Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Cappuccettorosso, il lupo e la nonna

Sono in macchina con il bricchetto e la nonna, passo davanti a un supermercato e decido di fare una veloce spesa. Parcheggio. La nonna ha appena comprato una rivista e sceglie di aspettarmi in macchina leggendo, il bricchetto si sdraia rassegnato sul sedile di dietro: la parola “spesa” è odiosa per me come per lui, ovviamente nei supermercati non può entrare. Quando sono dentro incontro un’amica di libri e di cani, intasiamo la corsia di chiacchiere per cercare di raccontarci tanto in breve. D’un tratto mi ricordo dei due fuori che mi aspettano, cerco di concludere la spesa in fretta e intanto telefono e avviso: “Sto facendo più tardi del previsto!” La risposta mi gela: “Nessun problema io e il brik siamo usciti e ci siamo messi al sole”. Sbianco: il predatore assassino di auto è al guinzaglio con la nonna gattofila nel grande parcheggio di un supermercato. Mollo il carrello e mi precipito all’uscita. Il tiratore scelto, lo sfondaspalle, il border da slitta e la piccola nonna sono soli nel parcheggio tra i viavai delle macchine. Quasi salto la sbarra di una cassa chiusa aspettandomi di trovare tante macchioline di stracciatella spiaccicate sull’asfalto e un’ambulanza per la nonna rotta e sbertucciata. La trovo, invece, appoggiata a un muretto con il guinzaglio molle tra le mani e davanti a lei c’è un border seduto elegantemente. Le auto passano alle mie spalle. Il border scodinzola: noblesse oblige e mi guarda come a dire: “Nessun problema, ho portato fuori la nonna e ci siamo messi al sole.”

Più tardi il coetaneo umano del border mi spiegherà: “Se la mamma è dispersa (nel supermercato) e ho pure la responsabilità della nonna, io non gioco certo alla playstation.”

Non so quanta verità etologico/cinofila (videogioco=predazione-auto) ci sia in queste parole, ci sto riflettendo, ma una cosa è certa: tra coetanei ci si capisce. E poi come non gioire del fatto che se dovessi disperdermi i miei figli rinuncerebbero alla playstation? Medito.

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Pubblicato in: Fiutando Libri!

Sgranocchiando avventure!

La vera storia del pirata Long John Silver” è davvero un bellissimo romanzo avventuroso e piratesco. L’autore, Bjorn Larsson, è una persona gentile e disponibile che parla molte lingue correntemente tra cui l’italiano. Ho letto tutti i suoi romanzi e alcuni, come “Bisogno di libertà” e “La saggezza del mare”, li ho amati. Sotto, la sua dedica su uno dei miei preferiti “Il cerchio celtico”.

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Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Il potere delle storie

Alle volte ci si ferma a riflettere e ci si guarda dentro e fuori…

io cosa vedo?

Vedo un’umana strampalata che crede ancora alle storie e va a camminare con un cane figo101_1023. Poiché il cane figo è “avanti” e ha avuto un imprinting futurista, preda le macchine e non le pecore. Un border così va impiegato in fattoria, darebbe il meglio, oppure dovrebbe essere un cane sportivo a pieno regime, sarebbe un campione, ma la Umi gli ha aperto un blog. La Umi adora il border alla stracciatella e s’incanta davanti alla sua gioia di vivere, alla sua dolcezza di cane. La Umi vorrebbe e non vorrebbe domare quello spirito selvaggio che pervade il cane quando segue un odore nel vento (trascinandosela dietro), quando scalpita (staccandole il braccio) per raggiungere il parco. La Umi, allora, cerca di usare l’unica arma che conosce e adopera da sempre: le storie e dà voce al border su un blog. Vorrebbe e non vorrebbe, forse è per questo che non riesce a imporsi e gira con la tasca della giacca piena di bocconcini per il rinforzo positivo, pezzettini di caciotta odorosa. Il nobile quadrupede è allergico a tutto tranne che al pesce, le patate e il formaggio: girare con le sardine sarebbe troppo e nessuno farebbe nulla in cambio di un tubero. La Umi premia il border quando attraversa elegante, al piede, sulle strisce pedonali: la pelliccia bianca del petto sbuffa fuori come uno sparato troppo stretto mentre i suoi occhi color ambra la guardano avidi di caciotta. La Umi intanto ripensa a quella vecchia zia con la mentalità d’una volta che diceva: “Portare sempre biancheria intima pulita, che se succede qualcosa e ti portano in os101_1009pedale…” Ecco, se succedesse qualcosa alla Umi e dovessero spogliarla la troverebbero con una tasca piena di pezzetti di caciotta. Semmai la visitasse un patologo da detective story potrebbe costruirci un giallo noir: la feticista della caciotta… mah! (la lingerie è pulita, però)

