Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo, Fiutando Libri!

Ho incontrato un poeta

Caro Roberto Piumini,

voglio ringraziarti. Non l’ho fatto subito perché sono lenta e alle consapevolezze arrivo sempre un po’ “dopo”.

Sono venuta al laboratorio ICWA di sabato scorso senza aspettarmi nulla e quindi rilassata.

So, perché lo hai detto tu, che questo genere di laboratori li tieni anche nelle realtà disagiate del Paese, con bambini e adulti. Loro producono dei materiali che provengono dal loro territorio o da loro stessi e tu li fai diventare poesia. Questo, perché possano guardarsi come in uno specchio con i tuoi versi. Insomma è un modo per aiutare le anime a salvarsi.

Nel tuo laboratorio ci hai chiesto di creare su un foglio delle immagini, di non raccontare, di non usare parole, di gettare sulla carta emozioni legate a un tema (per me Folla). Immagini che tu poi avresti tradotto in poesia. Lo abbiamo fatto con un gruppo di lavoro, ma in fondo anche singolarmente. In uno spazietto io ho ritagliato un grosso cruciverba da una Settimana enigmistica e l’ho sminuzzato, ho stropicciato i pezzettini di carta, li ho ben bene maltrattati e poi li ho incollati vicini, sovrapposti, scomposti. Mi sono sporcata le mani di colla mentre disponevo brandelli di carta non a caso, seguendo dei comandi precisi che arrivavano da me, ma che non ordinavo io.

Da quella parte del cartellone/immagine tu hai tratto due versi:

“la gente cruciverba,

(non fu, anche il Primo, in croce?)”

Versi importanti e bellissimi.

Durante le successive fasi del laboratorio nelle quali ci siamo confrontati e spiegati hai detto che attraverso l’immagine della gente cruciverba, funzionale al testo poetico, volevi arrivare all’immagine di Cristo e non viceversa.

Da anni mi metto in discussione. Mi sono capita e ritrovata nel percorso del tuo laboratorio di poesia. La scrittura nei suoi contenuti, per me, rimane un percorso creativo. Quando scrivo, racconto una storia verso la quale ho solo un ruolo servile, pur essendo io stessa a crearla non so né da dove e né come nasca (esattamente come la disposizione dei pezzettini di carta di cruciverba). Eppure dalle mie storie i ragazzi sono arrivati a concetti importanti (forse non come Cristo) e me li hanno svelati.

Si può essere diseducati nei contenuti dello scrivere, forse la creatività non è educata e se in qualche modo educo con un romanzo non lo faccio apposta. Forse non sono abbastanza brava, forse è un’idea deviata della scrittura la mia, ma mi sono riconosciuta ed è un buon punto di partenza o almeno un sollievo per me. Grazie.

Scrivo per ringraziarti, ma scrivo anche per non dimenticare. Dopo averla inviata a te e dopo il secondo laboratorio ICWA per non spoilerare, metterò questa lettera sul mio blog (dove di solito è un cane a parlare) perché lì ci sono io.

Con gratitudine,

Giuliana

(domenica, 15 ottobre 2017)

 

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo, Fiutando Libri!

Chi non legge libri non ha dubbi

Come quando ascolti una canzone che ti porta indietro nel tempo, così mi sta capitando con Tartarughe all’infinito di John Green. Non ho letto Colpa delle stelle, ma altri suoi libri sì. Il mio preferito è Città di carta. Credo sia uno dei pochi libri che io abbia riletto; la mia lista dei libri da rileggere è lunga e ferma, sono troppo impegnata con nuove storie. Tartarughe mi fa tornare in mente le atmosfere di Cercando Alaska. Mi pare di sentirmi come allora. Insomma di sentirmi dieci anni di meno. Mi ritrovo scrittrice agli esordi, sicura delle mie storie e a un passo dagli obbiettivi da raggiungere. Entusiasta e sicura, sempre felice. Madre di due bambini e, per come la vedo io, non esiste nulla di più rassicurante per la propria autostima di avere due figli bambini. Ti amano incondizionatamente anche se sei alcolista, cocainomane, anoressica o obesa.

