Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Donne in corriera e madri da tartufo

Leoni da tastiera…

Leggo, li leggo tutti dal primo all’ultimo con attenzione. Non c’è una linea coerente di critica all’articolo ma una pioggia di idee a volte confuse a volte rabbiose, raramente argomentate. Non c’è la logica del dialogo o una discussione reale come farebbe la Biancardi in classe. Sopratutto si parla di false denunce di molestie da parte delle donne e l’ipotesi più gettonata è che laura voglia diventare una modella o un’attrice e abbia trovato il modo per farsi pubblicità. (…) È tutta roba da cinquantenni…”

Sono le parole di Valerio nel mio Se la tua colpa è di essere bella. Un libro cui tengo molto. Lo cito perché il social su cui scrivo anch’io è abitato dai Leoni da tastiera (che è pure il titolo del capitolo). Io commento poco e scrivo poco su fb. A dire il vero ho un profilo privato con amici e persone con i miei stessi interessi e la mia stessa educazione. Preferisco così. Essere nella mia isoletta felice di buon senso e utili discussioni. Mi guardo bene dal pescare amici nel mare dell’orrore e delle ingiurie. Un ecosistema senza leggi, un Far West virtuale che sparge sangue peggio di Tarantino, abitato da tutti: dai politici ai divi del cinema, pochi riescono a star fuori. Si entra anche solo per sbirciare gli altri, gli amici. Solo lì siamo quello che vorremmo essere, ma non possiamo essere davvero nella vita.

E la questione, in certi casi, prende una piega che fa rabbrividire.

Come dice Valerio, sono i cinquantenni a dare l’esempio di come si fomenta l’odio e la violenza.
I miei lettori ideali (come scrittrice) non ci sono nei vecchi social. Perché, allora, quelle parole sopra citate sono in libro per ragazzi/giovani adulti? Perché un libro per ragazzi non è solo per ragazzi ma per tutti e parla a tutti. E l’ispirazione arriva dalla realtà. Ecco perché quel “per ragazzi” non mi piace.
La conclusione è che i ragazzi se ne sono andati altrove per comunicare tra loro e alla loro maniera. Noi un po’ l’inseguiamo e un po’ no. Per fortuna. Possiamo scimmiottarli ma siamo lontano anni luce dalla loro filosofia della comunicazione. È un’altra lingua, un altro mondo. Anche noi da ragazzi fuggivamo dagli adulti.
Sicuramente esiste il fenomeno del cyberbullismo, ma esistono anche tanti ragazzi sani. Ho due figli maschi e a loro certi commenti rivolti a una donna (o rivolti a chiunque) non sarebbero neanche mai venuti in mente, come non sarebbero venuti in mente ai loro amici. E non sono il genitore che non sa valutare i propri figli, anche questa sarebbe una facile accusa da cinquantenne disilluso e sofferente, incapace di godere della propria età, dei rapporti umani (che sono cosa meravigliosa) e della bellezza che ci circonda. Perché la bellezza esiste, anche in questi tempi bui, basta cercarla e saperla vedere. Una buona direzione in cui incanalare energie.

 

Scrivere è dar voce a una storia che scorre sottopelle e che una volta stampata l’autore o l’autrice affida al lettore. Sarà il lettore a dargli un senso. Il proprio. Ma i veri lettori esistono nel nostro Paese?

E questa è un’altra storia, un altro articolo…

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Gruppi di lettura per adolescenti: appunti di viaggio

Ho avuto la fortuna di coordinare un gruppo di lettori adolescenti ( LEGGERE RIBELLE ) che ha concluso la sua prima stagione qualche giorno fa e sento il desiderio di condividere in questo articolo alcune considerazioni tratte dalla mia esperienza. Questo blog è per me un diario professionale e anche personale, lì dove il mio mestiere e la mia vita si sovrappongono.

Io sono un’autrice, ma da vent’anni, da quando ho cominciato a scrivere storie con protagonisti ragazze e ragazzi, non ho mai smesso di leggere romanzi di colleghe e colleghi italiani e stranieri e di curiosare ovunque si parli con competenza di promozione/educazione alla lettura. Oggi essere un’autrice (etichettata) per ragazzi ha poco a che vedere con la visone romantica della scrittrice tout court.

