Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Non si vive di soli libri, ma anche di gatti

Dalì, Salvador

Alle sei di questa mattina il nostro ex-gatto Dalì (si è spostato a vivere dai vicini ma ci frequenta abitualmente) entra in casa dalla gattaiola e lancia un paio di miagolii prima di andarsene di nuovo. Dormivo. Mi giro mi  dall’altra parte immaginando che anche i gatti abbiano le loro paturnie. Dopo un’ora la cosa si ripete e nuovamente seppellisco la testa sotto il cuscino. Più tardi, mentre sto facendo colazione con mio figlio gli racconto quanto accaduto (lui non si sveglia neanche con il ruggito del leone) aggiungendo che mi è sembrato un avvertimento quello di Dalì, uno strano avvertimento.

Indi, il gatto regolarmente residente a casa nostra, stamattina non si vede, ma mio figlio assicura che ieri sera era con lui in mansarda e quindi non c’è ragione di preoccuparsi. Poi ci ripensa: «Ieri sera ho aperto la finestra sul tetto solo per pochi minuti e Indi era profondamente addormentato, non credo che mi abbia fregato». Il tetto è l’unico ambiente della casa vietato ai gatti: ci sono i comignoli e le finestre delle case vicine, dove non tutti gradiscono visite feline. Ovviamente è il posto più ambito dove passare la notte per il nostro gatto residente.

Partendo dal presupposto che un gatto frega sempre un umano, ci precipitiamo in mansarda: il vetro esterno (non lavo frequentemente i vetri) della Velux è pieno di impronte feline. Indi ha 14 anni e una notte sul tetto potrebbe costargli cara.

Quello che è accaduto dopo non è carino da confessare. La scrittrice per ragazzi, io, quella figura rassicurante cui professori e genitori affidano i ragazzi e che guida un gruppo di lettura in biblioteca, spunta dalla finestra del tetto fino al busto; ben visibile nel quartiere, come un campanile; scarmigliata, in canottiera, con un filetto di sgombro sottolio penzolante dalle dita (vera leccornia per il felino residente) e chiama: « Indi! Micio-micio! Pappa buona!!!»

Il caro vecchio Indi dopo la sua notte brava, di tornarsene a casa proprio non ha voglia, passeggia e miagola stando alla larga dalla mia finestra (e io sul tetto non ci salgo di certo). È in ottima salute e punta i piccioni. Me ne vado e lascio lo sgombro in un piattino in mansarda. Poiché, in fondo, io sono l’umana  e lui il gatto, appena si sente al sicuro ed entra a mangiare (meglio lo sgombro sottolio che il piccione da spennare), chiudo la finestra e lui è rimane dentro. Fregato. Chi la fa l’aspetti.

Indi – Indiana Jones

Resta solo da appurare se il nostro ex-gatto Dalì volesse avvertirci che il padrone di casa era rimasto chiuso sul tetto o fosse solo invidioso della cosa. Ai pazienti vicini l’ardua sentenza.

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Sgranocchiando avventure…

 Pacunaimba di Michele D’Ignazio è un’avventura scritta con delicatezza quasi surreale che mi fa pensare per ritmo, leggerezza e colori al bellissimo corto d’animazione I fantastici libri volanti di Morris Lessmore. Un libro coraggioso, oggi, nel panorama della narrativa per ragazzi.

brasile

13046321_1188711074487303_444624696_n

Ho conosciuto Michele a Scampia Storytelling, aveva con sé una valigia piena di storie, la storia di una matita nel taschino e dei modi gentili.

Sono felice di poter leggere autori come lui, sono proprio felice e sono commossa… grazie per la bellissima dedica!

Pubblicato in: Human English Version!, Ragionando di un cane di nome Brik...

… è tutta questione di naso! … it’s just a matter of nose!

WP_20151111_09_23_57_ProBryce al parco gioca con la sua pallina. Gli chiedo di stare fermo, la lancio e lui potrà andare a recuperarla solo quando io dirò: OK!!!

At the park Bryce plays with his  ball. I ask him to stay, I throw it and he can go to fetch it only when I say: OK!!!

E’ inverno pieno, ma il freddo quest’anno è arrivato tardi. Un tappeto di foglie morbide di bruma, gialle, rosse e arancioni ricopre il terreno. Arriva un Beagle femmina. Una simpatica cagnolona sovrappeso e allegra. Tiro lontano la pallina e Bryce corre a cercarla. Si lancia all’inseguimento, salta, affonda nelle foglie, si rotola e infila il naso nell’erba alla ricerca della sua preda di caucciù.

It is midwinter, but the cold arrived late this year. A carpet of soft, misty, red, yellow and orange leaves covers the ground. A female beagle arrives. A nice, overweight and cheerful dog. I throw the ball far away and Bryce run to search it. He gives chase, jumps, sinks in the leaves.  He rolls and sticks it’s nose to the grass searching its rubber prey. 

Arriva Wendi, la Beagle, al trotto e senza neanche abbassare troppo il naso sul terreno segue le tracce della pallina. Bry ha sollevato terra e goccioline di bruma con la coda a spazzola e allegro perlustra tutto intorno: gira e rigira e cerca. Fiuta e s’accanisce nella caccia come un lupo nel bosco. Wendi non devia il percorso, che sa già essere il più breve per arrivare alla pallina, e non ci mette neanche dieci secondi a scovarla sotto il fWP_20151111_09_23_48_Proogliame e a prenderla in bocca. Con occhi dolci e orecchie morbide come una cascata di capelli castani guarda Bryce: se non avesse la pallina tra i denti si potrebbe pensare che sorrida.

