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8 marzo 2020

Nei tempi del Coronavirus i nostri pensieri sono impegnati in altro, e forse in altro ancora non sono impegnati abbastanza.

Comunque non fatemi gli auguri per la giornata di oggi, dell’ 8 marzo,  e non massacrate le mimose e per carità non mandatemi fiumi di parole d’occasione per messaggio, volete fare qualcosa per me? Leggetevi i miei Se la tua colpa è di essere bella e/o Io non lo odio, sono solo storie ma già capirete in quale donna credo.  Sono stata tante donne perché ho vissuto abbastanza per riconoscerle e forse non sono neanche fiera di tutte.

Leggere più romanzi di una stessa autrice traccia il suo pensiero, costruisce la sua impronta, il suo crescere e cambiare nel tempo, anche se si tratta di romanzi per ragazzi, sì, esattamente, avete capito bene.

Leggetemi e mi consocerete con le mie fragilità e i miei entusiasmi. Poi ci sono anche gli articoli sul blog, il mio diario, anche qui ci sono con fragilità ed entusiasmi.

Quello in cui credo non lo direi mai in un romanzo, non penso che potrebbe o dovrebbe interessare qualcuno, le mie storie sono solo storie, ma, nel tempo, conoscendole conoscerete me. Scrivere resta un po’ donarsi e come lettrice lo so bene.

I libri di Giuliana Facchini

Mother’s day , ma solo neo miei romanzi

Se sei donna e scrivi per ragazzi

 

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Se sei donna e scrivi per ragazzi

Se sei italiana, scrittrice di storie per ragazzi e donna ecco alcune regole non scritte, un po’ fumose, un po’ rognose, un po’ per ridere e soprattutto da non prendere troppo sul serio.

Se sei donna e scrivi per bambini sei fortunata. Certo, se scrivi per i più piccoli sei facilitata, sembra essere scolpito a grandi lettere nell’immaginario collettivo; l’asilo, prima di arrivare a essere la scuola dell’infanzia, è stata scuola materna. Le parole contengono concetti, le parole spiegano. La scrittrice è materna pure lei, e poi quando i lettori sono piccoli è intimamente rassicurante invitare una donna al famoso incontro con l’autrice. Che non si sa mai. Per fortuna le scrittrici italiane per bambini sono molto brave e della maternità, se non è pertinente, se ne infischiano. Se sei donna sei abituata a infischiartene. Mica puoi farti sempre sangue cattivo.

Se sei uomo e scrivi per bambini sei un po’ meno fortunato.

Sa sei donna e scrivi per ragazzi devi metterti in coda. Se scrivi d’avventura devi metterti in coda, molto in coda, proprio indietro. D’avventura scrive meglio un uomo. Non c’è storia, non c’è discussione. Suvvia non scherziamo: s’è mai vista un’avventura materna? Una maternità avventurosa, forse! La mamma sta sempre sulla porta a richiamare all’ordine, a porgere la felpa o lo spolverino, a insistere perché il protagonista mangi a sufficienza, con questi presupposti: una donna che avventura può far vivere a un ragazzino? Dove sono le competenze? Ci sono pure le madri archeologhe, ninja e soldatesse, ma vogliamo proprio raccontarlo? Che lo facciano le scrittrici straniere! Che le scrivano di casa loro queste storie!

Le biografie, invece, sono concesse, sia di donne che di uomini. Le eroine si possono raccontare, non sono tante,  che le scrittrici se le spartiscano pure! Gli scrittori uomini sono magnanimi al riguardo, in fondo, loro hanno un sacco di eroini di cui scrivere.

La letteratura civile è da condividere tra scrittori e scrittrici per ragazzi. Tira e molla. Chi più chi meno. Se sei uomo sei un pochino più fortunato. Il motivo? Non c’è. Sei scrittore un motivo per essere fortunato lo hai in ogni caso: sei pubblicato da sempre, la letteratura italiana è affollata di uomini.

Poi, esiste il fantasy, questo genere ambiguo che leggono maschi e femmine e che scrivono pure le femmine, anzi in Italia, per ragazzi, soprattutto loro. È un genere complicato, mondi da inventare e un’ideologia sottintesa che sta in equilibrio precario tra le pagine. Si può essere accusati facilmente di ambiguità se non si sta attenti. Una rogna, insomma, che se la sbrighino loro, le scrittrici. Con quella mente complicata, quei capelli colorati.