Non so bene quando mi sia venuto in mente di provare creare sul territorio dove vivo uno spazio dedicato ai lettori dai 13 ai 17 anni, ma in realtà credo di averlo meditato e studiato per anni. Forse non pensavo neanche che un giorno lo avrei fatto davvero.

Dopo un incontro in una scuola per uno qualunque dei miei romanzi, non so bene perché, ma si finiva per restare sempre a chiacchierare di libri con un gruppo di ragazze e ragazzi, che spesso mi sacrificavano la ricreazione. Non mi è mai piaciuto fare incontri con platee enormi, dove posso spezzetto, resto ore in più con lo stesso compenso (!) ma cerco il dialogo e il confronto personale con i miei lettori. Sempre. Consigliavo libri e finivo per raccontarli in breve e vedevo occhi affamati intorno a me. Insomma la fame di libri tra gli adolescenti c’è. I potenziali lettori si nascondono ovunque.

Quello che mancava, dunque, era uno scaffale dove trovare buoni romanzi di narrativa contemporanea. Libri sconosciuti nelle scuole e poco venduti/proposti nelle librerie se non in quelle specializzate. Buona letteratura pluripremiata da anni in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e non solo, ma per lo più sconosciuta agli adolescenti in Italia.

Come a volte capita, forse si sono allineati i pianeti giusti, ho incontrato un’educatrice territoriale Paola Zermian che crede nel potere dei buoni romanzi in età adolescenziale e una bibliotecaria indomita e quindi tutto è cominciato.

Tre importanti punti da unire per partire con un gruppo di lettura dedicato ai ragazzi dai 13 ai 17: una pedagogista, una persona che conosce bene il territorio e una lettrice forte in grado di portare agli adolescenti i libri giusti per far nascere la passione per la lettura o anche solo alimentarla adeguatamente.

Quali sono i libri giusti? Quelli che consigliano altri lettori adolescenti.

Questo è il principio da cui parte tutto. Se mi sento in grado di proporre libri a un gruppo di ragazzi è perché per anni e anni ho letto libri consigliati da lettori adolescenti esperti (come quelli, per esempio, del festival di Mare di libri di Rimini). Da lì tutto è cominciato. Ho ascoltato autori come Murail, Chambers, Burgess e parecchi altri, ho partecipato a seminari organizzati da Festivaletteratura di Mantova o Hamelin di Bologna e partendo dai gusti dei ragazzi e della scrittura di grandi autori contemporanei pluripremiati e grandi educatori alla lettura, sono nate le mie bibliografie. Anni di letture. Anni ad ascoltare consigli letterari di esperti che stimo e ammiro. Anni ad approfondire gli spunti che mi arrivavano. Anni, non giorni e solo per avere un piccola formazione. Lo riconosco.

Lo ribadisco perché un gruppo di lettura per ragazzi adolescenti non s’improvvisa. Quando s’improvvisa, scusate se lo scrivo e sono antipatica, si fanno danni o al massimo non si creano lettori (e allora un club serve solo ad alimentare l’ego dell’adulto che lo dirige). Che danni? Più che danni, occasioni perse: non si allargano le prospettive di lettura con buoni libri; non si affina il gusto per la lettura che poi con il tempo porterà il lettore a cercare altri buoni romanzi, i propri buoni romanzi, scegliendo con cognizione di causa.

I libri giusti sono quei romanzi che sono ben scritti e raccontano una buona storia e che affrontano argomenti forti e vibranti, perché se vogliamo creare lettori (o la passione per la lettura) tra i giovani adolescenti dobbiamo mirare al cuore e toccare le loro emozioni.

Di autori contemporanei perché vicini alla realtà dei potenziali lettori e vivi perché non si facciano l’idea che la letteratura appartenga solo a persone morte. (I mestieri creativi esistono anche oggi).

Scrittura contemporanea di grande qualità+una buona storia+emozioni.

