Pubblicato in: Dialogando con Brik

vet o mio dolce vet

brik nella sala d’aspetto del veterinario fa il polemico.

Lui entra e si guarda attorno, ignora i pazienti miagolanti nei trasportini o nelle gabbiette e si concentra sui cani. Cerca subito di stabilire un contatto con ognuno dei presenti, lui non si fa i fatti suoi, lui deve annusare con chi divide la stanza.

Bryce: – La fauna della sala d’attesa del veterinario non è delle migliori. Ho sentito lì dentro cose, che voi umani neanche potete immaginare. Stiamo tutti insieme in quello spazio angusto, bestie di tutte le taglie: alcune immense, altre minuscole. Non dico che uno voglia farsi quattro corse e due, tre giri di annusate di sottocoda, ma un minimo di socialità non guasterebbe per stemperare il nervosismo.

Lui osserva un TerOLYMPUS DIGITAL CAMERAranova di dimensioni orsine, sdraiato, pacifico, con il muso a terra. Brik strisciando con indifferenza cerca di avvicinarlo. Quello apre un occhio e lui s’immobilizza (uno, due, tre, stella?) e poi ancora spalmato a terra cerca d’arrivare ad annusargli una zampa. Il Terranova apre entrambi gli occhi e il brik sbatte la coda socievole:  – Ehi orso, come va?

 Bryce: – L’orso fa da tappeto e comunica solo aprendo e chiudendo gli occhi neanche fosse in stato terminale, una cagnina bianca ansima di paura, il cucciolo di Golden mena pacche e si morde la coda. Pare abbia fatto fuori l’intera confezione di pillole anti-concezionali della sua umana comprese di blister: eh, no, i cuccioli non ci arrivano proprio! Poi c’è il Lupo Cecoslovacco: ecco quello di sicuro non lo reggo! Ti guarda con lo sguardo accigliato che ricorda quello degli Husky, uno sa che se sei un Husky guardi così, ma se sei un Lupo Cecoslovacco, invece, DAI FASTIDIO… Poi sta fermo, in punta di zampe e ringhia fesso, come se fosse arrivato ieri dalla Siberia e non conoscesse altri abbai se non “io ti spiezzo in due”. Rilassati, Siberia! Gli volto le spalle. Ti ignoro Siberia, smettila di grugnire.

 Brik si dimentica di quelli in attesa, si sdraia elegantemente: zampe alla stracciatella distese, spalle erette, orecchie dritte (una a metà) e muso illuminato da due occhi attenti a quello che avviene nell’ambulatorio dietro la porta a vetri.

Bryce: – Mi siedo con sfacciata eleganza e il mio sguardo si concentWP_20150125_11_29_13_Prora sui suoni che provengono dall’ambulatorio vero e proprio. Cerco di decifrare un urlo felino: raccapricciante. Lo stomaco mi si stringe. Esce la dottoressa e parla: seguo il movimento delle sue labbra, mi sforzo di capire il linguaggio degli umani. Gli hanno schiacciato le ghiandole perianali? Guardo il gatto nel trasportino: sì, succede anche questo qui dentro, e poi ti rattoppano, di pungono, ti spediscono a fare un trip con l’anestesia, ti misurano la febbre in modo non convenzionale. Io alla fine ci ho rimediato un orecchio ricucito abbastanza dritto, con tre strisce genetico-fashion bianche, una sorpresa della natura! Sì, ci può stare fratelli: il mio nome totemico sarà Orecchia Striata, anche meglio di Due calzini!

Bry

 

Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (… come va a finire)

LE CHIOME DI LEONINA

(Per leggere la prima parte cliccare qui: prime righe e una pagina)

Germana taceva, ma la preoccupazione per quella situazione cresceva. Ritrovarsi con una figlia parrucchier-veggente era disarmante e la signora, donna con i piedi ben piantati a terra, spegneva i toni e minimizzava, ma sotto sotto era inquieta. Forse fu per questo che quando un prete venne per tosare una schiera di testoline extracomunitarie cespugliose del vicino centro d’accoglienza, non si oppose confidando nel fatto che un po’ d’acqua santa in certe questioni non fa mai male. Leonina accolse la brigata con entusiasmo e spedì un inserviente a comprar shampoo antipediculosi. Leonina rideva, massaggiava le teste dei piccoli e sembrava fiorire di gioia.

In capo ad un mese eWP_20150203_15_50_25_Prora su un aereo per l’Africa, diretta in una missione, nel mezzo del niente, pronta a tagliar capelli. Non valse a nulla la disperazione di Germana che non sapeva se dolersi di più per la mancanza della figlia o per le tante clienti che venivano a cercarla e se ne andavano via rammaricate.