Se sei uomo e scrivi per ragazzi al massimo ti prendi il genere distopico dove l’avventura è più reale, molto simile ai giochi che facevi in cortile da bambino e con cui ti divertiresti ancora oggi. Senza alcun dubbio ti ci divertiresti ancora oggi.

Se sei uomo e scrivi d’avventura per ragazzi sei fortunato. L’avventura: quel benedetto, affascinante e intrigante genere che è l’ingrediente principale dalla fabbrica delle storie. Sei conteso perché l’avventura la leggono tutti: ragazzi e ragazze. Se usi un protagonista maschio, le femmine se ne infischiano e s’immedesimano  (siamo abituate fin da piccole a infischiarcene) se usi una femmina per protagonista puoi farne un maschiaccio tanto non ti par di far torto a nessuno e poi l’avventura piace molto anche alle professoresse che, si sa, i poli opposti si attirano.

Vuoi mettere se sei prof e ti arriva in classe un giovane e aitante, o anche brizzolato e affascinante, scrittore per ragazzi? Tu che al massimo sul posto di lavoro c’hai il collega zitello di lettere o quello passabile di matematica in una percentuale di dieci a una? Se sei uomo e sei scrittore per ragazzi sei figo per principio, sei figo a prescindere. Sei coccolato, adulato e amato con vere standing ovation e per imitazione apprezzato e letto dagli studenti. Inutile predicare, è l’esempio che conta.

E detto tra parentesi: chi di noi donne non lo vorrebbe uno scrittore per compagno, amante o marito? Noi che siamo cresciute con il mito dell’uomo alla Colin Firth, con alle spalle Woody Allen e Mister Darcy, sempre in bilico tra L’attimo fuggente e Hogwarts.  Per noi che leggiamo come dannate, lo scrittore nel nostro immaginario è meglio del principe delle fiabe. Soprattutto se montanaro. Scarponcini e camicia a quadri sono di rigore nell’incontro con l’autore. Fascino spiegazzato e sguardo un po’ perso. Lo zainetto aumenta il punteggio. La tirata con voce pacata sulla letteratura russa, con quel gesticolare stanco, di chi al mattino crea personaggi indimenticabili per le pagine delle proprie storie e il pomeriggio scala vette e spacca legna da ardere, ci lascia senza fiato.  Siamo noi lettrici a mandarlo in ristampa e in ristampa. A creare il mito (altrimenti non esisterebbe). Facciamo tutto da sole, noi donne.

E quindi va bene anche lo scrittore per ragazzi: intellettuale, complice e cameratesco con gli studenti, comprensivo con la burocrazia scolastica e piacevole conversatore durante il pranzo offerto. Siamo donne, tra noi ci si capisce, ci si comprende e se sei scrittrice per ragazzi meglio che l’avventura la lasci perdere. Giochi in casa, conosci i rischi. È quasi un atto di sorellanza mettersi da parte. Se sei donna e scrivi d’avventura per ragazzi sai già che lavori poco. Al massimo se proprio vuoi, te ne infischi (vedi sopra).

Se sei scrittrice e scrivi problem books hai il tuo spazio. Ragazzine sfigate da raccontare ce ne sono: bullizzate, molestate, isolate, mollate. Adolescenti, insomma. Nessuno meglio di una donna conosce certe pene e le sa raccontare. Sei una sorella maggiore, una spalla su cui appoggiarsi, colei che non fa sentire sole le lettrici. Tanto i maschi non le leggono certe storie, resta tutto tra donne.

Se sei scrittore e scrivi di problem books hai il tuo spazio. Ragazzetti tormentati da raccontare ce ne sono: incompresi, arrabbiati, solitari, innamorati. Adolescenti, insomma. Nessuno meglio di un uomo è capace di educare un giovane uomo alla vita. E anche una giovane donna, perché, sì, quelle leggono tutto. Pure dei problemi psicologici maschili si devono impicciare, pure in quelli si devono immedesimare. E con certi personaggi un po’ bruttarelli e timidi tra le pagine, pure materne riescono a diventare. Sempre in mezzo le lettrici femmine. Una condanna.