Altro particolare importante è che non si deve obbligare nessuno a leggere un certo romanzo, ma si può, a ogni incontro, offrire un ventaglio di proposte invitanti e accattivanti, soprattutto se si accolgono lettori dai 13 ai 17 anni, che sono molto diversi tra loro. Noi siamo arrivati ad avere sul nostro scaffale dei libri 100 romanzi, in un anno e 10 incontri. Ognuno affronta la lettura quando vuole e quando se la sente, non c’è obbligo. Ci sono molti buoni romanzi diversi tra loro. Si può leggere di quello che interessa o stimola di più in quel preciso momento della vita, senza imposizioni. E poi ogni lettore può portare le proprie proposte di lettura.

Dunque, a ogni incontro si potrà scegliere liberamente un libro da leggere, che poi con naturalezza spesso diventano più di uno. I buoni libri mettono appetito.

Il libro letto poi si racconta/ propone agli altri giovani lettori senza fare spoiler e con l’entusiasmo o il non entusiasmo che ha suscitato la lettura. Se si sono letti gli stessi libri (capita naturalmente) se ne discute. Ne discutono tra lettori. Certi romanzi arrivano poi sul blog del gruppo sotto forma di consigli letterari. Quindi se l’argomento che attira il lettore adolescente è forte, verrà letto/vissuto, poi raccontato e quindi addirittura scritto. Tutto questo si chiama crescere con i libri, diventare lettori consapevoli e autorevoli, saper parlare e scrivere e pensare. Un’operazione delicatissima che va fatta con responsabilità nonostante sostanzialmente per i ragazzi sia solo leggere insieme. Ecco perché un’educatrice esperta di dinamiche di gruppo adolescenziali c’è, osserva, legge, supporta.

Perché un blog?

Il blog è la voce della piccola impresa di alcuni ragazzi adolescenti nel mondo della lettura; lascia una traccia nel tempo per noi e per gli altri; combatte l’immagine del ragazzo lettore come solitario e casalingo, lo trasforma in leader positivo: i ragazzi che leggono creano ragazzi che leggono.

Importanti sono soprattutto i momenti di verifica e riflessione tra gli organizzatori ma anche tra gruppi di lettura.

Ecco a cosa serve fare rete: al confronto. E serve uscire dalle pareti della biblioteca, zona confort, e andare ai festival, partecipare a iniziative collettive, incontrare autori e conoscere altri ragazzi che partecipano ad altri gruppi di lettura.

E ancora, chi si prende il piacere e l’onere di organizzare un gruppo di lettura deve fare autocritica se necessario e i conti con i bilanci di fine anno; senza timore, senza vergogna verificare con chi l’affianca i punti critici e migliorarsi, perché tutti sbagliamo e tutti possiamo migliorare.

Insomma fare le cose per bene per creare lettori adolescenti, per far crescere quelli deboli e alimentare quelli forti, non ha nulla a che vedere con l’improvvisazione sopratutto in un Paese di adulti non lettori.

Come per il teatro e per la danza così anche per la scrittura, tutti si sentono autorizzati e competenti per scrivere libri, fare corsi di scrittura o organizzare gruppi di lettura per ragazzi adolescenti (che sono cosa diversa da quelli per adulti).

Nessuno manderebbe il proprio figlio in una scuola dove insegnano docenti che non hanno una laurea e non sono abilitati all’insegnamento, ma nessuno ha problemi a comprare un libro di pessima qualità per i propri figli o per sé… ma questa è un’altra storia e un altro articolo.

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Narrazioni necessarie e il mestiere dello scrittore

Sabato scorso ero alla premiazione del Premio Salgari nella bellissima villa Rizzardi di Negrar a Verona. Durante gli ultimi mesi i tre finalisti hanno realizzato parecchi incontri con i lettori, gli studenti nelle scuole e i detenuti del carcere circondariale. È stata letta una lettera che un detenuto ha scritto a uno degli autori, il suo vincitore del Premio. Mi sono commossa, perfino l’autore chiamato in causa, Matteo Strukul, non trovava le parole per replicare, e non è persona cui mancano le parole. Mio figlio, che ha accompagnato gli scrittori nel carcere, mi ha raccontato che le discussioni sono state sempre molto interessate e ricche di contenuti. A parte il riferimento alla lettura come evasione, il carico emotivo della lettera era importante. Mi ha fatto riflettere quell’uomo e in generale l’incontro con l’autore tra le mura di un carcere.