Wendy, the beagle, arrives trotting and even without lowering to much her nose to the ground, she follows the ball’s tracks. Bryce lifts ground and mist drops with his brush-shaped tail and cheerfully scouts all around: he turns and turns and searches. He sniffs and insists hunting like a wolf in the wood. Wendy doesn’t change her route, that she knows to be the shortest one to the ball. She needs less than 10 seconds to find and take it in her mouth. With sweet eyes and soft ears that remind a soft cascade of brown hairs, she looks at Bryce: if she hadn’t the ball in her mouth you could think she is smiling.

Lui si immobilizza: coda ritta, posa plastica e negli occhi una muta domanda: “Ma dove diavolo era intanata quella furbissima pallina? L’ho cercata ovunque!”

He Stands motionless: straight tail, proud pose and a silent question in his eyes: “But where on earth was that smart ball? I looked for it everywhere!”

Caro border, è tutta questione di naso!

Dear border, it’s just a matter of nose!

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

è solo un cane … ?

E’ solo un cane. Già, non mi piace umanizzare gli animali, nonostante oggi venga naturale: cartoni animati, libri, giochi, è facile dimenticare la scienza che si chiama etologia e giocare con la fantasia. Lo faccio io stessa sul blog! Eppure, nonostante cerchi di tenere i piedi per terra e la testa sulle spalle, non riesco o non stupirmi di certi comportamenti di Bryce.

Metto a scWP_20151031_09_18_25_Proaldare una fetta di pizza sulla piastra e dico a mio figlio di servirsi. Passano dieci minuti e poi quindici e lui immerso nei suoi pensieri (compiti/musica/chat) si dimentica della pizza. Bryce, che aveva attentamente seguito la vicenda, si alza delicatamente sulle zampe posteriori, afferra il bordo della pizza e porta la fetta al fratello umano. La depone ai suoi piedi e lo guarda. Sembra voler dire: La mangi tu? Se non ti va, me la pappo io! Avrebbe potuto sgraffignarla e mangiarsela: è solo un cane. Non l’ha fatto. Intelligenza, senso del branco, fame atavica sopita? …chissà.

Resta il fatto che questo comportamento mi ha stupito e affascinato allo stesso tempo. Vorrei sapere cosa ha attivato quel comportamento nella testolina di Brik, ma mi accontento di guardare i suoi occhi color ambra che raccontano mille storie e il suo muso alla stracciatella con la lingua penzoloni che sembra ridere. E’ bello sapere che lui si senta parte della famiglia, ops del branco.

Alle volte mi capita di pensare che sebbene io non sappia leggere nella mente di Brik, lui e gli altri cani o i gatti in generale, sappiano invece farlo con noi umani. Sarebbe curioso se loro capissero le nostre parole o i nostri sentimenti e noi invece non riuscissimo a decifrare il loro comportamento. Sarebbe buffo arrivare a scoprire che quelli evoluti sono proprio loro!

Sto scherzando, ovvio… oppure no?

Canide felinamente affondato nel divano

English version: He’s just a dog…?

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Tra le righe…

Ho finito di leggere “Sarò io la tua Fortuna” di Marco Tomatis e Loredana Frescura e l’ho trovato bello.

Ho formulato subito tre pensieri:

– Non mi era mai capitato di leggere un libro “per ragazzi” con argomenti considerati tabù nel genere (evviva, finalmente, evviva)

– Non ci sono sconti, neppure, nelle descrizioni relative alla guerra, non si teme di sconvolgere i ragazzi (evviva evviva, tanto i ragazzi non si sconvolgono comunque ed edulcorare la guerra sarebbe davvero troppo)

– Ho apprezzato il fatto che gli autori non si sono, solo, documentati per scrivere un romanzo ambientato in un certo periodo storico, ma hanno scritto un romanzo ambientandolo in un periodo storico che conoscono profondamente.

Quindi rifletto:

1)Questo libro è in linea con quelli dei grandi nomi dello YA come Chambers, Green, Stratton, Bougers, Murail (ambientazione storica a parte, forse) lo tradurranno? Si traduce troppo poco. Non solo questo, ma ALTRI apprezzabilissimi romanzi rimangono confinati e incredibilmente dimenticati in patria.

– Chissà, magari, se li traducessero in inglese poi, col tempo, li riscopriremmo anche in Italia? 😀

2) Un bel romanzo è un bel romanzo. Categorie Young Adult o Ragazzi sono solo stupidaggini; eppure esistono, isolando certa Letteratura in un immeritato e assurdo limbo. Perchè? Mistero casereccio.

Ho finito di blaterare la mia opinione, o di abbaiarla, come direbbe il mio fidato socio Brik!

12029647_1055308944494184_244682810018249733_o
Pubblicato in: Pensieri canini

Sì, viaggiare…

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Non so se mi piaccia viaggiare, ma so che non posso mollare la Umi. M’innervosisce visitare luoghi che non conosco, non riesco a sentirmi tranquillo e continuo a guardarmi le spalle. E’ un periodo così: voglio proteggere il mio branco ma non so se ce la faccio e questo mi disorienta. Devo ammettere che PsicoPit mi ha lasciato una bella cicatrice.