Uno spazio tutto loro tra i libri, i maschi non ce l’hanno. Poveracci! Poi si dice che non leggono e si buttano negli sport come il calcio. Per forza! Ah, no. Adesso c’è pure la nazionale di calcio femminile…

Se sei italiana, donna e scrivi per ragazzi anche il vocabolario è chiaro: romanzo, sostantivo maschile; lettura, sostantivo femminile. Insomma se sei scrittrice per ragazzi  te la devi mettere via e infischiartene, tanto poi, alla fine, è la storia che conta e che insieme alla buona scrittura produce splendida e coinvolgente letteratura per ragazze e ragazzi!

(Problem books, cioè: “libri su un problema” da “Storia delle mie storie” di B. Ptzorno).

Come nascono le mie storie… SE LA TUA COLPA È DI ESSERE BELLA

Come nascono le mie storie… IO NON LO ODIO

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Donne in corriera e madri da tartufo

Leoni da tastiera…

Leggo, li leggo tutti dal primo all’ultimo con attenzione. Non c’è una linea coerente di critica all’articolo ma una pioggia di idee a volte confuse a volte rabbiose, raramente argomentate. Non c’è la logica del dialogo o una discussione reale come farebbe la Biancardi in classe. Sopratutto si parla di false denunce di molestie da parte delle donne e l’ipotesi più gettonata è che laura voglia diventare una modella o un’attrice e abbia trovato il modo per farsi pubblicità. (…) È tutta roba da cinquantenni…”

Sono le parole di Valerio nel mio Se la tua colpa è di essere bella. Un libro cui tengo molto. Lo cito perché il social su cui scrivo anch’io è abitato dai Leoni da tastiera (che è pure il titolo del capitolo). Io commento poco e scrivo poco su fb. A dire il vero ho un profilo privato con amici e persone con i miei stessi interessi e la mia stessa educazione. Preferisco così. Essere nella mia isoletta felice di buon senso e utili discussioni. Mi guardo bene dal pescare amici nel mare dell’orrore e delle ingiurie. Un ecosistema senza leggi, un Far West virtuale che sparge sangue peggio di Tarantino, abitato da tutti: dai politici ai divi del cinema, pochi riescono a star fuori. Si entra anche solo per sbirciare gli altri, gli amici. Solo lì siamo quello che vorremmo essere, ma non possiamo essere davvero nella vita.

E la questione, in certi casi, prende una piega che fa rabbrividire.

Come dice Valerio, sono i cinquantenni a dare l’esempio di come si fomenta l’odio e la violenza.
I miei lettori ideali (come scrittrice) non ci sono nei vecchi social. Perché, allora, quelle parole sopra citate sono in libro per ragazzi/giovani adulti? Perché un libro per ragazzi non è solo per ragazzi ma per tutti e parla a tutti. E l’ispirazione arriva dalla realtà. Ecco perché quel “per ragazzi” non mi piace.
La conclusione è che i ragazzi se ne sono andati altrove per comunicare tra loro e alla loro maniera. Noi un po’ l’inseguiamo e un po’ no. Per fortuna. Possiamo scimmiottarli ma siamo lontano anni luce dalla loro filosofia della comunicazione. È un’altra lingua, un altro mondo. Anche noi da ragazzi fuggivamo dagli adulti.
Sicuramente esiste il fenomeno del cyberbullismo, ma esistono anche tanti ragazzi sani. Ho due figli maschi e a loro certi commenti rivolti a una donna (o rivolti a chiunque) non sarebbero neanche mai venuti in mente, come non sarebbero venuti in mente ai loro amici. E non sono il genitore che non sa valutare i propri figli, anche questa sarebbe una facile accusa da cinquantenne disilluso e sofferente, incapace di godere della propria età, dei rapporti umani (che sono cosa meravigliosa) e della bellezza che ci circonda. Perché la bellezza esiste, anche in questi tempi bui, basta cercarla e saperla vedere. Una buona direzione in cui incanalare energie.

 

Scrivere è dar voce a una storia che scorre sottopelle e che una volta stampata l’autore o l’autrice affida al lettore. Sarà il lettore a dargli un senso. Il proprio. Ma i veri lettori esistono nel nostro Paese?

