro, e che l’autrice ha saputo evidenziare con abilità, è quello della MODALITÀ DELLA CURA.
Vi spiego meglio e per farlo credo utile ricorrere al pensiero del filosofo
Heidegger così come è esposto nel saggio “Essere e tempo”, ( ed. it. a cura di F. Volpi sulla versione di P. Chiodi, Milano, Longanesi, 2006).
Heidegger ha individuato nella Cura, la modalità fondamentale del soggetto umano nel suo essere nel mondo, e ha evidenziato una sostanziale differenza tra il “PRENDERSI CURA INCURANTE” che definisce i rapporti degli uomini con le cose ed è caratterizzato dall’indifferenza, dall”utilizzabilità e dall’afferrabilità e la CURA rivolta ai “SOGGETTI UMANI”, intesa come un “AVER A CUORE” i soggetti con cui si entra in relazione.

Se nei rapporti umani non nasce questa seconda modalità di cura lo sapete cosa può accadere?

Può prevalere l’incuranza, e anche le persone si trasformano in cose cose che si possono usare strumentalizzandole o restando indifferenti.

L’EDUCAZIONE ALLA CURA E ALLA DEDIZIONE PER GLI ALTRI andrebbe sempre coltivata.

Se è vero che un educazione emotiva è sempre più necessaria e urgente, incoraggiare la tenerezza verso coloro che hanno bisogno di essere accuditi perché più indifesi, fragili o con disabilità, è benefico e auspicabile e per lo sviluppo emotivo.
E soprattutto, sviluppare e coltivare il sentimento della tenerezza può essere utile a contrastare l’attuale prevalere di modelli arroganti, competitivi e sprezzanti verso i più deboli.

Nella storia che racconta Giuliana la cura e la tenerezza permeano tutte le relazioni che coinvolgono i protagonisti del libri, per prima quella tra madre e figlio, un nucleo che costituisce il primo luogo di apprendimento dei sentimenti, poi tra gli amici, sia della stesso sesso che di sesso opposto, tra fratelli di diversa età, tra nipoti e nonni, tra persone che neanche si conoscono, e tra uomini e animali. “Un piatto ricolmo di pasta condita con pomodoro, besciamella e mozzarella” preparato prima, per il figlio, da una madre che lavora, una porta tenuta aperta sorridendo, una poesia, un complimento, un fiore tra i capelli, un bacio sulla guancia, tanti sono gli indizi disseminati nel libro sulla tenerezza e la cura. Perfino nel descrivere la relazione tra Cate, la madre del protagonista, e Sorbetto, il suo gatto, Giuliana, con un’arte sottile e in modo sensorialmente percettibile, mette in luce questa modalità di cura.
Le crudeltà gratuite di cui la cronaca ci dà notizia quotidianamente è il risultato di un odio che viene riversato verso i più deboli in un crescente panorama di cinismo e indifferenza.
Se la modalità di cura affiora in ogni relazione e viene sottolineata in molti episodi, vedi per esempio la giornata che gli studenti passano in ospedale insieme ai bambini malati, tanto per citare uno degli esempi più evidenti, anche l’incuranza viene descritta e portata alla luce.
Primo fra tutti il tentativo di stupro verso una ragazza, ridotta a oggetto di desiderio, A UNA COSA BELLA DA USARE a proprio piacimento.
Una cosa che diventa una notizia da strumentalizzare, e qui ancora una gran prova di sensibilità e gusto dell’autrice, che a costo di non far scalpore, si dissocia da chi preferisce descrizioni crude e sensazionali, evitando descrizioni scandalistiche, limitandosi a raccontare l’accaduto senza fornire dettagli inutili.
Ma se si può mancare di cura per analfabetizzazione emotiva, può succedere anche per la fretta, la distrazione, la superficialità.
Alla mancanza dell’intelligenza del cuore, della propensione alla cura, l’educazione attraverso la parola scritta, può essere di aiuto.
La storia diventa terapeutica e benefica, aiuta le persone, e in questo caso i giovani, a comprendere meglio che non basta vivere uno accanto all’altro ma si dovrebbe stare uno con l’altro, rendendo possibile un’educazione che custodisce la dignità dell’esistenza umana.
Vivere in un ambiente dove la CURA e la TENEREZZA sono alla base delle relazioni, permette agli individui di crescere con maggiore autostima e fiducia, di sviluppare la propria personalità e un carattere forte, capace di pensare con la propria testa e fare delle scelte con il coraggio necessario.