Insomma, tornando a noi, gli addestratori dicono che ci vuole pazienza, perseveranza e coerenza (…le tre regole d’oro per fare l’autrice di narrativa per ragazzi, ma-guarda-un-po’!) però la Umi crede soprattutto nelle storie e quando il brik la fa davvero arrabbiare lo minaccia con sguardo severo: attento che ti chiudo il blog!


Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. La terapia

Ebbene mi sono concessa una spesa rilassante al supermercato: non al centro benessere, ma proprio al supermercato.

Si tratta di quella terapeutica operazione che ci permette di affrontare positivamente i lavori sporchi.

Dopo aver parcheggiato in quel posto, sì proprio in quel rettangolo bianco dove ero ferma quando ricevetti la telefonata che mi annunciava la vittoria del Premio Arpino, in quella piccola area di sosta che se trovo libera è presagio di buona giornata, mi sono armata di carrello e sono entrata con cuore leggero nel supermercato. Ho chiacchierato davanti ai limoni con un anziano signore molto distinto, un gourmet che produceva liquori fatti in casa e cercava frutta non trattata. Una discussione interessante che ha spaziato dal biologico ai viaggi in Svizzera. Poi qualche scontro con carrelli amici e vecchie conoscenze e un girovagare creativo tra le corsie alla ricerca d’idee per pranzi e cene sani, veloci da preparare e appetitosissimi (corsia 9 e ¾ non trovata). Quindi, mi sono concessa un quarto d’ora di lettura di etichette nel reparto biscotti e gallette alla ricerca della marca cui dare la Palma d’Oro per assenza di olio di palma tra i propri ingredienti (premio non assegnato). Quindi si torna a casa sereni e soddisfatti, dopo una breve e organizzata sosta alla cassa e con il bagagliaio pieno di scorte alimentari che mi auguro bastino almeno per due settimane, forse tre… insomma fino a che frigo e credenza tristemente vuoti mi richiameranno alle armi.

La spesa spensierata non prevede la famosa lista per non scordare l’indispensabile, diligentemente fatta e doverosamente lasciata a casa. Dunque, a un veloce check, ho dimenticato solo il latte (bottiglia vuotissima), l’olio si semi di girasole per Bryce (rende bello il pelo di chi è già bello) e il sale per la lavastoviglie (macchina ferma e pienissima). Per rimediare a questo spiacevole effetto collaterale farò un raid più tardi senza carrello. Entrerò furtiva e lesta, dribblerò la folla, afferrerò i tre prodotti mancanti e farò coda con aria mesta per pagare tre miseri pezzi contando sul buon cuore della massaia che intasa la cassa con un carrellone strapieno di vettovaglie.

Quando i miei figli erano piccoli usavo le storie e le letture ad alta voce per rendere risolvibili i problemi irrisolvibili, gradevoli le incombenze sgradevoli… diciamo, se può essere utile, che non ho perso il vizio.

Pubblicato in: Canine English Version!

I’m a lucky guy

OSSI was born in a beautiful cottage in the wood where I spent my time with 8 red, white and multicoloured brothers. My human mentor, from now on called “umi”, came to take me on a late autumn day (her beloved season), when the wood’s floor was completely covered by red and yellow leaves. It rained, the leaves shone like they were waxed and the sunlight gave them warm, bright and smelly reflections. Rows of vines and evergreen trees covered the hills and the landscape while I was looking out of our car’s window. I was not afraid, but leaving my brothers and the human Who helped me to come to the world made me a little bit nervous. I was full of trust in humans, like all the dogs growing among them.

As I arrived at my new home I met two cats Who were bigger than I. We sniffed eachother carefully and meaowed something like: “Ehi anotherone came in!” Then I met my two crazy human brothers and I played pulling the rope and biting: I liked them immediately.

Humans are obsessed by their den’s cleanness and put a kind of abortbent mat where you have to use as a “toilette”. Every time you do it they give you a treat. You can get a lot of them controlling carefully pee and poop.