Io credo nella forza del libri ben scritti, meno alle performance degli autori che li accompagnano.  A differenza di quello con i detenuti e nelle scuole, agli incontri con lo scrittore spesso partecipano poche persone, non tutte così interessate, se non quando sono coinvolti autori famosissimi.

Quando si diventa scrittori? mi viene da chiedermi. Aidan Chambers nelle Confessioni del giovane Tidman fa dire al protagonista (ma potrebbe essere lui a dirlo) che fino a quando non pubblichi un libro non sei uno scrittore. Vero. Come un attore ha bisogno di un pubblico per recitare, così lo scrittore ha bisogno dei lettori. Oggi si ha tutto e subito e pubblicare è semplice. Auto-pubblicazioni e piccole case editrici a pagamento imperversano ma non garantiscono lettori. Quindi direi che per diventare scrittore, checché se ne dica, bisogna anche essere testardi e tenaci e arrivare a essere selezionati da una casa editrice molto seria che abbia una buona distribuzione e creda nell’autore tanto da investire in lui fatica e denaro propri.

C’è una responsabilità nell’essere scrittori e nell’essere editori. Scrivere romanzi non è un hobby o un lavoro inutile. Le storie possono avere un grande potere, hanno un loro ruolo quando il lettore non è finto o pseudo-colto, ma ha davvero bisogno di una narrazione.  Quella lettera rendeva evidente quanto è potente un buon romanzo e come la parola scritta entri affilata nella vita di una persona bisognosa. Ma tutti possiamo aver bisogno di una storia. E forse inizialmente abbiamo più bisogno di buone storie semplici e avventurose, avventure reali o dell’anima, perché spesso leggiamo solo in situazioni di emergenza. Lì riscopriamo il valore di un libro. E non credo che unicamente le mura di un carcere circondariale creino situazioni d’emergenza e di bisogno.

Essere scrittore o scrittrice vuol dire fare un mestiere che ha un valore. Non è cosa così scontata da non doverla  ripetere. Come non lo è ribadire che lo stesso discorso vale per chiunque faccia un mestiere creativo.

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Contro l’inutilità delle storie

Ancora oggi una storia come quella dei Tre moschettieri conquista lettori e spettatori. La nuova serie tv e le recenti traduzioni del libro lo confermano. Mia madre ottantatreenne ricorda che da piccola la nonna le raccontava il romanzo di Dumas immedesimandosi e arrabbiandosi con quella maledetta di  Milady! Ai primi del secolo scorso gli spettatori si spaventavano nelle prime proiezioni del cinematografo e negli anni ’40 le radio erano a galena. Oggi I tre moschettieri è un libro che si trova ancora in libreria, spesso definito per ragazzi. Questo e altri classici rimangono i veri best seller, oggi che l’apparecchio radio non esiste quasi più e alla playstation si gioca in definizione 4K.

Giorni fa mi trovavo a cena con quattro adolescenti e una bambina. Due figli e tre nipoti. Unici adulti io e un’altra zia. Sono intervenuta nella conversazione un paio di volte e poi ho cominciato a fare quello che faccio di solito e cioè ascoltarli. È un mondo che mi affascina il loro, li seguo dai tempi ormai superati di facebook, li osservo e mi meraviglio e diverto. Sono brillanti e cambiano con una velocità impressionante. Io scrivo e il mio lettore ideale è un adolescente. Per il mio lettore ideale ho un grandissimo rispetto. Una volta ho sentito dire dai ragazzi: Basta fotografarci narrativamente nei libri! I vostri personaggi non saranno mai davvero come noi. Già, una grande verità e un colpo da ammortizzare per chi come me vorrebbe scrivere di e per loro. Dialogare con loro attraverso le storie. Non insegnare ma dialogare ed emozionarli.