Comunque viaggiare ha i suoi lati positivi, specie se si accompagna la nonna. La Umi dice che lei soffre di glicemia alta ma nazionale, non so bene cosa voglia dire però la nonna ha un fiuto che fa invidia al mio. In prossimità di bellissime pasticcerie dice sempre che è stanca e ha bisogno di una sosta. Aggiunge che “il cane”, intende me, ha sete e io faccio il muso di uno che ha sete. – Non appena appoggi a terra la coda, in Francia, ti portano una ciotola d’acqua. Forse hanno paura che i loro cani muoiano disidratati, chissà se qualcuno li lascia in macchina al caldo anche lì? – Poi la nonna dice che “il cane” (sempre indicando me) ha fame e io faccio il muso di uno che ha fame, molta fame, sta morendo di fame. Rimedio un pezzo di dolce mentre alla Umi esce il fumo dalle orecchie e nei suoi occhi scorrono parole poco signorili.  La nonna sostiene che in vacanza le malattie vadano lasciate a casa per viaggiare leggeri. Che l’entusiasmo del viaggio brucia il colesterolo e gli zuccheri in eccesso, ma la Umi non è d’accordo. Medita per qualche istante e valuta a chi facciano peggio, tra me e la nonna, gli zuccheri della torta. Vince la nonna, quindi io rimedio la mia parte con soddisfazione.

Il momento migliore dalla vacanza, però, rimane quando al mattino io e la Umi sgusciamo fuori dalla stanza e scendiamo in paese. Camminiamo in silenzio, a noi piace il silenzio. Ci sediamo al tavolo di un caffè e lei beve una Noisette, come i francesi chiamano il caffè macchiato. Il barista è un uomo di una certa età, con tanti capelli bianchi e un sorriso accogliente. Ogni mattina ci presenta ai suoi clienti e ce n’è sempre qualcuno d’origine italiana. Poi passiamo nella piccola Boulangerie, panetteria, per laWP_20150828_07_26_54_Pro brioche. Io non devo rimanere fuori, entro e sono educato. La proprietaria, una donna gentile e dolce (ovvio), mi offre ogni mattina un biscotto a forma di cuore. Che è a forma di cuore lo ha detto la Umi, io so solo che è buono e sa di burro. Resto composto mentre la Umi chiacchiera e paga e, prima d’uscire, saluto con un colpo di coda e un sorriso canino.

L’ultimo giorno prima di ripartire, la Umi ha comprato una scatola e l’ha fatta riempire con tanti di quei biscotti e non solo a forma di cuore. Mi sono dolcemente illuso che fossero per me: uno ogni mattino, non aveva importanza la forma, in fondo. Invece la Umi ha aperto la scatola in Italia, quando la nonna non c’era, con i miei fratelli umani, assaggiandoli insieme a un tazza di tè e per me ha scartato un osso di pelle di bufalo.

Qualcuno ha a portata di zampa il numero di telefono verde?

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
giuli&brik
Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

CINEMATOGRAPHE LUMIERE

WP_20150829_10_48_04_ProPer me viaggiare è un bisogno, una necessità vitale… e credo che al giovane Brik piaccia accompagnarmi! Viaggiare con i libri, i film, a piedi o nel tempo.

Sulla costa francese, tra Tolone e Marsiglia, c’è un paese dove si trasferì Antoine Lumière, il padre di Auguste e Louis, e c’è un cinema: il cinema Eden, il primo della storia. La prima proiezione a pagamento per 33 spettatori, come scrivono i manuali, avvenne a Parigi nel Salone Indiano (oggi al suo posto c’è un hotel e un parcheggio) annesso al Grand Caffè su Boulevard Des Capucines, nel dicembre del 1895, ma qualche mese prima i fratelli Lumière proiettarono gratuitamente per amici e parenti “L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat” nel cinema Eden. Distrutta, restaurata fedelmente con coraggio e passione e riaperta nel 2013,  quella sala cinematografica parla di sé. Le foto antiche e i fotogrammi di una proiezione in bianco e nero riportano indietro nel tempo. La cordialità spontanea della giovane donna che ci accompagna all’interno del cinema Eden annulla le barriere mentre comunichiamo un po’ in francese, un po’ in inglese, un po’ con quei sorrisi che affiatano e narrano passionidaspo 2015 comuni. I luoghi, poi, parlano da soli, basta saper ascoltare. Anche quella sala rossa racconta: le foto che la ritraggono diroccata rattristano e i proiettori d’epoca cancellano più d’un secolo di tecnologia. Della settima arte percepiamo il fascino degli inizi, la scommessa del brevetto Lumière e le multisala dolby surround ci paiono fantascienza. “L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat”, girato nella stazione a qualche centinaia di metri dal cinema e non troppo cambiata, scorre nella testa: sorridiamo davanti allo sgomento degli spettatori di allora; immaginiamo i loro volti stupefatti nel vedersi venire incontro la locomotiva nera (da notare l’inquadratura angolata che dà profondità alla scena).

E’ così, mentre alcuni distruggono, altri ricostruiscono con passione piccoli fotogrammi del passato e tutti noi non possiamo che essere loro grati.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Site de L’Eden Théatre

 

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. E’ vero, ma non ci credo

Agosto 2015
Agosto 2015

Gennaio 2014. Parcheggia la station-wagon tra il lenzuolo del venditore ambulante marocchino e lo sportello bancomat e va  a fare la spesa. Sono lì, in attesa del mio “pusher” (un’amica) per ricevere una bottiglia di echinacea (panacea di tutti i mali di stagione) e getto un occhio al sedile posteriore: chiuso in auto c’è un bimbetto imbacuccato che dorme nel guscio di plastica agganciato alle cinture di sicurezza. Mi volto e la mamma, tranquilla, infila l’entrata del supermercato spingendo un carrello. Non ha l’aria di una che ha dimenticato di prendere il latte. Ritiro la mia tintura madre dopo dieci minuti e la “proprietaria” del bambino ancora non esce. Quello sgambetta, apre gli occhi, si guarda attorno. Sconcerto. Non posso andarmene. Entro nel supermercato e individuo la donna tra le mele e le arance che sceglie la frutta con calma. (La frutta è importante per una corretta alimentazione, già.) Avvicino la responsabile del box accoglienza, che informata, alza gli occhi al cielo e replica: “E’successo anche quest’estate! Adesso faccio un annuncio con l’altoparlante”. Me ne vado tranquilla perché la dipendente del supermercato esce e si mette nervosamente di guardia alla macchina. Immagino che ormai il piccolo urli e scalci, con il faccino rosso impastato di lacrime e moccio. Tranquillo piccolo, una voce dolce eppur decisa starà annunciando: “La signora che ha lasciato parcheggiato fuori il bimbo è pregata di spostarlo sul comodo carrello all’interno del supermercato. Faccia pure con comodo, il camion dei rifornimenti non l’ha schiacciato in retromarcia, l’abitacolo non ha preso fuoco e non c’è nessun criminale o ladro di bambini in giro.”