The human Who helped me coming to the world advised my Umi I should not going up and down the stairs to prevent my bones from breaking. Therefore my umi built a wooden gate: such a beautiful piece of handwork! When my human family put it by the stairs I shouldn’t go up, we all looked at it proudly. When I went through the bars to look at it from above they all sat on the ground sadly but I still haven’t understood why…. they talked about wrong measures but they weren’t! The wood was so soft to gnaw… Thus Umi invented the human lift: to go up-or downstairs I took the first human passing by and I even got a treat! When you say the convenience!

At the very beginning Umi didn’t allow me to sit on the couch (growing up and with the right supports I solved this unfortunate situation) As she thought I wanted to get on to stay near her (she is so sweet) she sat on my pillow with me. It wasn’t bad to stick at her while she was working. She put her pc on her lap, writing and saying: “My next novel will be written by a dog” but I was not offended.

We stayed for hours on my pillow, I slept or chewed a bone while she wrote aloud. What does it mean? See you next time!

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Osservazioni quasi scientifiche per stomaci molto forti

Nel posto dove vivo è arrivata un’ondata di cani. Non so se sia una nuova moda o amore, comunque te ne rendi conto perché al parco, sul viale, sui marciapiedi, davanti ai cancelli, sono fiorite delle cacche grandi, sode, belle, quasi finte.

Da ciò si deduce che i proprietari sono poco preparati in educazione civica, ma sono commercialmente ben attenti.

Allora parliamo di marketing utile: pubblicitari diamoci una mossa con le idee per vendere sacchettini da raccolta deiezioni! Per una volta potete rendere un servizio all’umanità. (Potete anche copiare da altro tipo di sacchettini, in merito ai quali vi siete sbizzarriti) Non sarà mica difficile? Sacchetti colorati, profumati, small o extralarge, con il nome del cane sopra come la Coca Cola, a guanto per praticità, biodegradabili per i vegani, con scritta la parola CACCA per far ridere i bambini educandoli al rispetto degli altri, col dispenser musicale che applaude e scampanella ogni volta che stacchi un sacchetto e infine quelli tecnici con sottovuoto integrato per le massaie impenitenti o per l’analisi delle feci. Sono certa che il neo amico del migliore amico dell’uomo non disdegnerà un nuovo accessorio fashion.

Per concludere, non me ne vogliano i cinofili, a me queste cacche così finte più che schifo fanno un po’ impressione e mi viene la nostalgia di quando i cani mangiavano gli avanzi di cucina: c’è poco da fare neanche le cacche son più quelle di una volta.

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Vignetta della nonna gattofila di Brik

Pubblicato in: Dialogando con Brik

vet o mio dolce vet

brik nella sala d’aspetto del veterinario fa il polemico.

Lui entra e si guarda attorno, ignora i pazienti miagolanti nei trasportini o nelle gabbiette e si concentra sui cani. Cerca subito di stabilire un contatto con ognuno dei presenti, lui non si fa i fatti suoi, lui deve annusare con chi divide la stanza.

Bryce: – La fauna della sala d’attesa del veterinario non è delle migliori. Ho sentito lì dentro cose, che voi umani neanche potete immaginare. Stiamo tutti insieme in quello spazio angusto, bestie di tutte le taglie: alcune immense, altre minuscole. Non dico che uno voglia farsi quattro corse e due, tre giri di annusate di sottocoda, ma un minimo di socialità non guasterebbe per stemperare il nervosismo.

Lui osserva un TerOLYMPUS DIGITAL CAMERAranova di dimensioni orsine, sdraiato, pacifico, con il muso a terra. Brik strisciando con indifferenza cerca di avvicinarlo. Quello apre un occhio e lui s’immobilizza (uno, due, tre, stella?) e poi ancora spalmato a terra cerca d’arrivare ad annusargli una zampa. Il Terranova apre entrambi gli occhi e il brik sbatte la coda socievole:  – Ehi orso, come va?

 Bryce: – L’orso fa da tappeto e comunica solo aprendo e chiudendo gli occhi neanche fosse in stato terminale, una cagnina bianca ansima di paura, il cucciolo di Golden mena pacche e si morde la coda. Pare abbia fatto fuori l’intera confezione di pillole anti-concezionali della sua umana comprese di blister: eh, no, i cuccioli non ci arrivano proprio! Poi c’è il Lupo Cecoslovacco: ecco quello di sicuro non lo reggo! Ti guarda con lo sguardo accigliato che ricorda quello degli Husky, uno sa che se sei un Husky guardi così, ma se sei un Lupo Cecoslovacco, invece, DAI FASTIDIO… Poi sta fermo, in punta di zampe e ringhia fesso, come se fosse arrivato ieri dalla Siberia e non conoscesse altri abbai se non “io ti spiezzo in due”. Rilassati, Siberia! Gli volto le spalle. Ti ignoro Siberia, smettila di grugnire.