Tra i responsabili dei fatto che i ragazzi leggono poco ci siamo noi scrittori e le nostre storie, ne sono convinta. Alcuni di noi sono ancora persuasi che i libri servano ad educarli e che i ragazzi non meritino la lettura dei romanzi in quanto tali. A volte è un educare subdolo, travestito, non facile da riconoscere per gli adulti, ma che i ragazzi fiutano subito. Non ce lo dicono lasciandoci l’illusione di aver scritto un bel libro, ma loro sanno. I ragazzi non si sprecano a parlare con gli adulti che non vogliono ascoltare, consapevoli che sia fatica inutile. E loro non faticano senza motivo.

Tra i ringraziamenti dei libro “Da quando ho incontrato Jessica” l’autore Andrew Norriss  scrive: “Al mondo ci sono due tipi di scrittori: quelli che si siedono e iniziano a scrivere senza avere in mente un’idea precisa di dove possa portare la loro storia e quelli a cui piace pianificare tutto prima d’iniziare. (…) Io faccio parte dei pianificatori ma nutro una segreta ammirazione per quelli che riescono a buttarsi in una storia, scrivere migliaia e migliaia di parole confidando solo nel fatto che il loro intuito artistico riuscirà a tenere le fila del discorso e a produrre un risultato finale soddisfacente. È una tecnica, lo so, in grado di tirare fuori il meglio o il peggio della scrittura, ma io l’ho provato soltanto una volta in vita mia – e questo libro ne è il risultato.” E che libro, aggiungo io. Mi ritrovo tra i primi, i non pianificatori, e mi ritrovo perfettamente nelle parole di Norriss. Questo libro non cerca personaggi adolescenti da fotografare, anche perché gli adolescenti cambiano e si adattano così velocemente ai cambiamenti che ogni fotografia narrativa sarebbe già vecchia all’uscita del libro che la contiene. No, questo libro parla di problemi attualissimi con un linguaggio contemporaneo. È un romanzo. L’empatia c’è con il lettore non perché lo scrittore cerchi di immedesimarsi nei protagonisti adolescenti, ma perché guarda quello che guardano loro. I protagonisti e lo scrittore osservano lo stesso problema sociale, lo affrontano insieme, come persone distinte che possono anche arrivare a conclusioni diverse. Non risposte, ma domande. Non soluzioni statiche, ma fluidità. Non cercare di addomesticare/educare il lettore lo considero una forma di rispetto e una buona possibilità di scrivere romanzi che restino nel tempo e sappiano dialogare con il lettore, emozionarlo.

Alcuni scrittori non leggono (sembra strano ma è così), io leggo e i bei libri mi aiutano a capire me stessa e le mie storie. Le vie da esplorare per narrare in un romanzo e quello che non devo e non voglio proprio fare.

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Chi ha paura di Babbo Natale?

Archivio e faccio bilanci. Sempre. È un vizio. E quest’anno, per l’articolo natalizio, vado sul personale.

Da ragazzina volevo fare l’attrice, sì sono stata un’undicenne folgorata su una poltrona del teatro Brancaccio di Roma; all’università scoprii il cinema, il dietro le quinte del cinema e il montaggio cinematografico: se le immagini sono la voce di un film il montaggio ne è il timbro; poi scoprii l’amore, che non ha nulla a che fare con il banale colpo di fulmine, l’amore gratuito che t’insegna a dare senza ritegno e i viaggi che però mi hanno accompagnato per tutta la vita, fino a tre anni fa. Quindi le storie prima raccontate e poi scritte.

C’è un filo conduttore nella mia vita che è il pozzo creativo e la ricerca di un’espressione che sia mia, che mi si adegui. Ho paura a definirmi scrittrice, non ho il dono di saper scrivere, ho solo imparato. Non so cantare, dipingere, scolpire. Mi piaceva scrivere sceneggiature, perchè sono un mezzo, non il prodotto artistico. Sono sempre stata creatività dirompente intrappolata in un corpo e un intelletto incapaci di assecondarla.