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Dottor Dalì e mister Ago

I gatti son bestie ben strane. Andarci d’accordo significa essere persone aperte e disposte ad accettare un rapporto di amicizia tollerante e non esclusivo. Salvador Dalì, il gatto che mi appartiene solo sul suo libretto sanitario, è sempre stato malaticcio e considerato un tipo non troppo intelligente. Dalì arrivò in un Natale freddissimo, ancora cucciolo. S’acciambellò fuori, al lato della porta d’ingresso, e lì rimase. Gli portammo del cibo ma non mangiò.

Allora non potevamo sapere che i gatti del quartiere lo avevano ben istruito: “Anche se hai fame non mangiare, ti verrà l’acquolina in bocca ma tu resisti. Solo così ti porteranno dentro al caldo e ti daranno cibi squisiti e non avanzi.” “Vale la pena”, insistevano loro e quello resistette.

Fu curato come un principe, vaccinato e sfamato e, illusi noi, pensavamo che fosse per natura un po’ sciocco.WP_20150709_09_12_52_Pro

Tempo fa appresi che il grande giardino dei miei vicini di casa è una specie di circolo ricreativo per gatti. Puoi incontrarci Amilcare, dal pelo lungo e con l’aria da lince; Coda Mozza, il cantore che vaga per i giardini miagolando a squarciagola (è l’unico non sterilizzato della zona, non si sa se canti per disperazione o cerchi ancora moglie dopo quasi un anno); il bianco Pelo Lungo, il nuovo giovane Grigetto, Indiana Jones (che vive con la mia famiglia) e Dalì, detto da noi Peda (da pedalino, calzino in romanesco) oppure detto Ago (da agonia) dai gestori del circolo ricreativo nonché suoi cari amici.

Insomma noi eravamo conviti che chiamando Dalì, Peda, Ago con ben tre nomi, il poveretto avesse le idee confuse, sebbene Bryce sapesse benissimo come il Rosso (già, lo chiamiamo anche così) avesse tre nomi, pardon quattro. Immaginate la mia sorpresa quando appresi dai miei vicini di casa che era una specie di boss. In realtà il furbo Dalì se la cavava male con l’onomastica, ma era il capo indiscusso del circolo ricreativo.

IMG_6509 - CopiaVideo alla mano il dottor Dalì o mister Ago, scaccia a zampate gli altri iscritti al circolo e quelli abbassano lo sguardo e voltano la coda al solo vederlo da lontano. E’ il primo ad abbeverarsi o a sgranocchiare crocchette offerte dagli umani del circolo ed è l’unico che può scegliere il posto al fresco sotto la siepe. Lui con le zampe davanti corte (eredità materna), la coda lunghissima (eredità paterna), con gli occhi da Manga e il granuloma felino è una feroce tigre temuta dagli altri gatti.

Pare porti rispetto solo a Indiana (forse perchè da lui apprese l’uso della magica gattaiola di casa mia e probabilmente si considera il suo giovane padawan), lo incensa di leccatine sul muso e gli gorgoglia miagolii di accoglienza appena lo vede. Effettivamente Indiana Jones, bianco, lustro e muscoloso (grazie alle crocchette solo pesce senza carboidrati aggiunti) è il boss di tutti i giardini, antipatico e testardo come nessuno. 

Sarà perchè ormai Dalì-Peda-Ago-Rosso ha capito d’essere stato smascherato, però, qualche giorno fa, mi è venuto a trovare e dopo una lunga lamentosa overture si è mostrato fortemente claudicante. Si è lasciato visitare, ha atteso che facessi l’ennesima avvilita telefonata al vet e poi ha ingoiato di buon grado l’antibiotico. Sia chiaro che essendo estate, lui vive al circolo ricreativo quindi trovarmelo a casa è stata una sorpresa. Dottor Dalì o mister Ago è stato subito meglio e quindi ho dovuto anche contattare i vicini di casa, gestori del circolo, per terminare la cura con il loro aiuto.

Posso solo aggiungere che qualche notte fa me lo sono ritrovato sul letto, profuso in fusa e in dolci pestatine di zampe sul mio braccio a ricordare quando appena nato spingeva con le zampine sulle mammelle materne per stimolare l’uscita del latte. Alto gradimento nei miei confronti, quindi?

Non credo: i gatti sanno anche essere educati, ringraziano.

Vedi anche: Il potere delle storie (un altro punto di vista)

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Esercizi di pazienza

Arrivo in macchina davanti all’ambulatorio veterinario e mi precede una BMW che si piazza nel mezzo di uno spazio sufficiente per due posti auto. “Se accosta c’entro anch’io!” propongo gentilmente. “Non credo” risponde il guidatore e scende. Procedo, parcheggio e mi trascino il trasportino col Rosso per una cinquantina di metri fino all’ambulatorio.