Giuliana ha fiducia nei giovani, perché li conosce, li frequenta, ma sa bene che non esiste un libretto di istruzioni da consegnare loro, si dimostra, però, capace di offrire un orientamento verso la consapevolezza ‘intelligenza emotiva, attraverso la sua arte narrativa.
Di cosa parla il libro?
A voi scoprirlo! Ho rivelato fin troppo.
Bello l’espediente narrativo d’inserire delle poesie all’interno del testo che scopro essere opera di Roberta Lipparini.
Un ulteriore stimolo per i ragazzi a usare mezzi meno consueti per esprimersi e comunicare, con CURA e nella CURA.
Quella stessa CURA e DELICATEZZA che l’illustrazione di copertina di Alessandro Baronciani ci restituisce prima e dopo la lettura, per appuntarcelo sul cuore.
UP!

Buona lettura, Alessandra

 

Alessandra Starace – Libraia e promotrice della lettura, biblioterapista , fondatrice di Tata Libro, blog dedicato alla letteratura per bambini e ragazzi. Ideatrice dei SEMInari, tavole rotonde per approfondire tematiche relative alla letteratura per l’infanzia.

 

 

* Questo blog è un mio diario, anche se in realtà è intitolato al mio cane Brik. È un album dove mi piace raccogliere foto, appunti, ricordi e bei momenti della mia vita professionale e non. Questa lettura critica del mio  romanzo Se la tua colpa è di essere bella scritta con cura all’indomani dell’uscita, mi è molto cara perché mi racconta intimamente e per questo volevo che figurasse qui.

Grazie Alessandra per quello che fai e per la persona che sei.

Giuliana

Pubblicato in: Come nascono le storie

Se la tua colpa è di essere bella

Leggo i tuoi romanzi e ti dirò chi sei. No, non è così. Almeno non sempre. Per me sì, però, è vero.

Foto artistica dell’autrice, di Ste. (Mancano solo il cappello per le offerte e il cane perché sia fedele all’originale 😉 )

La voce di un autore è il suo libro. Non tutti gli autori riescono ad avere dei bei momenti d’incontro con i lettori. Sono scrittori, mica oratori. Per me l’Incontro con l’autore  nelle scuole, librerie o biblioteche è un momento importante di dialogo con i giovani lettori. Eppure a volte non sono riuscita a regalare agli studenti la parte migliore di me . Però so di averlo fatto nei miei libri sempre e onestamente.

Se non è solo mestiere parlare con i ragazzi, ma anche passione per i libri e per le storie, non può andare sempre alla stessa maniera.

Strano? Le emozioni non sono una scienza esatta!

E ancora: una storia nasce spontaneamente e certamente fissa nel tempo un pezzo di me. Scrittura e vita si mescolano, eppure non c’è nulla di autobiografico.

Ancora più strano?

Mi ritrovo ad ascoltare, emozionata, io per prima quella storia che arriva chissà da dove e che mi racconto da sola. Scriverla, per me, significa prenderne le distanze per provare a regalarla al lettore. Più facile a farsi che a dirsi. Infatti il difficile non è scrivere ma disciplinare quello che ho scritto. Trovare un senso, una direzione, un perché vale la pena condividerlo con i lettori. Insomma capire se è davvero una buona storia quella che ho scritto.

Il protagonista di Se la tua colpa è di essere bella è Valerio, un ragazzo di 16 anni. Pensa in prima persona, nel presente e scrive poesie d’amore (il titolo del libro è il titolo di una sua poesia). Nessuno potrebbe essere più diverso da me.