In questi dieci anni sono passati tantissimi libri tra le mie mani, ho letto e scritto tanto e di più. Oggi i figli sono adulti e proprio perché ci amiamo da adulti non ci risparmiamo nulla e l’autostima è tornata a livelli normali. Ho all’attivo 10 libri pubblicati con editori nazionali di cui sono orgogliosa, ma non sono più entusiasta né sicura e gli obbiettivi professionali e artistici da raggiungere mi paiono lontani anni luce (per quanto riguarda la felicità, bé sono felice di testa e un po’ meno di pancia, ma qui non c’entra).

Da tutto questo si deduce che leggere fa venire dei dubbi.

Forse ci sono pochi lettori per questo: non a tutti piace avere dubbi invece che certezze. Poi, per leggere ci vuole tempo. Ore. Meglio guardarsi un film, che in un’ora e mezza ti toglie quella voglia di emozioni e poi stai meglio (dipende dal film, lo concedo). Quando un libro ti prende davvero fatichi a  smettere di leggere e quello che leggi ti s’incastra dentro alle volte e le emozioni si trasformano in pensieri e, perché no, in dubbi.

Ecco devo ricordarmi di parlarne ai ragazzi la prossima volta che mi capita di incontrarli nelle scuole o nelle librerie. Perché leggere? Perché fa venire dubbi. Abbiamo bisogno di dubbi per crescere. Tutti, adulti compresi.

Se avete voglia di dubbi: Niente di J. Teller. Consigliatissimo.

Tartarughe all’infinito di John Green, molto bello, da leggere.

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo, Umana

Come convivere con un cane stalker e con l’arte di non saper cucinare

I border collie sono cani dalla forte personalità e dall’appetito insaziabile. Brik oltre a essere insaziabile ha un gusto da chef 5 stelle. La mia vicina di casa è un’ottima cuoca, io no. I suoi profumini sono da sempre una condanna per la mia famiglia. Brik aveva accuratamente scalzato un tratto di rete di recinzione tra le nostre case e si presentava a pranzo e a cena dai vicini. I cani dei vicini avevano sempre nelle ciotoline piccoli assaggi di manicaretti: penne al tonno, polpette, salmone alla griglia, ma i border sono veri assaltatori e i poveretti non facevano a tempo a mettere il muso nelle ciotole che un ladro gentilcane già se ne stava tornado a casa leccandosi i baffi.

Di comune accordo, per mantenere saldi i rapporti di buon vicinato abbiamo sostituito la rete di recinzione con una ben ancorata al terreno e alta un metro e ottanta. Brik ha studiato la questione a fondo, ha misurato a lunghe falcate la nuova recinzione, si è alzato sulle zampe per verificarne l’altezza. Ha fatto i suoi calcoli: il tempo di scavalcamento superava di gran lunga la permanenza dei manicaretti nelle ciotoline. I  cani dei vicini sono lenti, non fessi.

Brik ha cambiato tattica. Si mette in posizione strategica in modo da fissare attraverso le maglie della rete il tavolo da pranzo dei vicini che con la porta finestra aperta è perfettamente visibile. Tenta la strada dell’ipnosi e funziona. La vicina cede e si alza a portagli un bocconcino. Lui sbava e la guarda riconoscente (che se lei non ci conoscesse potrebbe chiamare la protezione animali tanto sembra affamato). La vicina gli porta pezzettini di formaggio e lui ama il formaggio. Ogni pasto un po’ di formaggio. I border sono imperiosi nel governare le proprie pecore. Sulle prime con un mezzo abbaio richiamava l’attenzione dei commensali vicini di casa, adesso abbaia imperioso che si alzino a foraggiarlo di formaggio.

Prima ero imbarazzata che se ne andasse a suo piacimento dai vicini, adesso che usi ad arte la tecnica dello stalking.

Oggi il profumo che arrivava dalla casa accanto alla nostra era da alta cucina e la pasta al pomodoro nei piatti dei miei figli faceva una magra figura. Si sono guardati, i figli, e poi hanno guardato Brik. Credo desiderassero essere border collie.