La mia teoria, elaborata in chilometri di camminate con Bryce, considera i proprietari delle BMW persone sgradite: non si fermano davanti alle strisce pedonali, vanno troppo veloci, rubano i parcheggi e i SUV BMW, in particolare, sono peggio dei Decepticon nei Transformers.

Ovviamente i bmwniani, oltre al parcheggio, mi precedono anche nella lunga coda d’attesa in ambulatorio. Arriva un cane con la tosse e viene fatto passare per paura del contagio. Finalmente giunge il turno del bmwniani e io vengo fatta accomodare nella saletta accanto allo studio del vet. La loro visita si prolunga esageratamente e il vet, che cura i cani e fa da psicologo ai padroni, non lesina parole. Spaziano dalla dieta al comportamento: ti fai un cane che assomiglia a un cavallo e poi ti lamenti se gli ospiti si agitano? E comprare un manuale tipo: “Il cane: cura e manutenzione”? Wikipedia? No, i ricchi pagano per un vaccino e prendono una conferenza.

Io fremo con il Rosso nel trasportino che ha mezzo muso sfigurato delle piaghe del granuloma felino e deve fare l’iniezione di cortisone. Intanto ragiono che sono quasi le sette (pm.) e la puntatina mordi e fuggi al supermercato è saltata: per cena bisogna raschiare il fondo del congelatore. Devo anche portare la nonna a casa e Brik, che la sta trattenendo, in passeggiata (…la pipì non si fa in giardino: “Umi, poi puzza!”). I figli dispersi arriveranno per cena, hanno precisato “affamati”. Chissà se in frigo è rimasta quell’ultima confezione di Seitan? Quella con la scatola molliccia e ondulata perché il frigo trasuda e va sbrinato. Son quasi certa d’averla vista ancora lì stamattina, ma scade il Seitan? Lunga vita ai toast. Altro che Esercizi di stile il prossimo libro da leggere sarà: Esercizi di pazienza.

Pubblicato in: Human English Version!, Ragionando di un cane di nome Brik...

Regali del tempo… Time gives you memories…

Il tempo è ilcome bene più prezioso. Solo il tempo svela i veri amici. Il tempo cambia, aggiusta, intona persone e persone, persone e luoghi, persone e animali. Conoscersi porta, col tempo, Border e Umano è muoversi con lo stesso passo. La routine diventa la conferma che viviamo insieme gli spazi e che possiamo affrontare insieme i cambiamenti.

Time is the most precious asset of all. Only time reveals true friends. Time changes, mends and matches people and people, people and places, people and animals. To know eachother brings, as time goes by, border and human to move at the same pace. Routine confirms that we live together spaces and that we can face changes together.

Il tempo scorreva veloce mentre io e il brik camminavamo per le vie del paese. Avevamo incontrato di nuovo l’uomo con il pitbull che quasi staccò l’orecchio a Bryce, ed era stato proprio lui a indicarmelo ringhiando. Anche questa volta era scappato, il vigliacco, non appena ci aveva riconosciuti e mi sentivo tremare, presa dall’indignazione e dalla memoria della paura. Allora il mio cane saggio camminò al mio fianco per quasi due ore e indiana jons da piccolola tensione si sciolse, la paura sfumò.

Time went by quickly as Brik and I were walking through our city steets. We met again the man and his pitbull, the one who almost tore away Bryce’s ear; and it was a growling Bryce to point him out to me. And once again that coward went away as soon as he recognised us and I shook full of indignation and scaring memories. Then my wise dog walked next to me for about 2 hours until tension melted away and fear faded away.

Il tempo scorreva lento quando, andando verso il campo di agility, passammo con la macchina su una stradina sterrata piena di buche e io rallentavo a passo d’uomo. Bryce era impaziente di scendere per correre tra gli ostacoli, si agitava, mugolava e quindi dal sedile di dietro mi allungò una leccata sull’orecchio: “Umi andiamo così piano che torniamo indietro nel tempo… ”

Time went by slowly as driving to the agility ground we passed on a rough road full of holes and I slowed down to a crawl. Bryce was impatient to get out to run among the obstacles. He fidgeted, moaned and therefore from the rear seta he licked my ear: “Umi we go so slowly that we are going backwards in the past…”

Il tempo regala ricordi.

Time gives (you) memories.

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Il referto

Esame senologico. Mentre il medico esegue l’ecografia, guardo lo screening sul monitor. “Vede le fasce grigie? sono la parte adiposa -spiega lui– le altre, quella ghiandolare.”

Il tipo, occhi azzurri e capelli biondo anziano, è uno di quegli uomini degli spot televisivi che, direbbe la Murgia, a differenza delle donne non invecchiano, ma maturano.

“Un seno non più giovane -continua quello- presenta in maggioranza parti adipose (grazie) Non sta più su come quello giovane, pieno di tessuto ghiandolare (ma dai?) Infatti certe donne ricorrono alla chirurgia plastica” (…ma questo ha un altro lavoro in una clinica estetica?)

Io replico che la penso come Anna Magnani quando, a chi le diceva di farsi stirare le rughe, rispondeva che ci aveva messo una vita a farsele venire. E lui: ”Donna interessante la Magnani, ma non bella” (ancora!)

Poi mi domandano perché preferisco le donne medico!

Salverei solo il ginecologo di Lussemburgo che ha aiutato a nascere mio figlio: magrolino, alto, che, nonostante la prole numerosa, pareva un essere asessuato dalla calma infrangibile. Mentre, io, nella saletta dalla luce soffusa e con la filodiffusione, mi spaccavo la cervice uterina per far uscire la creatura, lui e mio marito, accanto a me, discutevano su quali fossero i vini migliori: quelli francesi o quelli italiani? Ecco, lui mi era simpatico.