Parte di questa storia nasce dopo molti Incontri con l’autore per un libro: Chiamarlo amore non si può, una raccolta di racconti di cui uno mio. L’argomento è: la violenza sulle donne. Gli studenti quando sono invitata in una scuola si aspettano che faccia loro il predicozzo preparato per l’occasione a corredo del libro e cercano di non farsi coinvolgere in diretta. Lavorano a lungo dietro le quinte sul tema, con campagne pubblicitarie, video, cartelloni, ma in quel momento spesso tacciono. E taccio anch’io che i predicozzi non li faccio, preferisco leggere ad alta voce i racconti.

Eppure le mezze domande, i silenzi, le risatine, i cellulari smanettati di nascosto parlano. Gli occhi attenti parlano e io so ascoltare. In questo libro ci sono anche quei pensieri captati e a volte espressi timidamente a metà. Quegli accenni sinceri di discussione che escono dalle righe, che fanno la spia.

Sanno pensare i nostri ragazzi e assorbono la potenza costruttiva delle buone storie. Niente prediche ma romanzi, storie narrate in cui trovare spazio per poter pensare. Leggere lascia il tempo per pensare e immaginare. Quasi lo impone.

La mia necessità era far parlare Valerio. Pur essendo io lontanissima da Valerio, lo conosco bene. Perché è diverso da me posso raccontarlo onestamente, senza confondermi con lui. Anche Lavinia, se sono riuscita a farla vivere tra le pagine di questo mio romanzo, ha una bella voce, chiara, importante. Ne ho incontrate di Lavinia! E infine Carlos, forse quello più difficile, dall’animo complicato perché sono quasi certa incarni un bisogno segreto e innato e spesso negato di ogni adolescente: quello di avere degli ideali. Molto difficile.

«Lavinia è alta quasi quanto me. Ha i capelli lunghi, tra i quali spunta sempre qualche fiore vistoso».

Come sempre nei miei libri non c’è un tema solo, se per forza, per necessità editoriali, dobbiamo trovarlo il tema del romanzo. In realtà la storia di questo poetic guy  ruota attorno alla parola ingenuità riportata dalla curatrice anche in quarta di copertina (e di cui tacceranno sicuramente l’autrice). Ingenuità = Quello che fanno di buono i ragazzi lo fanno perché non ancora provati dalla durezza della vita. E noi adulti spesso ce ne stiamo arroccati dietro la paura che la loro ingenuità valga più delle nostre tremolanti convinzioni. La loro ingenuità può costruire un mondo migliore di quello che hanno trovato. È una legge di natura. Questo è il pensiero di fondo attorno al quale è nato il libro.  Un pensiero sempre fuori moda. I giovani d’oggi, quelli che si citano con tono critico e scuotendo il capo, ci sono sempre stati anche se a ogni generazione piace credere il contrario. #nonsolobulli #giovanimpegnati #braviragazzi #ragazzicheleggono

Questa mio romanzo è un’avventura lieve e impalpabile che si srotola tra le pagine come l’imprevedibilità della vita, tra durezza e dolcezza imperfette, fresca e delicata perché racconta la vita di tre adolescenti. Anime e corpi giovani, pronti ad affrontare il futuro con coraggio, arrogandosi il diritto di esserci e di avere una voce. Per fortuna.

Le poesie di Valerio sono scritte da Roberta Lipparini, alla quale va la mia affettuosa amicizia, la mia eterna gratitudine e la mia grande ammirazione. Grazie Roby.

Bugi e Roberta (Roberta è quella a destra nella foto 🙂 )

Se la tua colpa è di essere bella (cliccate sul titolo per leggere le specifiche del libro sul sito dell’Editore Feltrinelli) lo trovate dal 10 maggio 2018 nelle vostre librerie di fiducia, a La Feltrinelli o negli store online, in cartaceo o in e-book.

(Ricordate che sostenere con gli acquisti una Libreria Indipendente è come sostenere una preziosa specie in via d’estinzione. Evviva il World WildBook Found!)

Grazie per essere arrivati fin qui!

Buona lettura e fatemi sapere… per voi lettori ci sono sempre!