 Brik si dimentica di quelli in attesa, si sdraia elegantemente: zampe alla stracciatella distese, spalle erette, orecchie dritte (una a metà) e muso illuminato da due occhi attenti a quello che avviene nell’ambulatorio dietro la porta a vetri.

Bryce: – Mi siedo con sfacciata eleganza e il mio sguardo si concentWP_20150125_11_29_13_Prora sui suoni che provengono dall’ambulatorio vero e proprio. Cerco di decifrare un urlo felino: raccapricciante. Lo stomaco mi si stringe. Esce la dottoressa e parla: seguo il movimento delle sue labbra, mi sforzo di capire il linguaggio degli umani. Gli hanno schiacciato le ghiandole perianali? Guardo il gatto nel trasportino: sì, succede anche questo qui dentro, e poi ti rattoppano, di pungono, ti spediscono a fare un trip con l’anestesia, ti misurano la febbre in modo non convenzionale. Io alla fine ci ho rimediato un orecchio ricucito abbastanza dritto, con tre strisce genetico-fashion bianche, una sorpresa della natura! Sì, ci può stare fratelli: il mio nome totemico sarà Orecchia Striata, anche meglio di Due calzini!

Bry

 

Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (… come va a finire)

LE CHIOME DI LEONINA

(Per leggere la prima parte cliccare qui: prime righe e una pagina)

Germana taceva, ma la preoccupazione per quella situazione cresceva. Ritrovarsi con una figlia parrucchier-veggente era disarmante e la signora, donna con i piedi ben piantati a terra, spegneva i toni e minimizzava, ma sotto sotto era inquieta. Forse fu per questo che quando un prete venne per tosare una schiera di testoline extracomunitarie cespugliose del vicino centro d’accoglienza, non si oppose confidando nel fatto che un po’ d’acqua santa in certe questioni non fa mai male. Leonina accolse la brigata con entusiasmo e spedì un inserviente a comprar shampoo antipediculosi. Leonina rideva, massaggiava le teste dei piccoli e sembrava fiorire di gioia.

In capo ad un mese eWP_20150203_15_50_25_Prora su un aereo per l’Africa, diretta in una missione, nel mezzo del niente, pronta a tagliar capelli. Non valse a nulla la disperazione di Germana che non sapeva se dolersi di più per la mancanza della figlia o per le tante clienti che venivano a cercarla e se ne andavano via rammaricate.

Due anni e sei mesi e Leonina, che non aveva mai né telefonato né scritto, ricomparve sulla soglia del negozio: in buona salute, con un gradevole aspetto esotico e una pargoletta nera come il caffè attaccata alla schiena. Germana s’illuminò alla vista della figlia che ormai dava per persa ed esaminò la piccola: aveva tra gli otto e i dieci mesi e somigliava in modo sorprendente a Leonina se non per la pelle nera e vellutata color caffè. La maternità clandestina non turbò troppo Germana, lei stessa era stata una ragazza madre, ma l’aspetto sanitario (temeva che figlia e nipote potessero essere affette da qualche terribile morbo sconosciuto o anche ben conosciuto) e la burocrazia di documenti per il riconoscimento della piccola la preoccuparono non poco. Assolutamente convinta che per prima cosa bisognasse aver la pancia piena e niente guai con la legge, Germana piazzò la figlia in negozio con la forbice in mano e pensò al resto.

Dal suo viaggio Leonina aveva riportato una borsa piena di terre di tanti colori, ognuna riposta nel proprio sacchetto. Le dispose in barattoli di vetro e riprese il suo vecchio lavoro, solo che oltre a tagliare e asciugare, si dedicava anche alla colorazione dei capelli. Giocava con le sfumature e aggiungeva un pizzico delle sue terre alle miscele della madre. La capigliatura con quel tocco terroso assumeva tinte naturali e calde. Il tono di colore si confondeva con i raggi di sole, con la polvere di cacao, con i granelli di paprica a seconda del giorno, delle condizioni atmosferiche, della luce e sempre a prescindere dalle richieste delle clienti. Eppure a ogni persona veniva dato il suo colore, tra pizzichi di forbice e carezze di polpastrelli. Leonina attirava clienti come il polline le api e Germana faceva cassa, meno preoccupata di quando quella sciorinava previsioni, ma sempre impensierita dal possibile arrivo dei controlli degli ispettori anti-sofisticazioni.