 

English versione:  How to survive to a stalking dog and the art of being unable to cook

 

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La mia – Children’s book fair 2017 – festa del Libro per ragazzi!

La mia settima fiera del libro per ragazzi è stata un po’ una festa. Non è mancato nulla: i libri belli, gli autori speciali, gli eventi importanti e la stanchezza di fine giornata. La comunità dei libri per ragazzi è ben assortita e alla fine ci si conosce e ci si apprezza un po’ tutti, famosi e non famosi. Librai, bibliotecari, blogger, insegnanti, autori, illustratori e editori che amano i libri si annusano tra loro e si riconoscono, ne nasce una bella confusione di abbracci. Quest’anno non sono mancate le emozioni;  vedere commosse delle giovani editrici che dopo anni sono riuscite a portare in Italia un capolavoro degli albi illustrati internazionali, dice tanto. Perché tanti credono in questo lavoro strano che sta in precario equilibrio tra il raccontare e il formare, che non vuole educare i ragazzi ma che manda inevitabilmente tanti messaggi. Bello perdersi tra contest, premi e illustrazioni, ma bello guardarsi in faccia tra noi che per i ragazzi scriviamo, leggiamo,  a volte lottiamo per le storie. Promuovere la buona letteratura contemporanea per ragazzi e adolescenti non è facile, stereotipi e marketing stanno loro con il fiato sul collo e noi che raccontiamo storie non abbiamo altre armi se non il coraggio della fantasia e della buona scrittura.

In fiera quest’anno ho firmato un contratto per un libro che amo e che uscirà a maggio. Un altro mio sguardo sugli adolescenti, ancora la mia voglia di raccontarli senza mettermi al loro posto, anche se un po’ vorrei starci nonostante tutto. E avrò una nuova fantastica copertina d’autore perché un libro racconta una storia, ma ha anche una sua storia.

Mi piace molto scrivere pensando ai ragazzi e mi piacciono le persone, gli altri, quelli che incontro. Amo le relazioni e i lunghi discorsi o i lunghi silenzi amici.

Nella mia scatola di ricordi della Book Fair 2017, a guardar bene, tra l’altro, TROVO un’ amica con la quale ci eravamo ripromesse di vederci in fiera e con la quale ci siamo rincorse per una giornata. Io non sento il cellulare, richiamo e non sente lei e poi ognuna ha il suo da fare e alla fine ci parliamo per telefono: lei dal divanetto della sala stampa, io dal bar degli editori stranieri; TROVO una conversazione preziosa, avvenuta in piedi, nel corridoio tra gli stand, che quasi mi spuntavano le lacrime per l’emozione. Non sentivo la confusione attorno ma solo quelle parole personali e intime regalate per costruire amicizia o, chissà, forse solo per generosità; TROVO l’incontro con un’amica di coda&penna (i conigli hanno la coda corta) verso la quale sono andata a braccia aperte, scioccandola poichè una veneta è sempre più sobria di una romana; TROVO la pausa dal lavoro di un’altra amica, rubata solo per poterci guardare in viso e scoprirci proprio come ci eravamo immaginate di essere; TROVO le parole di una persona che mi ha letto dentro e trovo due occhi azzurri che mi hanno lasciata senza respiro, sapevo che gli occhi di quell’amica erano azzurri ma non credevo fossero chiari e luminosi come le sue parole. E poi c’è molto altro, come i contatti di lavoro a cui sono sinceramente affezionata.

Insomma si è forse capito che la mia umanità si costruisce con gli incontri e con la polvere di grafite magica che ne ricavo scrivo pagine di vita che non producono reddito ma emozioni. Sono quelle a scrivere le storie al posto mio.

E così vado verso la book fair 2018…

Matilda Editrice – tavolino e sedia illustrati
City by Federico Penco finalista silent book contest 2017
Astrid Lindgren Memorial Award

Nicky Singer ospite ICWA alla book fair 2017
Libri animati – mostra
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My beta readers!