Due anni e sei mesi e Leonina, che non aveva mai né telefonato né scritto, ricomparve sulla soglia del negozio: in buona salute, con un gradevole aspetto esotico e una pargoletta nera come il caffè attaccata alla schiena. Germana s’illuminò alla vista della figlia che ormai dava per persa ed esaminò la piccola: aveva tra gli otto e i dieci mesi e somigliava in modo sorprendente a Leonina se non per la pelle nera e vellutata color caffè. La maternità clandestina non turbò troppo Germana, lei stessa era stata una ragazza madre, ma l’aspetto sanitario (temeva che figlia e nipote potessero essere affette da qualche terribile morbo sconosciuto o anche ben conosciuto) e la burocrazia di documenti per il riconoscimento della piccola la preoccuparono non poco. Assolutamente convinta che per prima cosa bisognasse aver la pancia piena e niente guai con la legge, Germana piazzò la figlia in negozio con la forbice in mano e pensò al resto.

Dal suo viaggio Leonina aveva riportato una borsa piena di terre di tanti colori, ognuna riposta nel proprio sacchetto. Le dispose in barattoli di vetro e riprese il suo vecchio lavoro, solo che oltre a tagliare e asciugare, si dedicava anche alla colorazione dei capelli. Giocava con le sfumature e aggiungeva un pizzico delle sue terre alle miscele della madre. La capigliatura con quel tocco terroso assumeva tinte naturali e calde. Il tono di colore si confondeva con i raggi di sole, con la polvere di cacao, con i granelli di paprica a seconda del giorno, delle condizioni atmosferiche, della luce e sempre a prescindere dalle richieste delle clienti. Eppure a ogni persona veniva dato il suo colore, tra pizzichi di forbice e carezze di polpastrelli. Leonina attirava clienti come il polline le api e Germana faceva cassa, meno preoccupata di quando quella sciorinava previsioni, ma sempre impensierita dal possibile arrivo dei controlli degli ispettori anti-sofisticazioni.

Ima, così si chiamava la bimba, cresceva quieta e bella e ogni notte divideva il lettone con la madre. Le due non si parlavano molto ma dopo la chiusura del negozio, estate e inverno, andavano a camminare scalze nei campi o nei prati, mano nella mano, per sentire la terra, diceva Leonina. Germana aveva paura che la piccola si ferisse con tutto quel girar a piedi nudi, ma non successe mai. Arrivò il giorno che le terre finirono e, come se fosse la cosa più normale del mondo, Leonina prese un altro aereo e questa volta si accodò a un gruppo di Medici Senza Frontiere in viaggio verso l’India. La bambina accettò l’assenza della madre senza ansie e continuò la sua vita di passeggiate a piedi nudi, scuola, giochi e sonni nel lettone. Germana aveva come l’impressione che le due comunicassero in qualche modo: Leonina non c’era fisicamente, ma pareva essere vicina a Ima comunque.

Il negozio si svuotò cadendo in una specie di letargo per risvegliarsi due anni dopo, al ritorno di Leonina, quando i barattoli si riempirono nuovamente di terre dai preziosi colori. Germana, di nascosto dalla figlia, una mattina infilò la mano in uno di quei grossi vasi di vetro: toccò solo terra, banale e polveroso terriccio raccolto chissà dove, buono solo, a suo parere, per far crescere piante e fiori!

Ima con gli anni divenne alta e snella. Era strana e affascinante come la madre, ma aveva anche una mente logica e pronta e raggiungeva nello studio il massimo dei voti con facilità. Una sera, mentre spuntava i capelli di Ima, Leonina le disse di non dimenticare, una volta finito il tirocinio, di andare a curare una suora ammalata ai polmoni in un tal posto in America Latina, posò le forbici e con l’aria di chi non vuol dimenticare un incarico, scarabocchiò il nome del posto e della suora su un foglietto e lo diede a Ima. La ragazzina frequentava solo la terza media ma abituata alla dimensione del tempo di sua madre, lo prese e lo ripose. La nonna così seppe che la nipote sarebbe diventata medico.