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. La terapia

Ebbene mi sono concessa una spesa rilassante al supermercato: non al centro benessere, ma proprio al supermercato.

Si tratta di quella terapeutica operazione che ci permette di affrontare positivamente i lavori sporchi.

Dopo aver parcheggiato in quel posto, sì proprio in quel rettangolo bianco dove ero ferma quando ricevetti la telefonata che mi annunciava la vittoria del Premio Arpino, in quella piccola area di sosta che se trovo libera è presagio di buona giornata, mi sono armata di carrello e sono entrata con cuore leggero nel supermercato. Ho chiacchierato davanti ai limoni con un anziano signore molto distinto, un gourmet che produceva liquori fatti in casa e cercava frutta non trattata. Una discussione interessante che ha spaziato dal biologico ai viaggi in Svizzera. Poi qualche scontro con carrelli amici e vecchie conoscenze e un girovagare creativo tra le corsie alla ricerca d’idee per pranzi e cene sani, veloci da preparare e appetitosissimi (corsia 9 e ¾ non trovata). Quindi, mi sono concessa un quarto d’ora di lettura di etichette nel reparto biscotti e gallette alla ricerca della marca cui dare la Palma d’Oro per assenza di olio di palma tra i propri ingredienti (premio non assegnato). Quindi si torna a casa sereni e soddisfatti, dopo una breve e organizzata sosta alla cassa e con il bagagliaio pieno di scorte alimentari che mi auguro bastino almeno per due settimane, forse tre… insomma fino a che frigo e credenza tristemente vuoti mi richiameranno alle armi.

La spesa spensierata non prevede la famosa lista per non scordare l’indispensabile, diligentemente fatta e doverosamente lasciata a casa. Dunque, a un veloce check, ho dimenticato solo il latte (bottiglia vuotissima), l’olio si semi di girasole per Bryce (rende bello il pelo di chi è già bello) e il sale per la lavastoviglie (macchina ferma e pienissima). Per rimediare a questo spiacevole effetto collaterale farò un raid più tardi senza carrello. Entrerò furtiva e lesta, dribblerò la folla, afferrerò i tre prodotti mancanti e farò coda con aria mesta per pagare tre miseri pezzi contando sul buon cuore della massaia che intasa la cassa con un carrellone strapieno di vettovaglie.

Quando i miei figli erano piccoli usavo le storie e le letture ad alta voce per rendere risolvibili i problemi irrisolvibili, gradevoli le incombenze sgradevoli… diciamo, se può essere utile, che non ho perso il vizio.

Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (… come va a finire)

LE CHIOME DI LEONINA

(Per leggere la prima parte cliccare qui: prime righe e una pagina)

Germana taceva, ma la preoccupazione per quella situazione cresceva. Ritrovarsi con una figlia parrucchier-veggente era disarmante e la signora, donna con i piedi ben piantati a terra, spegneva i toni e minimizzava, ma sotto sotto era inquieta. Forse fu per questo che quando un prete venne per tosare una schiera di testoline extracomunitarie cespugliose del vicino centro d’accoglienza, non si oppose confidando nel fatto che un po’ d’acqua santa in certe questioni non fa mai male. Leonina accolse la brigata con entusiasmo e spedì un inserviente a comprar shampoo antipediculosi. Leonina rideva, massaggiava le teste dei piccoli e sembrava fiorire di gioia.

In capo ad un mese eWP_20150203_15_50_25_Prora su un aereo per l’Africa, diretta in una missione, nel mezzo del niente, pronta a tagliar capelli. Non valse a nulla la disperazione di Germana che non sapeva se dolersi di più per la mancanza della figlia o per le tante clienti che venivano a cercarla e se ne andavano via rammaricate.

Due anni e sei mesi e Leonina, che non aveva mai né telefonato né scritto, ricomparve sulla soglia del negozio: in buona salute, con un gradevole aspetto esotico e una pargoletta nera come il caffè attaccata alla schiena. Germana s’illuminò alla vista della figlia che ormai dava per persa ed esaminò la piccola: aveva tra gli otto e i dieci mesi e somigliava in modo sorprendente a Leonina se non per la pelle nera e vellutata color caffè. La maternità clandestina non turbò troppo Germana, lei stessa era stata una ragazza madre, ma l’aspetto sanitario (temeva che figlia e nipote potessero essere affette da qualche terribile morbo sconosciuto o anche ben conosciuto) e la burocrazia di documenti per il riconoscimento della piccola la preoccuparono non poco. Assolutamente convinta che per prima cosa bisognasse aver la pancia piena e niente guai con la legge, Germana piazzò la figlia in negozio con la forbice in mano e pensò al resto.

Dal suo viaggio Leonina aveva riportato una borsa piena di terre di tanti colori, ognuna riposta nel proprio sacchetto. Le dispose in barattoli di vetro e riprese il suo vecchio lavoro, solo che oltre a tagliare e asciugare, si dedicava anche alla colorazione dei capelli. Giocava con le sfumature e aggiungeva un pizzico delle sue terre alle miscele della madre. La capigliatura con quel tocco terroso assumeva tinte naturali e calde. Il tono di colore si confondeva con i raggi di sole, con la polvere di cacao, con i granelli di paprica a seconda del giorno, delle condizioni atmosferiche, della luce e sempre a prescindere dalle richieste delle clienti. Eppure a ogni persona veniva dato il suo colore, tra pizzichi di forbice e carezze di polpastrelli. Leonina attirava clienti come il polline le api e Germana faceva cassa, meno preoccupata di quando quella sciorinava previsioni, ma sempre impensierita dal possibile arrivo dei controlli degli ispettori anti-sofisticazioni.