16002852_1492041067487634_717025586844957025_nOggi mi è successa una cosa fantastica, una di quelle cose che mi fanno amare alla follia il mio mestiere. Ho appena terminato di scrivere un romanzo young adult. Ecco, di solito quando termino una storia la mando in lettura ad alcune beta-reader di cui mi fido. Ne ho beccate due libere e una di queste ha una figlia diciassettenne. Il romanzo gira in pdf sul tablet e la ragazza lo ha trovato. Lo ha letto (d’istinto, di sua iniziativa) e poi mi ha scritto su whatsApp …dal cellulare della madre?!
Dice che “non è delusa dalla mia storia”, anzi si complimenta; che ha fatto lo screenshot di qualche pagina e ha segnato delle note per me sul suo cellulare. Dice che, però, i suoi le hanno sequestrato il cell e hanno cambiato la password del wifi, quindi mi girerà tutto appena appena possibile. (…non è grandioso? I ragazzi sono fantastici!)
Ovviamente il romanzo avrà il giudizio anche del diciannovenne e del ventiduenne di casa (uno farà il pelo e il contropelo anche alle virgole e l’altro salverà solo il salvabile – sono due editor crudeli).
Si può essere più fortunati di così? Si può chiedere di più quando si fa della scrittura il proprio mestiere?
Sappiate che lavoro sul campo, le mie storie sono in prima linea e mi piace da matti!

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Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

I dolori di una non più giovane narratrice di storie

E’ accaduto, accade. Succede che un’idea ti ronzi per la testa e non ti dia tregua. Una nuova storia sta nascendo e cominci  a scrivere.

L’entusiasmo che mi pervade quando ho tra le mani quella materia grezza che è la mia immaginazione, è indescrivibile. Scrivere fa bene, mette di ottimo umore. Ogni storia nuova sembra debba aprire una nuova era, diventare quel libro perfetto che inseguo e non raggiungerò mai. Non lo scriverò mai, ovviamente, perché non esiste un delitto o un libro perfetto. La mia vita non è perfetta, chi ha una vita perfetta? La mia vita ha sempre trattato la scrittura come fosse un incantesimo di Harry Potter o come se i libri esistessero già nella borsa di Mary Poppins. I libri si scrivono, ci vuole tempo, pazienza, energia. Per fare un lavoro ben fatto, una legnaia ben impilata di parole come si vede fuori della baite trentine, ci vogliono ore vuote di pensieri e ore dense di frasi che sfuggono o arrivano in massa. Imprigionare la creatività nella disciplina è uno sforzo che stroncherebbe anche una secchiona come Hermione.

Isabel Allende, ha dichiarato che c’è un casotto nel giardino della sua villa dove si ritira a scrivere, un’altra famosa scrittrice va in Umbria nel silenzio della sua cascina ristrutturata a meditare sulle pagine del best seller di turno (dal quale il marito farà di sicuro un film). E io? Non sono un’autrice da best seller, sono una venditrice di storie che passa di classe in classe, di scuola in scuola; faccio parte di quegli scrittori di serie D che in Italia nessuno si fila e prima di me, nella categoria “narrativa ragazzi”, ci sono quelli molto bravi, quindi?

Quindi io sono magica, io le storie le tiro fuori già scritte dalla famosa borsa, gentilmente offerta in prestito dalla cara signora Poppins. Rubare ore di silenzio è realmente il mio mestiere; incontrare di nascosto i personaggi è il mio mestiere; leggere e rileggere bruciando parte della cena, lo faccio per lavoro; amare a tal punto quella storia da ripeterla tra me e me (chi mi vede pensa che io sia al telefono) mentre in auto vado di qua e di là a sbrigar commissioni, a dar passaggi, a pagar multe. Se non servissero mani e tastiera avrei fatto fuori col pensiero fiumi d’inchiostro. I miei romanzi li sudo dalla prima all’ultima riga tra le code al supermercato, gli incontri con i ragazzi delle scuole, le camminate sull’argine del fiume per far correre il cane, le fiere per sentire gli autori chiacchierare, le litigate inter-familiari, i dialoghi surreali con mia madre e le occasionali fughe dal veterinario con lo sfigato quadrupede di turno.