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Il tempo trascorreva mentre Leonina andava e veniva. Germana invecchiava e le mani, forse per il mestiere che aveva esercitato, si riempirono di reumatismi e poi d’artrosi. Sedeva alla cassa e prendeva appuntamenti e vedeva piano piano il suo salone trasformarsi e assomigliare sempre più alla figlia. Fu eliminato l’impianto radio e si fece posto a un ragazzo peruviano che suonava un flauto di legno. Quando questo trovò un lavoro migliore, mandò in negozio suo cugino che pizzicava una piccola chitarra e quello a sua volta lasciò il posto a un altro cugino che si presentò con una specie d’arpa. Le note si diffondevano nell’aria del salone con discrezione e accompagnavano il lavoro di Leonina. Le luci riflettevano i colori delle terre, rese scintillanti dal vetro dei barattoli. I capelli, nel calore delle lampade, si lasciavano sedurre dalle dita abili. Il vapore dell’acqua si mescolava ai profumi lievi degli shampoo ed era tutto un parlare e parlarsi tra le clienti. Alle volte la figlia faceva segno a Germana di lasciar stare quando si trattava di fare il conto a una tal cliente e lei rassegnata sorrideva e diceva che non c’era nulla da pagare. Come non capiva quella storia delle terre, così non si persuadeva di come si potesse far beneficenza, regalando un taglio o una piega. “Se una non ha soldi, non ci va dal parrucchiere!” diceva tra sé e sé, ma poi lasciava correre.

Leonina, indiscussa sovrana di quel modo bizzarro di tagliar capelli, andava e veniva e così il salone si svuotava e si riempiva a ritmo regolare, fino a che una sera sedette a una delle poltrone del negozio, a sessanta anni e pochi giorni, chiuse gli occhi e non li riaprì più. Germana, seppellì la figlia e chiuse il salone. Era incapace di articolare le mani e cercò una casa di riposo che l’accogliesse. Ne trovò una. Bevendo con la cannuccia, imboccata dalle infermiere, arrivò a novantotto anni, raccontando a tutti di Leonina e delle sue terre, del salone di bellezza, di Ima che era medico e apparteneva al mondo intero come la madre.

Non si sentì mai sola, neanche allora.

Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (una pagina)

LE CHIOME DI LEONINA 

(Per leggere l’inizio della storia cliccare qui: Prime righe )

La maggior parte di loro si rifiutava di legare con quella strana bambina un po’ sfuggente, un po’ammaliatrice, ma qualcuna cadde sotto le sue forbici. Una di queste dai capelli scuri e lisci aIMG_7263ccettò un taglio a scalini, non facile, che impegnò Leonina tutto un pomeriggio.

Quando la madre della bambina andò a recuperare la figlia a casa di Germana, si trovò davanti una testolina un po’ geisha, un po’ egizia e un po’ triangolo scaleno.  La donna fece un putiferio da svegliare i morti e vietò per sempre la casa o il salone di Germana. Simile sorte toccò al figlio della vicina di casa che, portando i capelli già corti, se li ritrovò rasati con solo una girandola decorativa sulla cima e due “alette” sulle orecchie.

Germana fece sparire dalle mani di Leonina forbici e rasoi in casa e in bottega. Cominciò a far lezione alla figlia che s’impegnò diligentemente, ma quando si trattò di mettere in pratica questa o quella pettinatura, si rivelò goffa e impacciata. Ormai giunta ai tredici anni Leonina vagava tra la scuola, dove si addormentava sul banco, faceva le operazioni sul quaderno a righe e i temi su quello a quadretti, e il salone di bellezza: tra parrucche bionde, brune o rosse. Più cresceva e più era stonata rispetto al mondo che la circondava.

Un giorno le fu finalmente concessa l’asciugatura di un taglio a caschetto perché il salone era affollato. Leonina scansò il phon e si mise ad annusare le creme per capelli dei vasetti appoggiati sulle mensole del negozio. Ne scelse una e sotto gli occhi sempre vigili della signora Germana, ne raccolse una piccola quantità tra le dita e la scaldò fregandosi i palmi. Prese a massaggiare i capelli color castagna di una ragazza e sotto le lampade calde: lisciò, stropicciò e scrollò quella testa fino a che la capigliatura prese vita. Ogni ciocca trovò la sua posizione naturale, ogni punta segnò il proprio nord e ricci e onde si modellarono con garbo fino a ravvivare il visetto scarno. Nonostante Germana non riuscisse a sentirsi tranquilla la cliente pagò soddisfatta e se ne andò. Leonina sorrise distratta e posò le mani sulla chioma bionda fluente di una donna che cominciò a chiacchierare. Raccontava di un amore infelice e della solitudine e del gatto con cui divideva il letto. Germana, lì accanto, tagliava e tagliava, figurandosi di perder clienti e clienti, mentre tutto quel blaterare si mescolava alla musica della radio e al rumore dei phon. Più quella si accorava a raccontare e più Leonina infilava le dita lunghe tra i fili d’oro e le ciocche e, con gli unguenti della madre sulle mani, massaggiava e accarezzava i capelli. Se uno ha in mente la grazia di una ballerina classica, può figurarsi quel balletto in punta di dita. Alla fine la capigliatura fu scrollata con i polpastrelli che accarezzavano la cute e prese forma. La donna si alzò soddisfatta, ma Leonina alla domanda di quanto le dovesse, rispose di prendere l’autobus. S’intromise Germana che non dimenticava gli affari perché si doveva pur pagare l’affitto alla fine del mese. La cliente saldò, ma prese anche l’autobus per tornare a casa e conobbe l’autista, un tale appena abbandonato dalla compagna d’una vita, con cui, due anni dopo, sarebbe convolata a giuste e felici nozze.