Ima, così si chiamava la bimba, cresceva quieta e bella e ogni notte divideva il lettone con la madre. Le due non si parlavano molto ma dopo la chiusura del negozio, estate e inverno, andavano a camminare scalze nei campi o nei prati, mano nella mano, per sentire la terra, diceva Leonina. Germana aveva paura che la piccola si ferisse con tutto quel girar a piedi nudi, ma non successe mai. Arrivò il giorno che le terre finirono e, come se fosse la cosa più normale del mondo, Leonina prese un altro aereo e questa volta si accodò a un gruppo di Medici Senza Frontiere in viaggio verso l’India. La bambina accettò l’assenza della madre senza ansie e continuò la sua vita di passeggiate a piedi nudi, scuola, giochi e sonni nel lettone. Germana aveva come l’impressione che le due comunicassero in qualche modo: Leonina non c’era fisicamente, ma pareva essere vicina a Ima comunque.

Il negozio si svuotò cadendo in una specie di letargo per risvegliarsi due anni dopo, al ritorno di Leonina, quando i barattoli si riempirono nuovamente di terre dai preziosi colori. Germana, di nascosto dalla figlia, una mattina infilò la mano in uno di quei grossi vasi di vetro: toccò solo terra, banale e polveroso terriccio raccolto chissà dove, buono solo, a suo parere, per far crescere piante e fiori!

Ima con gli anni divenne alta e snella. Era strana e affascinante come la madre, ma aveva anche una mente logica e pronta e raggiungeva nello studio il massimo dei voti con facilità. Una sera, mentre spuntava i capelli di Ima, Leonina le disse di non dimenticare, una volta finito il tirocinio, di andare a curare una suora ammalata ai polmoni in un tal posto in America Latina, posò le forbici e con l’aria di chi non vuol dimenticare un incarico, scarabocchiò il nome del posto e della suora su un foglietto e lo diede a Ima. La ragazzina frequentava solo la terza media ma abituata alla dimensione del tempo di sua madre, lo prese e lo ripose. La nonna così seppe che la nipote sarebbe diventata medico.

WP_20150203_15_49_42_Pro

Il tempo trascorreva mentre Leonina andava e veniva. Germana invecchiava e le mani, forse per il mestiere che aveva esercitato, si riempirono di reumatismi e poi d’artrosi. Sedeva alla cassa e prendeva appuntamenti e vedeva piano piano il suo salone trasformarsi e assomigliare sempre più alla figlia. Fu eliminato l’impianto radio e si fece posto a un ragazzo peruviano che suonava un flauto di legno. Quando questo trovò un lavoro migliore, mandò in negozio suo cugino che pizzicava una piccola chitarra e quello a sua volta lasciò il posto a un altro cugino che si presentò con una specie d’arpa. Le note si diffondevano nell’aria del salone con discrezione e accompagnavano il lavoro di Leonina. Le luci riflettevano i colori delle terre, rese scintillanti dal vetro dei barattoli. I capelli, nel calore delle lampade, si lasciavano sedurre dalle dita abili. Il vapore dell’acqua si mescolava ai profumi lievi degli shampoo ed era tutto un parlare e parlarsi tra le clienti. Alle volte la figlia faceva segno a Germana di lasciar stare quando si trattava di fare il conto a una tal cliente e lei rassegnata sorrideva e diceva che non c’era nulla da pagare. Come non capiva quella storia delle terre, così non si persuadeva di come si potesse far beneficenza, regalando un taglio o una piega. “Se una non ha soldi, non ci va dal parrucchiere!” diceva tra sé e sé, ma poi lasciava correre.

Leonina, indiscussa sovrana di quel modo bizzarro di tagliar capelli, andava e veniva e così il salone si svuotava e si riempiva a ritmo regolare, fino a che una sera sedette a una delle poltrone del negozio, a sessanta anni e pochi giorni, chiuse gli occhi e non li riaprì più. Germana, seppellì la figlia e chiuse il salone. Era incapace di articolare le mani e cercò una casa di riposo che l’accogliesse. Ne trovò una. Bevendo con la cannuccia, imboccata dalle infermiere, arrivò a novantotto anni, raccontando a tutti di Leonina e delle sue terre, del salone di bellezza, di Ima che era medico e apparteneva al mondo intero come la madre.

Non si sentì mai sola, neanche allora.

Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (una pagina)

LE CHIOME DI LEONINA 

(Per leggere l’inizio della storia cliccare qui: Prime righe )

La maggior parte di loro si rifiutava di legare con quella strana bambina un po’ sfuggente, un po’ammaliatrice, ma qualcuna cadde sotto le sue forbici. Una di queste dai capelli scuri e lisci aIMG_7263ccettò un taglio a scalini, non facile, che impegnò Leonina tutto un pomeriggio.

Quando la madre della bambina andò a recuperare la figlia a casa di Germana, si trovò davanti una testolina un po’ geisha, un po’ egizia e un po’ triangolo scaleno.  La donna fece un putiferio da svegliare i morti e vietò per sempre la casa o il salone di Germana. Simile sorte toccò al figlio della vicina di casa che, portando i capelli già corti, se li ritrovò rasati con solo una girandola decorativa sulla cima e due “alette” sulle orecchie.

Germana fece sparire dalle mani di Leonina forbici e rasoi in casa e in bottega. Cominciò a far lezione alla figlia che s’impegnò diligentemente, ma quando si trattò di mettere in pratica questa o quella pettinatura, si rivelò goffa e impacciata. Ormai giunta ai tredici anni Leonina vagava tra la scuola, dove si addormentava sul banco, faceva le operazioni sul quaderno a righe e i temi su quello a quadretti, e il salone di bellezza: tra parrucche bionde, brune o rosse. Più cresceva e più era stonata rispetto al mondo che la circondava.