Sono qui 😉

 

Pubblicato in: Umana

Non si vive di soli libri, ma anche di gatti

Dalì, Salvador

Alle sei di questa mattina il nostro ex-gatto Dalì (si è spostato a vivere dai vicini ma ci frequenta abitualmente) entra in casa dalla gattaiola e lancia un paio di miagolii prima di andarsene di nuovo. Dormivo. Mi giro mi  dall’altra parte immaginando che anche i gatti abbiano le loro paturnie. Dopo un’ora la cosa si ripete e nuovamente seppellisco la testa sotto il cuscino. Più tardi, mentre sto facendo colazione con mio figlio gli racconto quanto accaduto (lui non si sveglia neanche con il ruggito del leone) aggiungendo che mi è sembrato un avvertimento quello di Dalì, uno strano avvertimento.

Indi, il gatto regolarmente residente a casa nostra, stamattina non si vede, ma mio figlio assicura che ieri sera era con lui in mansarda e quindi non c’è ragione di preoccuparsi. Poi ci ripensa: «Ieri sera ho aperto la finestra sul tetto solo per pochi minuti e Indi era profondamente addormentato, non credo che mi abbia fregato». Il tetto è l’unico ambiente della casa vietato ai gatti: ci sono i comignoli e le finestre delle case vicine, dove non tutti gradiscono visite feline. Ovviamente è il posto più ambito dove passare la notte per il nostro gatto residente.

Partendo dal presupposto che un gatto frega sempre un umano, ci precipitiamo in mansarda: il vetro esterno (non lavo frequentemente i vetri) della Velux è pieno di impronte feline. Indi ha 14 anni e una notte sul tetto potrebbe costargli cara.

Quello che è accaduto dopo non è carino da confessare. La scrittrice per ragazzi, io, quella figura rassicurante cui professori e genitori affidano i ragazzi e che guida un gruppo di lettura in biblioteca, spunta dalla finestra del tetto fino al busto; ben visibile nel quartiere, come un campanile; scarmigliata, in canottiera, con un filetto di sgombro sottolio penzolante dalle dita (vera leccornia per il felino residente) e chiama: « Indi! Micio-micio! Pappa buona!!!»

Il caro vecchio Indi dopo la sua notte brava, di tornarsene a casa proprio non ha voglia, passeggia e miagola stando alla larga dalla mia finestra (e io sul tetto non ci salgo di certo). È in ottima salute e punta i piccioni. Me ne vado e lascio lo sgombro in un piattino in mansarda. Poiché, in fondo, io sono l’umana  e lui il gatto, appena si sente al sicuro ed entra a mangiare (meglio lo sgombro sottolio che il piccione da spennare), chiudo la finestra e lui è rimane dentro. Fregato. Chi la fa l’aspetti.

Indi – Indiana Jones

Resta solo da appurare se il nostro ex-gatto Dalì volesse avvertirci che il padrone di casa era rimasto chiuso sul tetto o fosse solo invidioso della cosa. Ai pazienti vicini l’ardua sentenza.

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Dalla vostra spacciatrice di bei libri

Oggi #GiornataMondialeDelLibro
Detesto chi blatera il valore dei libri ma non ne legge nemmeno uno. Di solito sono adulti, i ragazzi leggono oppure no: non mi piace leggere, non ne riconosco il valore e faccio altro. Punto. Mi sembra molto più onesto. Capita che gli adulti di prima dicano ai ragazzi di leggere e magari si rammarichino perché non lo fanno.

Invece di invitare a leggere senza leggere: leggete.

Leggere non è facile, soprattutto all’inizio (non parlo di scuola elementare) e soprattutto ci voglio i libri giusti.

Allora, OGGI (tanto per cominciare), andate da qualcuno che vi conosce e che è un buon lettore e fatevi consigliare un libro. Provate anche con i librai e i bibliotecari, ce ne sono di bravi e se vi spiegate bene riuscite a trovare il libro giusto per voi. Che poi saranno i libri giusti per voi.

