Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Fiutando Libri!

Leggere, ascoltare, scrivere romanzi

A Rimini a Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono, ho ascoltato la bella intervista di Kavin Brooks. Ero lì per accompagnare il movimento di giovani lettori che aiuto a coordinare, Leggere Ribelle. L’autore inglese ha spiegato di come Bunker diary, un suo romanzo contestato per la durezza della storia che narra, sia stato rifiutato da vari editori e di come abbia usato quel lasso di tempo che è intercorso tra i rifiuti e infine la pubblicazione, per continuare a rifinire e ottimizzare la storia. Mentre il rifiuto di apportare le modifiche, che di volta in volta quello o quell’altro editor gli chiedeva per rendere più accettabile il romanzo, è stato perseguito con convinzione e coerenza. Anche il suo ultimo lavoro, La bestia dentro, ha avuto un percorso difficile per arrivare alla pubblicazione, ma intanto lui scriveva e pubblicava altro.

Ecco, io credo che questa sia una condizione necessaria per scrivere e una garanzia di onestà per un romanziere. Raccontarlo in pubblico, poi, è prova di semplice trasparenza verso chi compra i suoi libri, perché se di un autore o di un’autrice viene pubblicato tutto e subito, forse vuol dire che c’è qualcosa che non va. Vuol dire che non c’è criticità nel lavoro che fa con se stesso. Vuol dire che non ha idee originali al punto da essere destabilizzanti o stupefacenti per chi legge. Vuol dire che non tenta di battere strade nuove che per affermarsi, se sono valide, devono vincere lo scetticismo e la paura, anche di chi ci mette il denaro oltre che la faccia (e cioè l’editore), ma sono condizione indispensabile per un futuro di letteratura viva. E questa è condizione necessaria per i buoni romanzi che emergono tra quelli che “escono tanto per uscire” negando il loro senso profondo e il ruolo attivo della letteratura.

Ecco cosa ho pensato ascoltando un uomo che fa il mio stesso mestiere (d’accordo, a lui riesce meglio) e che aiuta me a formarmi attraverso le sue parole (e in un certo senso aiuta anche a giustificare quei circa trenta romanzi da me scritti a fronte dei diciannove pubblicati, pur considerandone una parte di scarto perché oggettivo spin off di storie migliori, che non ho mai rinnegato e in cui continuo a credere).

Scrivere romanzi è un mestiere che sta tra la logica pratica di una professione e l’illogicità della creazione con cui si confronta un artista.

Sono un animale da festival letterario, poco mi piacciono le presentazioni dei libri, ma sono attirata irresistibilmente da chi racconta con parole proprie la creazione delle storie. E mi piacciono molto anche i saggi che trattano questo argomento. Dietro ogni autore o autrice che fa storie c’è una storia che s’intreccia con la sua vita e la vita di altri esseri umani e non. Consapevolmente o meno la creazione di un romanzo di buon livello presuppone la scelta o il rifiuto di un percorso interiore, di un metodo o dell’assoluta negazione di questo e l’elaborazione di un niente perché diventi tutto. Quello è il mio terreno d’interesse, soprattutto quando è scevro di ampollosità, quando l’incontro con l’autore o l’autrice capisci che è pensato come scambio di idee e confronto.

Scelgo la mia poltrona, se non sono sola lo divento, e aspetto. Ho imparato negli anni a riconoscere gli intervistatori di cui ci si può fidare e quelli impreparati e credo di saper individuare ormai con istintivo anticipo chi è il relatore e quanto vale la pena ascoltarlo, anche se mi capitano belle sorprese, non lo nego. A volte segno degli appunti, che a volte ricopio e a volte poi perdo.

Ispeziono le storie altrui su terreni che mi appartengono oppure che raccontano l’altro, quello che poco conosco. Le parole delle donne mi affascinano più di quelle degli uomini che nel nostro Paese mi paiono in maggioranza meno onesti; non è tutta colpa loro, spesso siamo noi lettrici a metterli su quel piedistallo che in certi casi abitano fin dalla nascita, sono incolpevoli se non lo percepiscono (se l’hai sempre avuto, ti appartiene). Posso dirlo? Credo che essere maschi non sia una cosa facile se vuoi esserlo per bene.

Diversa è la questione quando gli ospiti non sono italiani; gli europei e gli americani che ho ascoltato fino a oggi sfuggono spesso a queste logiche, che sono anche un mio pregiudizio ormai, e li ascolto con maggiore interesse anche perché mi raccontano popoli e paesi di cui non sono pratica come del mio.

Intervistare non è facile come si crede e come pensa chi, come al solito, improvvisa e non immagina la sofisticata scaltrezza che ci vuole per mettere a proprio agio a livello emozionale e intellettuale l’ospite. In tutto questo c’entra il mio essere autrice di storie, che hanno una loro storia a prescindere da quella che raccontano e che s’intreccia con la mia, intima e personale.

Leggere, ascoltare e scrivere sono un tutt’uno nel mio mestiere di romanziera. I romanzi nascono dal legame inscindibile di quelle tre azioni e a seconda di come le si praticano, le storie cambiano.

Sembra insolito che io da sempre frequenti i festival letterari anche se non ne sono un’ospite. Lo faccio perché mi nutre. Ma certo, se sono anche ospite con i miei romanzi di solito ho un pass gratuito per ascoltare tutti ed è come entrare in pasticceria e abbuffarsi e io vivo di scrittura e quindi sono dignitosamente povera, mangio quando posso…!   

Una delegazione di Leggere Ribelle che intervista Lois Lowry a Mare di Libri con la traduttrice Chiara Codecà e il tecnico Massimo Fiorini per il collegamento dal Maine.

Autore:

Autrice di narrativa per ragazzi. http://www.icwa.it/profili/facchini-giuliana http: //www.facebook.com/pages/Giuliana-Facchini/10647355940250 http://giulianafacchini.wix.com/giuli

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