E questa è un’altra storia, un altro articolo…

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Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Mother’s day, ma solo nei miei romanzi

Una volta, un’amica cara mi disse che nelle mie storie c’erano svariate figure di madri ed era una costante nella mia narrazione. Da allora ho cominciato a farci caso, sempre dopo: prima faccio e poi ragiono, ed è vero, ci sono molte donne madri diverse, spesso sole, a volte coraggiose o tristi o estreme o presenti con la loro assenza.
Si dice che ogni scrittore scriva sempre la stessa storia, la propria, in modi diversi o che raccontiamo quello che vorremmo essere. Io sto ancora cercando di capirmi, d’altronde prima scrivo e poi mi leggo. Che poi non è importante, perché i libri sono di chi li legge e non di chi li scrive, mentre l’umanità resta l’unico mezzo indispensabile per raccontare storie.

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo, Fiutando Libri!

Ho incontrato un poeta

Caro Roberto Piumini,

voglio ringraziarti. Non l’ho fatto subito perché sono lenta e alle consapevolezze arrivo sempre un po’ “dopo”.

Sono venuta al laboratorio ICWA di sabato scorso senza aspettarmi nulla e quindi rilassata.

So, perché lo hai detto tu, che questo genere di laboratori li tieni anche nelle realtà disagiate del Paese, con bambini e adulti. Loro producono dei materiali che provengono dal loro territorio o da loro stessi e tu li fai diventare poesia. Questo, perché possano guardarsi come in uno specchio con i tuoi versi. Insomma è un modo per aiutare le anime a salvarsi.

Nel tuo laboratorio ci hai chiesto di creare su un foglio delle immagini, di non raccontare, di non usare parole, di gettare sulla carta emozioni legate a un tema (per me Folla). Immagini che tu poi avresti tradotto in poesia. Lo abbiamo fatto con un gruppo di lavoro, ma in fondo anche singolarmente. In uno spazietto io ho ritagliato un grosso cruciverba da una Settimana enigmistica e l’ho sminuzzato, ho stropicciato i pezzettini di carta, li ho ben bene maltrattati e poi li ho incollati vicini, sovrapposti, scomposti. Mi sono sporcata le mani di colla mentre disponevo brandelli di carta non a caso, seguendo dei comandi precisi che arrivavano da me, ma che non ordinavo io.

Da quella parte del cartellone/immagine tu hai tratto due versi:

“la gente cruciverba,

(non fu, anche il Primo, in croce?)”

Versi importanti e bellissimi.

Durante le successive fasi del laboratorio nelle quali ci siamo confrontati e spiegati hai detto che attraverso l’immagine della gente cruciverba, funzionale al testo poetico, volevi arrivare all’immagine di Cristo e non viceversa.

Da anni mi metto in discussione. Mi sono capita e ritrovata nel percorso del tuo laboratorio di poesia. La scrittura nei suoi contenuti, per me, rimane un percorso creativo. Quando scrivo, racconto una storia verso la quale ho solo un ruolo servile, pur essendo io stessa a crearla non so né da dove e né come nasca (esattamente come la disposizione dei pezzettini di carta di cruciverba). Eppure dalle mie storie i ragazzi sono arrivati a concetti importanti (forse non come Cristo) e me li hanno svelati.

Si può essere diseducati nei contenuti dello scrivere, forse la creatività non è educata e se in qualche modo educo con un romanzo non lo faccio apposta. Forse non sono abbastanza brava, forse è un’idea deviata della scrittura la mia, ma mi sono riconosciuta ed è un buon punto di partenza o almeno un sollievo per me. Grazie.

Scrivo per ringraziarti, ma scrivo anche per non dimenticare. Dopo averla inviata a te e dopo il secondo laboratorio ICWA per non spoilerare, metterò questa lettera sul mio blog (dove di solito è un cane a parlare) perché lì ci sono io.

Con gratitudine,

Giuliana

(domenica, 15 ottobre 2017)

 

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo, Fiutando Libri!

Chi non legge libri non ha dubbi

Come quando ascolti una canzone che ti porta indietro nel tempo, così mi sta capitando con Tartarughe all’infinito di John Green. Non ho letto Colpa delle stelle, ma altri suoi libri sì. Il mio preferito è Città di carta. Credo sia uno dei pochi libri che io abbia riletto; la mia lista dei libri da rileggere è lunga e ferma, sono troppo impegnata con nuove storie. Tartarughe mi fa tornare in mente le atmosfere di Cercando Alaska. Mi pare di sentirmi come allora. Insomma di sentirmi dieci anni di meno. Mi ritrovo scrittrice agli esordi, sicura delle mie storie e a un passo dagli obbiettivi da raggiungere. Entusiasta e sicura, sempre felice. Madre di due bambini e, per come la vedo io, non esiste nulla di più rassicurante per la propria autostima di avere due figli bambini. Ti amano incondizionatamente anche se sei alcolista, cocainomane, anoressica o obesa.