A Leonina furono nuovamente concesse le forbici e prese a tagliar capelli solo a ragazze “disponibili alle novità”, come avvisava Germana, proteggendo il buon nome del negozio.

Fu la volta di una ventenne tormentata da una scelta difficile. I genitori la torturavano perché continuasse gli studi, il fidanzato voleva sposarla subito e lei, per non sentire nessuno, faceva cruciverba e risolveva rebus. La ragazza snocciolò la questione che la esasperava quasi in preda a un collasso nervoso. Leonina le scorciò i capelli neri fino a farne una nuvoletta vaporosa intorno al viso pallido. Indice, pollice e medio affondarono nel crine sottile e poi si ritrassero e lasciarono spazio alla forbice che prese a recidere invisibili punte in una coreografia da tip-tap.

La ragazza, infine, si alzò dalla poltrona e gettò nella pattumiera le riviste d’enigmistica. Quando andò da Leonina, già posizionata dietro a un’altra cliente, per ringraziarla, quella in risposta le chiese se quel giornIMG_7264o fosse già passata in chiesa. La studentessa indecisa si fece suora e con gli anni fondò un nuovo ordine religioso.

Leonina fissò il volto riflesso nello specchio della cliente: allungò le ciocche, scompigliò la chioma, infilò le dita dalle unghie perlacee tra i capelli color cenere e poi colpetti di forbice, come bisturi di chirurgo, rimossero esuberi e millimetri di capelli. Dopo di quella toccò a un’altra donna.

Fu una folata d’aria diffondere quel che accadeva nel salone di bellezza all’angolo e un tutt’uno ritrovarsi la coda fuori del negozio per tagliarsi i capelli da Leonina.

Continua… clicca qui: come va a finire

Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (prime righe)

Le chiome di Leonina è un racconto che ho scritto nel 2007 ed è rimasto nel cassetto della scrivania. I racconti non li pubblica nessuno o quasi. E’ una storia che amo perché Leonina, sua madre e anche sua figlia non hanno mai smesso di farmi compagnia. Le storie ci sono e basta, questa c’era e quindi eccola:

LE CHIOME DI LEONINA

Germana era una parrucchiera e lavorava nel suo salone, un negozio all’angolo della via, conosciuto e con una discreta clientela. Rimase incinta e lavorò fino al nono mese perché quella bimba nella pancia le sembrava di non averla. Quando partorì Leonina scrutò i suoi occhi grandi e il suo ciuffetto rosso con apprensione. Come ogni madre, Germana amò da subito la piccola, ma capì all’istante che le avrebbe procurato dei guai.Leonina divenne una bambina silenziosa e solitaria alla quale piaceva gironzolare tra le poltrone per il taglio e i caschi asciugacapelli. Un giorno, scoperta una testa di manichino con la capigliatura, si mise subito all’opera con pettine e spazzola e poi appena le lasciarono tra le mani una forbice, Leonina prese a tagliar capelli. Non che ci fosse nulla di strano, pensava la madre: in casa di fornai s’impara a far pane; in casa di parrucchieri s’impara a tagliar capelli. Ma a dir il vero, qualcosa di strano c’era e Germana lo sapeva. Quella figliola non alzava mai gli occhi sulle mani della madre, mentre questa esercitava il suo mestiere. Mai sfogliava riviste o ascoltava quello che la parrucchiera insegnava alle apprendiste. Leonina seguiva un percorso tutto suo mentre tagliava e i guai presero forma quando la bimba, in età scolare, cominciò a far pratica sulle compagne di classe.