Insomma trovate un CONSIGLIERE DI LIBRI (uno dei miei mestieri preferiti) e cominciate. Se davvero credete “sulla parola” al valore dei libri, diventate militanti della lettura. Sarà un piacere per voi e se ci sono ragazzi che non leggono intorno a voi: tacete e leggete!

Parafrasando una famosa frase di Rousseau: “La lettura non può sussistere senza libertà, né la libertà senza i libri, né i libri senza lettori. Ora, formare i lettori non è affare di un giorno; e per avere dei lettori adulti bisogna istruirli da bambini.”

I miei ultimi due libri del cuore:

“La Biblioteca delle lettere è una sezione della libreria in cui i libri non sono in vendita. I clienti possono leggerli ma non portarli a casa. Il concetto è che possono sottolineare le parole o le frasi che amano. Possono scrivere parole a margine. Possono lasciare lettere per le persone che li hanno letti e che sono passate da lì prima di loro.” da Io e te come un romanzo, di Cath Crowley.

Una ragazza del gruppo lettura Leggere Ribelle (Sara 19 anni) lo ha presentato definendolo un libro che racconta come i giovani non debbano mai stare in silenzio davanti alle ingiustizie, di qualsiasi tipo esse siano.

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Una ciotola di emozioni forti… è solo Letteratura!

La potenza narrativa di un buon romanzo, a mio parere, non può essere rinchiusa in nessun clichè, affonda la sua radice creativa nell’autore stesso e si rivolge a chiunque sappia o voglia ascoltare una storia.

Aggiungo tre romanzi ai miei libri del cuore….

The stone – di Guido Sgardoli! Bellissimo, non si discute! Per carità, ambientazione e storia sono nelle mie corde ma nella narrativa ragazzi italiana un libro così, è inconsueto. Rompe gli schemi e appassiona senza limiti o timori bigotti. Questa è la strada giusta per dare valore alla nostra narrativa contemporanea. Bravi quelli di Piemme! …E in più: è lungo, che sembra che gli scrittori per ragazzi italiani fatichino a scrivere a differenza dei colleghi inglesi o americani che accumulano pagine su pagine.

Gli scrittori per ragazzi italiani sono bravi, a volte più bravi dei loro colleghi considerati di serie A per adulti!

Dello stesso autore ho apprezzato The frozen boy per vari motivi, non ultimo quello di saper vedere oltre la convinzione che i libri per ragazzi prevedano protagonisti ragazzi e imprigionino in un mondo a dimensione di ragazzo la forza narrativa di una storia.

 

 

L’isola delle balene – di M. Morpurgo (Ed. Il Castoro) è un’altra avventura fatta di mare e di vento. Una storia magica e affascinate che mescola le antiche leggende con un pizzico di spirito ecologista contemporaneo.

Infine Da quando ho incontrato Jessica – di Andrew Norriss (Ed. Il Castoro) per affrontare un tema molto forte con una dimensione alternativa, con il coraggio della narrazione originale e di stampo visivo e coinvolgente. 

 

 

 

 

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Contro l’inutilità delle storie

Ancora oggi una storia come quella dei Tre moschettieri conquista lettori e spettatori. La nuova serie tv e le recenti traduzioni del libro lo confermano. Mia madre ottantatreenne ricorda che da piccola la nonna le raccontava il romanzo di Dumas immedesimandosi e arrabbiandosi con quella maledetta di  Milady! Ai primi del secolo scorso gli spettatori si spaventavano nelle prime proiezioni del cinematografo e negli anni ’40 le radio erano a galena. Oggi I tre moschettieri è un libro che si trova ancora in libreria, spesso definito per ragazzi. Questo e altri classici rimangono i veri best seller, oggi che l’apparecchio radio non esiste quasi più e alla playstation si gioca in definizione 4K.