Ima, così si chiamava la bimba, cresceva quieta e bella e ogni notte divideva il lettone con la madre. Le due non si parlavano molto ma dopo la chiusura del negozio, estate e inverno, andavano a camminare scalze nei campi o nei prati, mano nella mano, per sentire la terra, diceva Leonina. Germana aveva paura che la piccola si ferisse con tutto quel girar a piedi nudi, ma non successe mai. Arrivò il giorno che le terre finirono e, come se fosse la cosa più normale del mondo, Leonina prese un altro aereo e questa volta si accodò a un gruppo di Medici Senza Frontiere in viaggio verso l’India. La bambina accettò l’assenza della madre senza ansie e continuò la sua vita di passeggiate a piedi nudi, scuola, giochi e sonni nel lettone. Germana aveva come l’impressione che le due comunicassero in qualche modo: Leonina non c’era fisicamente, ma pareva essere vicina a Ima comunque.

Il negozio si svuotò cadendo in una specie di letargo per risvegliarsi due anni dopo, al ritorno di Leonina, quando i barattoli si riempirono nuovamente di terre dai preziosi colori. Germana, di nascosto dalla figlia, una mattina infilò la mano in uno di quei grossi vasi di vetro: toccò solo terra, banale e polveroso terriccio raccolto chissà dove, buono solo, a suo parere, per far crescere piante e fiori!

Ima con gli anni divenne alta e snella. Era strana e affascinante come la madre, ma aveva anche una mente logica e pronta e raggiungeva nello studio il massimo dei voti con facilità. Una sera, mentre spuntava i capelli di Ima, Leonina le disse di non dimenticare, una volta finito il tirocinio, di andare a curare una suora ammalata ai polmoni in un tal posto in America Latina, posò le forbici e con l’aria di chi non vuol dimenticare un incarico, scarabocchiò il nome del posto e della suora su un foglietto e lo diede a Ima. La ragazzina frequentava solo la terza media ma abituata alla dimensione del tempo di sua madre, lo prese e lo ripose. La nonna così seppe che la nipote sarebbe diventata medico.

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Il tempo trascorreva mentre Leonina andava e veniva. Germana invecchiava e le mani, forse per il mestiere che aveva esercitato, si riempirono di reumatismi e poi d’artrosi. Sedeva alla cassa e prendeva appuntamenti e vedeva piano piano il suo salone trasformarsi e assomigliare sempre più alla figlia. Fu eliminato l’impianto radio e si fece posto a un ragazzo peruviano che suonava un flauto di legno. Quando questo trovò un lavoro migliore, mandò in negozio suo cugino che pizzicava una piccola chitarra e quello a sua volta lasciò il posto a un altro cugino che si presentò con una specie d’arpa. Le note si diffondevano nell’aria del salone con discrezione e accompagnavano il lavoro di Leonina. Le luci riflettevano i colori delle terre, rese scintillanti dal vetro dei barattoli. I capelli, nel calore delle lampade, si lasciavano sedurre dalle dita abili. Il vapore dell’acqua si mescolava ai profumi lievi degli shampoo ed era tutto un parlare e parlarsi tra le clienti. Alle volte la figlia faceva segno a Germana di lasciar stare quando si trattava di fare il conto a una tal cliente e lei rassegnata sorrideva e diceva che non c’era nulla da pagare. Come non capiva quella storia delle terre, così non si persuadeva di come si potesse far beneficenza, regalando un taglio o una piega. “Se una non ha soldi, non ci va dal parrucchiere!” diceva tra sé e sé, ma poi lasciava correre.

Leonina, indiscussa sovrana di quel modo bizzarro di tagliar capelli, andava e veniva e così il salone si svuotava e si riempiva a ritmo regolare, fino a che una sera sedette a una delle poltrone del negozio, a sessanta anni e pochi giorni, chiuse gli occhi e non li riaprì più. Germana, seppellì la figlia e chiuse il salone. Era incapace di articolare le mani e cercò una casa di riposo che l’accogliesse. Ne trovò una. Bevendo con la cannuccia, imboccata dalle infermiere, arrivò a novantotto anni, raccontando a tutti di Leonina e delle sue terre, del salone di bellezza, di Ima che era medico e apparteneva al mondo intero come la madre.