Dunque, infine (dai 40 ai 50 si può dire), ho vissuto tra le storie e nel mondo che le circonda con editori e scrittori, quelli bravi che conosci sui libri e a volte anche di persona. E i dubbi, la ricerca di una strada, la solitudine e gli abbandoni che ti scuotono e destabilizzano ma indiscutibilmente ti rendono viva e reattiva.

Quindi mi sono data le MIE regole, che come tutte le regole possono essere ignorate o svalutate ma restano.

Cara mia, mi sono detta, vedi di non dimenticare che…

sei una scrittrice solo quando un lettore (ragazzo o adulto che sia) ha scelto il tuo libro dopo essere entrato in una Libreria (virtuale o meno). Tra altre ha scelto la tua storia. Senza scuse, senza false illusioni o compromessi: questo è un dato di fatto.

Scrivere è durissimo e ci vuole coraggio e forza per lottare per le proprie storie; ci vuole umiltà e capacità di ricominciare, di cadere e di rialzarsi. Una scrittrice è una combattente, altrimenti è scrittura redazionale, non creativa. Scrivere per te è: non-aver-potuto-far-a-meno-di-immaginare quella storia e cercare di adoperare le parole giuste per raccontarla.

Scrivere significa mettersi a nudo, senza pudore, anche se sei brutta.

Scrivere è non riuscire a capire da dove arrivano le tue storie.

Non si costruisce un autore-personaggio ma un libro che non ti appartiene, che diventa del lettore perché è la sua immaginazione a far esistere la tua storia. Altrimenti rimane morta, sulla carta. Nei libri c’è totale libertà e questo deve far paura allo scrittore. Ti deve far paura.

Se negli anni a venire continuerò a rispettare queste regole con frutti economicamente dignitosi come quest’anno, avrò trovato il nome per il mestiere che faccio. Quel mestiere bellissimo che spaccia sogni per far sedimentare esperienze non vissute ma vive, che dona libertà e spirito critico e che migliora con il tempo come il vino buono.

Tutti abbiamo bisogno di alimentarci di emozioni: possiamo farlo con i pochi minuti di una canzone, con un paio di ore di film e con il tempo a lievitazione lunga dei libri, muri portanti sempre, in epoca digitale o analogica che sia. Essere il creatore di un piccolo sassolino di quei muri è uno sporco lavoro. Non è lavoro per chi è vanitoso, belloccio, ordinato e coordinato. Ci s’imbratta, ti manca  spesso il respiro, i muscoli dolgono e si passa per troppe vite per uscirne indenni. Eppure un buon libro è come un lavoro ben fatto e dà soddisfazione vederlo in giro. Ti avvicini orgoglioso agli scaffali in libreria, lo guardi con fare indifferente come se non fossi tu ad averlo scritto. Sei in incognito anche quando ascolti le critiche o gli elogi o le letture che tu non hai mai neanche immaginato.

Chi ha paura di Babbo Natale? Chi è Babbo Natale? E’ qualcuno invisibile.

Solo se non hai paura di essere invisibile puoi essere uno scrittore o una scrittrice. Me lo ripeto spesso.

Auguri!

Le mie storie (fino ad oggi!)

Una storia che parla d’amore

Una storia che parla di sogni

Una storia che parla di sfide

Una storia che parla di misteri

Una storia che parla di poesia

Una storia che parla di confini

Una storia che parla di avventura

Una storia che parla di coraggio

Una storia che  parla di difficoltà

Una storia che parla di amicizia

Una storia che parla di dolore

…e se sei arrivato fin qui: Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

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Non crediamo più nelle storie?

foto-specchioQuest’anno il post natalizio è un po’ così. In realtà si tratta di una mia riflessione.

Le storie ci hanno tenuto compagnia dai tempi più antichi, hanno affascinato generazioni di bambini, ragazzi e adulti. Le ultime storie sono state quelle dei nonni o quelle raccontate mentre la sera nelle stalle ci si scaldava facendo filò. La narrazione orale ha trovato l’immortalità nella scrittura, i libri fissano le storie come il cinematografo ha fermato sulla pellicola il volto senza età degli attori. Oggi le storie non le racconta quasi più nessuno e pochi leggono i libri, ma riconoscendone il valore, le storie sono finite a scuola tra i banchi, prima o dopo la ricreazione.