Non sono una professionista, non mi sento una professionista, sono più un’artista della narrazione: nel casotto? in Umbria? no! In un angolo della casa, su una scrivania piena di peli di gatto, libri, tessere sconto, seconde chiavi della macchina, un termometro, due agende, una tavoletta di cioccolata, la tazza del raccogliticcio, concentrata a ignorare chi mi chiama, chi blatera di imminenti catastrofi, chi avverte uno strano odore di bruciato in cucina. Le mie sono le storie di una funambola che nella vita continua a camminare su di un filo teso tra realtà e finzione. Non si sa fino quanto reggerà.

Tutto questo può portare a un incommensurabile successo o alla catastrofe più nera, oppure può relegarti nella mediocrità. Altre opzioni non ce ne sono. Già, perché ormai tutti ti conoscono e l’ennesimo inedito sparirà inghiottito dalle lunghe file d’attesa nelle case editrici, non saprai mai se sei brava e sfortunata oppure se in te stessa, alla fine, ci credi solo tu.

E’ un guaio, non sei una professoressa, non sei impegnata nel sociale, vendi spiccioli d’avventura ai tuoi lettori ideali, quei ragazzi dei quali vorresti avere ancora l’età. Sogni come dovrebbero fare loro e non vuoi che loro abbandonino i loro sogni, è per questo che scrivi. Una missione imbottita di cuscini tra i quali far cadere i sognatori di vite diverse, la missione un po’ folle della scrittrice senza casa, che abita il mondo e non va da nessuna parte. La sua meta è il viaggio nelle storie che costruiscono gradini su cui accompagnare i lettori. Tu, li porti per mano e poi li lasci andare quando tra le storie sanno muoversi da soli.

Fai un lavoro fine a se stesso, ma non molli, sei tenace. Non devi arrivare da nessuna parte, non hai fretta.

Ma ti lasceranno sopravvivere?

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Il mio cane ha un blog…

Mentre passo davanti al banco macelleria resto affascinata da una massaia che discute di come si affetti la carne perché resti morbida. Descrive la macabra scelta del coltello, il verso giusto per tagliare il muscolo, elogia il sanguinate trancio di animale morto che tende la plastica della confezione. “Le serve anche l’osso?” chiede gentile il macellaio “…e lei” dice a me “vuole gli ossi?” M’irrigidisco. Parlano di cani “Lei ce l’ha il cane?” Annuisco e penso a quella scrittrice che legge la mamma giallista, quella che ha tutti titoli pieni di ossa. Non dico che il mio cane ha un blog. Scelgo timidamente un pezzetto di ginocchio di mucca, pensando poi di buttarlo. A casa mentre metto a posto la spesa, Bryce fiuta l’osso e scodinzola allegro. Rimango interdetta e glielo allungo. Lui lo appoggia a terra in giardino, lo fiuta, pare deluso. Mi guarda come a dire: “Non è caciotta?” Però lo rosicchia, ci prende gusto e infine fa una buca che potrebbe contenere un osso di dinosauro e lo seppellisce. Quindi ci ripensa e lo tira di nuovo fuori impanato di terra, lo ciuccia e poi ci si sdraia sopra. Piove. Il giardino pare abitato da una famiglia di talpe giganti. Io non cucino e il mio cane ha un blog.

“Per gustare al meglio un osso di ginocchio di mucca lasciarlo decantare una notte intera sotto uno strato di ameno 20 cm di terriccio umido, preferibilmente bagnato con acqua piovana poiché il pulviscolo atmosferico contenuto nelle gocce esalta il sapore ferroso dell’osseina. Estrarlo al mattino, scrollarlo dolcemente per eliminare il terriccio superfluo e, se avete un palato davvero esigente, consumatelo in posizione semi-sdraiata sul divano buono nel salotto del vostro umano.” (Cit. Bryce)

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Bottega del macellaio di Annibale Carracci, 1585