Non si sentì mai sola, neanche allora.

Pubblicato in: Canine English Version!

Welcome on my blog!

My human mentor decidappena arrivatoed to collect my thoughts and adventures on this blog.

I’m a border collie, a shepherd’s dog, an attentive, wild and charming predator… But my human has no sheep and doesn’t live on a farm. I was told that apparently she is a kind of a writer and she always brings me in libraries and literary events. What a life it’s mine!!! Perhaps even a scandalous one for a dog of my breed. Nevertheless I decided to take care of this human and to stay by her side. She is not so bad, afterall she cares about me and it’s known that dogs are loyal companions.

 

Pubblicato in: Canine English Version!

Let’s explain!

Foto di Martina Miradoli
Foto di Martina Miradoli

To write about Bryce, aka Brik, is natural to me like it was years ago when I told stories to my sons and I put them black on white… Once a friend told me not to humanize my dog but once again it was so natural to me to use my pen to describe his behaviour in a serious and amusing way.

To write about Brik is like a game, a little tribute to his contagious joy and an excuse, so dear to every writer, to look around and Tell a story. From now on I will describe myself as “his human mentor”. Yes, I know, that from the very beginning there have been dogs and owners, but Let me use this poetic licence. Nobody should own someone: no man owns a woman or another man; nor a woman owns a man or another woman. A father doesn’t own a son nor does a mother. Therefore I don’t want to own a dog, I want to believe he choose to stay with me and never leave me ad I will never leave him.

Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (una pagina)

LE CHIOME DI LEONINA 

(Per leggere l’inizio della storia cliccare qui: Prime righe )

La maggior parte di loro si rifiutava di legare con quella strana bambina un po’ sfuggente, un po’ammaliatrice, ma qualcuna cadde sotto le sue forbici. Una di queste dai capelli scuri e lisci aIMG_7263ccettò un taglio a scalini, non facile, che impegnò Leonina tutto un pomeriggio.

Quando la madre della bambina andò a recuperare la figlia a casa di Germana, si trovò davanti una testolina un po’ geisha, un po’ egizia e un po’ triangolo scaleno.  La donna fece un putiferio da svegliare i morti e vietò per sempre la casa o il salone di Germana. Simile sorte toccò al figlio della vicina di casa che, portando i capelli già corti, se li ritrovò rasati con solo una girandola decorativa sulla cima e due “alette” sulle orecchie.

Germana fece sparire dalle mani di Leonina forbici e rasoi in casa e in bottega. Cominciò a far lezione alla figlia che s’impegnò diligentemente, ma quando si trattò di mettere in pratica questa o quella pettinatura, si rivelò goffa e impacciata. Ormai giunta ai tredici anni Leonina vagava tra la scuola, dove si addormentava sul banco, faceva le operazioni sul quaderno a righe e i temi su quello a quadretti, e il salone di bellezza: tra parrucche bionde, brune o rosse. Più cresceva e più era stonata rispetto al mondo che la circondava.

Un giorno le fu finalmente concessa l’asciugatura di un taglio a caschetto perché il salone era affollato. Leonina scansò il phon e si mise ad annusare le creme per capelli dei vasetti appoggiati sulle mensole del negozio. Ne scelse una e sotto gli occhi sempre vigili della signora Germana, ne raccolse una piccola quantità tra le dita e la scaldò fregandosi i palmi. Prese a massaggiare i capelli color castagna di una ragazza e sotto le lampade calde: lisciò, stropicciò e scrollò quella testa fino a che la capigliatura prese vita. Ogni ciocca trovò la sua posizione naturale, ogni punta segnò il proprio nord e ricci e onde si modellarono con garbo fino a ravvivare il visetto scarno. Nonostante Germana non riuscisse a sentirsi tranquilla la cliente pagò soddisfatta e se ne andò. Leonina sorrise distratta e posò le mani sulla chioma bionda fluente di una donna che cominciò a chiacchierare. Raccontava di un amore infelice e della solitudine e del gatto con cui divideva il letto. Germana, lì accanto, tagliava e tagliava, figurandosi di perder clienti e clienti, mentre tutto quel blaterare si mescolava alla musica della radio e al rumore dei phon. Più quella si accorava a raccontare e più Leonina infilava le dita lunghe tra i fili d’oro e le ciocche e, con gli unguenti della madre sulle mani, massaggiava e accarezzava i capelli. Se uno ha in mente la grazia di una ballerina classica, può figurarsi quel balletto in punta di dita. Alla fine la capigliatura fu scrollata con i polpastrelli che accarezzavano la cute e prese forma. La donna si alzò soddisfatta, ma Leonina alla domanda di quanto le dovesse, rispose di prendere l’autobus. S’intromise Germana che non dimenticava gli affari perché si doveva pur pagare l’affitto alla fine del mese. La cliente saldò, ma prese anche l’autobus per tornare a casa e conobbe l’autista, un tale appena abbandonato dalla compagna d’una vita, con cui, due anni dopo, sarebbe convolata a giuste e felici nozze.