Che bello!

Insomma.

Ci sono ancora i narratori? Sì, i narratori per bambini ci sono e la bellezza delle loro storie arriva in albi meravigliosi e in splendidi libri illustrati. Eppure non sempre raggiungono i bambini. Tranne il nobile lavoro di alcuni lettori volontari, a scuola quando arriva un autore si fa un “laboratorio”.

Che vuol dire? Che non si ha fiducia nella “storia”. Se si teme che questa non possa catturare i bambini la si imbriglia in altre attività: disegno, fumetto, teatrino, canzone.

Vuol dire che non è una buona storia allora, oppure che non si crede in essa. Oppure che non si credono i bambini capaci di ascoltare. Ma l’ascolto come la scrittura sono abilità e vanno esercitate. Se non crediamo nelle nostre storie e non crediamo nei bambini,  dovremmo cambiare mestiere.

Quando i bambini crescono, a scuola i libri diventano sempre più spesso un ausilio per lo studio, per l’educazione civica e quella sociale. Raramente per l’educazione ai sentimenti. Sono, a volte, il prolungamento di personalità autoriali affascinanti che diventano fulcro al posto delle storie. Giornalisti, storici, naturalisti non devono mancare tra i ragazzi e gli adolescenti, ma loro raccontano la Società, la Storia, la Natura, non “storie” (salvo eccezioni).

Non dobbiamo dimenticare che un buon libro ha il potere di istruirci empaticamente alla vita, perché allora proprio ai ragazzi e agli adolescenti arrivano più manuali che storie? Perché ostinarsi a spiegare concetti invece di lasciar vivere e sperimentare nelle storie?

Un buon libro che conquisti, emozioni e lasci ragazzi e adolescenti realmente affamati di altri libri, non arriva così facilmente tra le loro mani, nonostante gli eventi di promozione della lettura, i buoni librai e bibliotecari. Questo non perché manchino buoni narratori, ma perché non si crede più nelle storie, nel loro potere assoluto.

Un autore di libri o un illustratore tra i ragazzi e gli adolescenti dovrebbe essere sempre al servizio della sua storia, non viceversa, e sarebbe bello portare nelle scuole solo la passione per le buone storie, null’altro.

Se spacciamo buoni libri, questi creeranno dipendenza.

Capisco che vendere è il primo obbiettivo di una casa editrice e di un autore, ma come dimostrato fuori dal nostro Paese, se abbiamo fiducia nei nostri ragazzi e scriviamo buone storie facilmente arriverà anche la tranquillità economica.

Si cercano, invece, secondo me, delle scappatoie; è faticoso scalare una montagna, meglio girarci attorno, ma così facendo non sapremo mai cosa si prova quando si è in cima. L’aria fredda e tersa, il cielo di un colore indescrivibile, il grido dei rapaci, i mughi piegati, lo sguardo incerto di un camoscio, il nostro respiro che entra in sintonia con il silenzio.

Torniamo ad avere fiducia nelle storie e nei ragazzi, daremo vigore ai libri e creeremo lettori forti che sapranno costruire il loro domani con coraggio. Le storie non sono salvifiche più di qualsiasi altra forma d’arte, ma aiutano tutti noi a scegliere chi vogliamo essere in una società che ha conquistato la globalizzazione e la capacità di ignorare la sofferenza degli uomini, degli animali e della propria terra.

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AUGURI!

 

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Intervista all’autore: Giuliana Facchini (e Brik, il suo border collie) — Moony Witcher…il blog!

Come anticipato alcuni giorni fa nel post di presentazione del romanzo Io e te sull’isola che non c’è di Giuliana Facchini, oggi abbiamo una chicca per voi lettori…un’intervista con l’autrice in cui poter scoprire cose nuove su di lei, il suo amico Brik, il romanzo e le altre sue opere. Se alla fine dell’intervista avrete altre…

via Intervista all’autore: Giuliana Facchini (e Brik, il suo border collie) — Moony Witcher…il blog!