Giorni fa mi trovavo a cena con quattro adolescenti e una bambina. Due figli e tre nipoti. Unici adulti io e un’altra zia. Sono intervenuta nella conversazione un paio di volte e poi ho cominciato a fare quello che faccio di solito e cioè ascoltarli. È un mondo che mi affascina il loro, li seguo dai tempi ormai superati di facebook, li osservo e mi meraviglio e diverto. Sono brillanti e cambiano con una velocità impressionante. Io scrivo e il mio lettore ideale è un adolescente. Per il mio lettore ideale ho un grandissimo rispetto. Una volta ho sentito dire dai ragazzi: Basta fotografarci narrativamente nei libri! I vostri personaggi non saranno mai davvero come noi. Già, una grande verità e un colpo da ammortizzare per chi come me vorrebbe scrivere di e per loro. Dialogare con loro attraverso le storie. Non insegnare ma dialogare ed emozionarli.

Tra i responsabili dei fatto che i ragazzi leggono poco ci siamo noi scrittori e le nostre storie, ne sono convinta. Alcuni di noi sono ancora persuasi che i libri servano ad educarli e che i ragazzi non meritino la lettura dei romanzi in quanto tali. A volte è un educare subdolo, travestito, non facile da riconoscere per gli adulti, ma che i ragazzi fiutano subito. Non ce lo dicono lasciandoci l’illusione di aver scritto un bel libro, ma loro sanno. I ragazzi non si sprecano a parlare con gli adulti che non vogliono ascoltare, consapevoli che sia fatica inutile. E loro non faticano senza motivo.

Tra i ringraziamenti dei libro “Da quando ho incontrato Jessica” l’autore Andrew Norriss  scrive: “Al mondo ci sono due tipi di scrittori: quelli che si siedono e iniziano a scrivere senza avere in mente un’idea precisa di dove possa portare la loro storia e quelli a cui piace pianificare tutto prima d’iniziare. (…) Io faccio parte dei pianificatori ma nutro una segreta ammirazione per quelli che riescono a buttarsi in una storia, scrivere migliaia e migliaia di parole confidando solo nel fatto che il loro intuito artistico riuscirà a tenere le fila del discorso e a produrre un risultato finale soddisfacente. È una tecnica, lo so, in grado di tirare fuori il meglio o il peggio della scrittura, ma io l’ho provato soltanto una volta in vita mia – e questo libro ne è il risultato.” E che libro, aggiungo io. Mi ritrovo tra i primi, i non pianificatori, e mi ritrovo perfettamente nelle parole di Norriss. Questo libro non cerca personaggi adolescenti da fotografare, anche perché gli adolescenti cambiano e si adattano così velocemente ai cambiamenti che ogni fotografia narrativa sarebbe già vecchia all’uscita del libro che la contiene. No, questo libro parla di problemi attualissimi con un linguaggio contemporaneo. È un romanzo. L’empatia c’è con il lettore non perché lo scrittore cerchi di immedesimarsi nei protagonisti adolescenti, ma perché guarda quello che guardano loro. I protagonisti e lo scrittore osservano lo stesso problema sociale, lo affrontano insieme, come persone distinte che possono anche arrivare a conclusioni diverse. Non risposte, ma domande. Non soluzioni statiche, ma fluidità. Non cercare di addomesticare/educare il lettore lo considero una forma di rispetto e una buona possibilità di scrivere romanzi che restino nel tempo e sappiano dialogare con il lettore, emozionarlo.

Alcuni scrittori non leggono (sembra strano ma è così), io leggo e i bei libri mi aiutano a capire me stessa e le mie storie. Le vie da esplorare per narrare in un romanzo e quello che non devo e non voglio proprio fare.

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Chi ha paura di Babbo Natale?

Archivio e faccio bilanci. Sempre. È un vizio. E quest’anno, per l’articolo natalizio, vado sul personale.

Da ragazzina volevo fare l’attrice, sì sono stata un’undicenne folgorata su una poltrona del teatro Brancaccio di Roma; all’università scoprii il cinema, il dietro le quinte del cinema e il montaggio cinematografico: se le immagini sono la voce di un film il montaggio ne è il timbro; poi scoprii l’amore, che non ha nulla a che fare con il banale colpo di fulmine, l’amore gratuito che t’insegna a dare senza ritegno e i viaggi che però mi hanno accompagnato per tutta la vita, fino a tre anni fa. Quindi le storie prima raccontate e poi scritte.