A Leonina furono nuovamente concesse le forbici e prese a tagliar capelli solo a ragazze “disponibili alle novità”, come avvisava Germana, proteggendo il buon nome del negozio.

Fu la volta di una ventenne tormentata da una scelta difficile. I genitori la torturavano perché continuasse gli studi, il fidanzato voleva sposarla subito e lei, per non sentire nessuno, faceva cruciverba e risolveva rebus. La ragazza snocciolò la questione che la esasperava quasi in preda a un collasso nervoso. Leonina le scorciò i capelli neri fino a farne una nuvoletta vaporosa intorno al viso pallido. Indice, pollice e medio affondarono nel crine sottile e poi si ritrassero e lasciarono spazio alla forbice che prese a recidere invisibili punte in una coreografia da tip-tap.

La ragazza, infine, si alzò dalla poltrona e gettò nella pattumiera le riviste d’enigmistica. Quando andò da Leonina, già posizionata dietro a un’altra cliente, per ringraziarla, quella in risposta le chiese se quel giornIMG_7264o fosse già passata in chiesa. La studentessa indecisa si fece suora e con gli anni fondò un nuovo ordine religioso.

Leonina fissò il volto riflesso nello specchio della cliente: allungò le ciocche, scompigliò la chioma, infilò le dita dalle unghie perlacee tra i capelli color cenere e poi colpetti di forbice, come bisturi di chirurgo, rimossero esuberi e millimetri di capelli. Dopo di quella toccò a un’altra donna.

Fu una folata d’aria diffondere quel che accadeva nel salone di bellezza all’angolo e un tutt’uno ritrovarsi la coda fuori del negozio per tagliarsi i capelli da Leonina.

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Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (prime righe)

Le chiome di Leonina è un racconto che ho scritto nel 2007 ed è rimasto nel cassetto della scrivania. I racconti non li pubblica nessuno o quasi. E’ una storia che amo perché Leonina, sua madre e anche sua figlia non hanno mai smesso di farmi compagnia. Le storie ci sono e basta, questa c’era e quindi eccola:

LE CHIOME DI LEONINA

Germana era una parrucchiera e lavorava nel suo salone, un negozio all’angolo della via, conosciuto e con una discreta clientela. Rimase incinta e lavorò fino al nono mese perché quella bimba nella pancia le sembrava di non averla. Quando partorì Leonina scrutò i suoi occhi grandi e il suo ciuffetto rosso con apprensione. Come ogni madre, Germana amò da subito la piccola, ma capì all’istante che le avrebbe procurato dei guai.Leonina divenne una bambina silenziosa e solitaria alla quale piaceva gironzolare tra le poltrone per il taglio e i caschi asciugacapelli. Un giorno, scoperta una testa di manichino con la capigliatura, si mise subito all’opera con pettine e spazzola e poi appena le lasciarono tra le mani una forbice, Leonina prese a tagliar capelli. Non che ci fosse nulla di strano, pensava la madre: in casa di fornai s’impara a far pane; in casa di parrucchieri s’impara a tagliar capelli. Ma a dir il vero, qualcosa di strano c’era e Germana lo sapeva. Quella figliola non alzava mai gli occhi sulle mani della madre, mentre questa esercitava il suo mestiere. Mai sfogliava riviste o ascoltava quello che la parrucchiera insegnava alle apprendiste. Leonina seguiva un percorso tutto suo mentre tagliava e i guai presero forma quando la bimba, in età scolare, cominciò a far pratica sulle compagne di classe.

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