In questi dieci anni sono passati tantissimi libri tra le mie mani, ho letto e scritto tanto e di più. Oggi i figli sono adulti e proprio perché ci amiamo da adulti non ci risparmiamo nulla e l’autostima è tornata a livelli normali. Ho all’attivo 10 libri pubblicati con editori nazionali di cui sono orgogliosa, ma non sono più entusiasta né sicura e gli obbiettivi professionali e artistici da raggiungere mi paiono lontani anni luce (per quanto riguarda la felicità, bé sono felice di testa e un po’ meno di pancia, ma qui non c’entra).

Da tutto questo si deduce che leggere fa venire dei dubbi.

Forse ci sono pochi lettori per questo: non a tutti piace avere dubbi invece che certezze. Poi, per leggere ci vuole tempo. Ore. Meglio guardarsi un film, che in un’ora e mezza ti toglie quella voglia di emozioni e poi stai meglio (dipende dal film, lo concedo). Quando un libro ti prende davvero fatichi a  smettere di leggere e quello che leggi ti s’incastra dentro alle volte e le emozioni si trasformano in pensieri e, perché no, in dubbi.

Ecco devo ricordarmi di parlarne ai ragazzi la prossima volta che mi capita di incontrarli nelle scuole o nelle librerie. Perché leggere? Perché fa venire dubbi. Abbiamo bisogno di dubbi per crescere. Tutti, adulti compresi.

Se avete voglia di dubbi: Niente di J. Teller. Consigliatissimo.

Tartarughe all’infinito di John Green, molto bello, da leggere.

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo, Ragionando di un cane di nome Brik...

Come convivere con un cane stalker e con l’arte di non saper cucinare

I border collie sono cani dalla forte personalità e dall’appetito insaziabile. Brik oltre a essere insaziabile ha un gusto da chef 5 stelle. La mia vicina di casa è un’ottima cuoca, io no. I suoi profumini sono da sempre una condanna per la mia famiglia. Brik aveva accuratamente scalzato un tratto di rete di recinzione tra le nostre case e si presentava a pranzo e a cena dai vicini. I cani dei vicini avevano sempre nelle ciotoline piccoli assaggi di manicaretti: penne al tonno, polpette, salmone alla griglia, ma i border sono veri assaltatori e i poveretti non facevano a tempo a mettere il muso nelle ciotole che un ladro gentilcane già se ne stava tornado a casa leccandosi i baffi.

Di comune accordo, per mantenere saldi i rapporti di buon vicinato abbiamo sostituito la rete di recinzione con una ben ancorata al terreno e alta un metro e ottanta. Brik ha studiato la questione a fondo, ha misurato a lunghe falcate la nuova recinzione, si è alzato sulle zampe per verificarne l’altezza. Ha fatto i suoi calcoli: il tempo di scavalcamento superava di gran lunga la permanenza dei manicaretti nelle ciotoline. I  cani dei vicini sono lenti, non fessi.

Brik ha cambiato tattica. Si mette in posizione strategica in modo da fissare attraverso le maglie della rete il tavolo da pranzo dei vicini che con la porta finestra aperta è perfettamente visibile. Tenta la strada dell’ipnosi e funziona. La vicina cede e si alza a portagli un bocconcino. Lui sbava e la guarda riconoscente (che se lei non ci conoscesse potrebbe chiamare la protezione animali tanto sembra affamato). La vicina gli porta pezzettini di formaggio e lui ama il formaggio. Ogni pasto un po’ di formaggio. I border sono imperiosi nel governare le proprie pecore. Sulle prime con un mezzo abbaio richiamava l’attenzione dei commensali vicini di casa, adesso abbaia imperioso che si alzino a foraggiarlo di formaggio.

Prima ero imbarazzata che se ne andasse a suo piacimento dai vicini, adesso che usi ad arte la tecnica dello stalking.

Oggi il profumo che arrivava dalla casa accanto alla nostra era da alta cucina e la pasta al pomodoro nei piatti dei miei figli faceva una magra figura. Si sono guardati, i figli, e poi hanno guardato Brik. Credo desiderassero essere border collie.

 

English versione:  How to survive to a stalking dog and the art of being unable to cook