C’è un filo conduttore nella mia vita che è il pozzo creativo e la ricerca di un’espressione che sia mia, che mi si adegui. Ho paura a definirmi scrittrice, non ho il dono di saper scrivere, ho solo imparato. Non so cantare, dipingere, scolpire. Mi piaceva scrivere sceneggiature, perchè sono un mezzo, non il prodotto artistico. Sono sempre stata creatività dirompente intrappolata in un corpo e un intelletto incapaci di assecondarla.

Dunque, infine (dai 40 ai 50 si può dire), ho vissuto tra le storie e nel mondo che le circonda con editori e scrittori, quelli bravi che conosci sui libri e a volte anche di persona. E i dubbi, la ricerca di una strada, la solitudine e gli abbandoni che ti scuotono e destabilizzano ma indiscutibilmente ti rendono viva e reattiva.

Quindi mi sono data le MIE regole, che come tutte le regole possono essere ignorate o svalutate ma restano.

Cara mia, mi sono detta, vedi di non dimenticare che…

sei una scrittrice solo quando un lettore (ragazzo o adulto che sia) ha scelto il tuo libro dopo essere entrato in una Libreria (virtuale o meno). Tra altre ha scelto la tua storia. Senza scuse, senza false illusioni o compromessi: questo è un dato di fatto.

Scrivere è durissimo e ci vuole coraggio e forza per lottare per le proprie storie; ci vuole umiltà e capacità di ricominciare, di cadere e di rialzarsi. Una scrittrice è una combattente, altrimenti è scrittura redazionale, non creativa. Scrivere per te è: non-aver-potuto-far-a-meno-di-immaginare quella storia e cercare di adoperare le parole giuste per raccontarla.

Scrivere significa mettersi a nudo, senza pudore, anche se sei brutta.

Scrivere è non riuscire a capire da dove arrivano le tue storie.

Non si costruisce un autore-personaggio ma un libro che non ti appartiene, che diventa del lettore perché è la sua immaginazione a far esistere la tua storia. Altrimenti rimane morta, sulla carta. Nei libri c’è totale libertà e questo deve far paura allo scrittore. Ti deve far paura.

Se negli anni a venire continuerò a rispettare queste regole con frutti economicamente dignitosi come quest’anno, avrò trovato il nome per il mestiere che faccio. Quel mestiere bellissimo che spaccia sogni per far sedimentare esperienze non vissute ma vive, che dona libertà e spirito critico e che migliora con il tempo come il vino buono.

Tutti abbiamo bisogno di alimentarci di emozioni: possiamo farlo con i pochi minuti di una canzone, con un paio di ore di film e con il tempo a lievitazione lunga dei libri, muri portanti sempre, in epoca digitale o analogica che sia. Essere il creatore di un piccolo sassolino di quei muri è uno sporco lavoro. Non è lavoro per chi è vanitoso, belloccio, ordinato e coordinato. Ci s’imbratta, ti manca  spesso il respiro, i muscoli dolgono e si passa per troppe vite per uscirne indenni. Eppure un buon libro è come un lavoro ben fatto e dà soddisfazione vederlo in giro. Ti avvicini orgoglioso agli scaffali in libreria, lo guardi con fare indifferente come se non fossi tu ad averlo scritto. Sei in incognito anche quando ascolti le critiche o gli elogi o le letture che tu non hai mai neanche immaginato.

Chi ha paura di Babbo Natale? Chi è Babbo Natale? E’ qualcuno invisibile.

Solo se non hai paura di essere invisibile puoi essere uno scrittore o una scrittrice. Me lo ripeto spesso.

Auguri!

Le mie storie (fino ad oggi!)

Una storia che parla d’amore

Una storia che parla di sogni

Una storia che parla di sfide

Una storia che parla di misteri

Una storia che parla di poesia

Una storia che parla di confini

Una storia che parla di avventura

Una storia che parla di coraggio

Una storia che  parla di difficoltà

Una storia che parla di amicizia

Una storia che parla di dolore

…e se sei arrivato fin qui: Buon Natale e Felice Anno Nuovo!