Un giorno le fu finalmente concessa l’asciugatura di un taglio a caschetto perché il salone era affollato. Leonina scansò il phon e si mise ad annusare le creme per capelli dei vasetti appoggiati sulle mensole del negozio. Ne scelse una e sotto gli occhi sempre vigili della signora Germana, ne raccolse una piccola quantità tra le dita e la scaldò fregandosi i palmi. Prese a massaggiare i capelli color castagna di una ragazza e sotto le lampade calde: lisciò, stropicciò e scrollò quella testa fino a che la capigliatura prese vita. Ogni ciocca trovò la sua posizione naturale, ogni punta segnò il proprio nord e ricci e onde si modellarono con garbo fino a ravvivare il visetto scarno. Nonostante Germana non riuscisse a sentirsi tranquilla la cliente pagò soddisfatta e se ne andò. Leonina sorrise distratta e posò le mani sulla chioma bionda fluente di una donna che cominciò a chiacchierare. Raccontava di un amore infelice e della solitudine e del gatto con cui divideva il letto. Germana, lì accanto, tagliava e tagliava, figurandosi di perder clienti e clienti, mentre tutto quel blaterare si mescolava alla musica della radio e al rumore dei phon. Più quella si accorava a raccontare e più Leonina infilava le dita lunghe tra i fili d’oro e le ciocche e, con gli unguenti della madre sulle mani, massaggiava e accarezzava i capelli. Se uno ha in mente la grazia di una ballerina classica, può figurarsi quel balletto in punta di dita. Alla fine la capigliatura fu scrollata con i polpastrelli che accarezzavano la cute e prese forma. La donna si alzò soddisfatta, ma Leonina alla domanda di quanto le dovesse, rispose di prendere l’autobus. S’intromise Germana che non dimenticava gli affari perché si doveva pur pagare l’affitto alla fine del mese. La cliente saldò, ma prese anche l’autobus per tornare a casa e conobbe l’autista, un tale appena abbandonato dalla compagna d’una vita, con cui, due anni dopo, sarebbe convolata a giuste e felici nozze.

A Leonina furono nuovamente concesse le forbici e prese a tagliar capelli solo a ragazze “disponibili alle novità”, come avvisava Germana, proteggendo il buon nome del negozio.

Fu la volta di una ventenne tormentata da una scelta difficile. I genitori la torturavano perché continuasse gli studi, il fidanzato voleva sposarla subito e lei, per non sentire nessuno, faceva cruciverba e risolveva rebus. La ragazza snocciolò la questione che la esasperava quasi in preda a un collasso nervoso. Leonina le scorciò i capelli neri fino a farne una nuvoletta vaporosa intorno al viso pallido. Indice, pollice e medio affondarono nel crine sottile e poi si ritrassero e lasciarono spazio alla forbice che prese a recidere invisibili punte in una coreografia da tip-tap.

La ragazza, infine, si alzò dalla poltrona e gettò nella pattumiera le riviste d’enigmistica. Quando andò da Leonina, già posizionata dietro a un’altra cliente, per ringraziarla, quella in risposta le chiese se quel giornIMG_7264o fosse già passata in chiesa. La studentessa indecisa si fece suora e con gli anni fondò un nuovo ordine religioso.

Leonina fissò il volto riflesso nello specchio della cliente: allungò le ciocche, scompigliò la chioma, infilò le dita dalle unghie perlacee tra i capelli color cenere e poi colpetti di forbice, come bisturi di chirurgo, rimossero esuberi e millimetri di capelli. Dopo di quella toccò a un’altra donna.

Fu una folata d’aria diffondere quel che accadeva nel salone di bellezza all’angolo e un tutt’uno ritrovarsi la coda fuori del negozio per tagliarsi i capelli da Leonina.

Continua… clicca qui: come va a finire

Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (prime righe)

Le chiome di Leonina è un racconto che ho scritto nel 2007 ed è rimasto nel cassetto della scrivania. I racconti non li pubblica nessuno o quasi. E’ una storia che amo perché Leonina, sua madre e anche sua figlia non hanno mai smesso di farmi compagnia. Le storie ci sono e basta, questa c’era e quindi eccola:

LE CHIOME DI LEONINA

Germana era una parrucchiera e lavorava nel suo salone, un negozio all’angolo della via, conosciuto e con una discreta clientela. Rimase incinta e lavorò fino al nono mese perché quella bimba nella pancia le sembrava di non averla. Quando partorì Leonina scrutò i suoi occhi grandi e il suo ciuffetto rosso con apprensione. Come ogni madre, Germana amò da subito la piccola, ma capì all’istante che le avrebbe procurato dei guai.Leonina divenne una bambina silenziosa e solitaria alla quale piaceva gironzolare tra le poltrone per il taglio e i caschi asciugacapelli. Un giorno, scoperta una testa di manichino con la capigliatura, si mise subito all’opera con pettine e spazzola e poi appena le lasciarono tra le mani una forbice, Leonina prese a tagliar capelli. Non che ci fosse nulla di strano, pensava la madre: in casa di fornai s’impara a far pane; in casa di parrucchieri s’impara a tagliar capelli. Ma a dir il vero, qualcosa di strano c’era e Germana lo sapeva. Quella figliola non alzava mai gli occhi sulle mani della madre, mentre questa esercitava il suo mestiere. Mai sfogliava riviste o ascoltava quello che la parrucchiera insegnava alle apprendiste. Leonina seguiva un percorso tutto suo mentre tagliava e i guai presero forma quando la bimba, in età scolare, cominciò a far pratica sulle compagne di classe.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA                                          per continuare cliccare qui: una pagina e come va a finire