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Pubblicato in: Pensieri canini

L’invitante (!?) suono delle storie

Vivere con la Umi non è facile, non è facile non solo perché è troppo ingenua per questo mondo, ma anche perché è dotata di immaginazione e fantasia. Lei dice che rilegge il mio comportamento in chiave narrativa su questo blog, ma, credetemi, si prende un sacco di libertà! Non sarebbe nulla se lei non avesse deciso di vivere inventando storie (“Vivere” significa che le mie crocchette, le parcelle del veterinario e le mie lezioni di agility dipendono dalla sua fantasia.) Quando camminiamo immagina racconti brevi, mentre le sue gambe si muovono al ritmo delle mie zampe si racconta storie da sola. Le più belle le scrive e diventano romanzi: ne ha scritte tante e apre continuamente file sul pc con storie che un giorno scriverà. E poi legge ad alta voce, le piace molto. Potrebbe fare la Lettrice di mestiere, se esiOLYMPUS DIGITAL CAMERAstesse un lavoro come questo. Lei è convinta, inoltre, che quando si scrive una storia bisogna saperla ascoltare per primi e quindi legge ad alta voce per se stessa. Dice che le pagine devono avere musicalità e ritmo per diventare immagini e rilasciare emozioni. Volete sapere come funziona?

Le piace lavorare ai suoi romanzi quando è da sola in casa, meglio quando nello studio ci siamo io, il gatto Indiana e qualche volta anche il Rosso. La Umi si piazza davanti al pc e comincia a leggere…

 “Germana era una parrucchiera e lavorava nel suo salone, un negozio conosciuto e con una discreta clientela. Rimase incinta e lavorò fino al nono mese perché quella bimba nella pancia le sembrava di non averla. Quando partorì Leonina scrutò i suoi occhi grandi e il suo ciuffetto rosso con apprensione. Come ogni madre, Germana amò da subito la piccola, ma capì all’istante che le avrebbe procurato dei guai.”

Indiana si lascia andare al suono della voce narrante, si mette a pancia e testa in su e poi incrocia le zampe sul muso in modo da foderare bene le orecchie. Io mi piazzo sotto la scrivania: muso a terra e occhi aperti, resisto, lo faccio per lei (magari poi mi chiede di ripetere)…

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“Leonina divenne una bambina silenziosa e solitaria alla quale piaceva gironzolare tra le poltrone per il taglio e i caschi asciugacapelli. Un giorno, scoperta una testa di manichino con la capigliatura, si mise subito all’opera con pettine e spazzola e poi appena le lasciarono tra le mani una forbice, Leonina prese a tagliar capelli. Non che ci fosse nulla di strano, pensava la madre: in casa di fornai s’impara a far pane; in casa di parrucchieri s’impara a tagliar capelli.”

Il Rosso si allunga sopra la scrivania, lui non  chiude le orecchie, tanto non capisce una parola: è uno di quei pochi gatti con il QI bassissimo, la coda troppo lunga, le zampe da coniglio e la stazza da manzo in miniatura.

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“Ma a dir il vero, qualcosa di strano c’era e Germana lo sapeva. Quella figliola non alzava mai gli occhi sulle mani della madre, mentre questa esercitava il suo mestiere. Mai sfogliava riviste o ascoltava quello che la parrucchiera insegnava alle apprendiste. Leonina seguiva un percorso tutto suo mentre tagliava e i guai presero forma quando la bimba, in età scolare, cominciò a far pratica sulle compagne di classe… .”

I miei occhi si chiudono ma li riapro, appoggio il muso accanto alla cesta che sta sotto la scrivania. Una cesta piena di manoscritti e carta stampata, una cesta di storie, parole, inchiostro, pagine. Il suono della voce della Umi si fa dolce, lei è tutta presa dalla narrazione e racconta a un pubblico che non esiste. I personaggi fluttuano nell’aria e Leonina mi accarezza la testa e mi gratta sotto le orecchie. Lascio fare, è bello starsene qua insieme a Germana e sua figlia, sono certo che con loro, da qualche parte nella storia, viva anche un cane. Chiudo gli occhi solo un momento, no, non mi sto addormentando… o forse sì? E sia: alla prossima puntata!

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Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo: la ricerca.

Consigliato per chi vuole riattivare la circolazione sanguigna la mattina presto e soffre di pressione bassa.

L’esercizio consiste nell’alzarsi alle sei e dopo il caffè attivarsi per la ricerca a tempo di un oggetto perduto.

Perlustri ogni stanza con attenzione e l’uso eventuale (consigliato per la salute del timpano auricolare) della torcia, lì dove qualcuno ancora dorme. Il tempo passa e la ricerca sembra vana. Rifai il giro dei locali, naso a terra, usando anche il fiuto. In mansarda il gatto ti guarda, seduto composto e con sguardo severo, neanche fosse un giudice di gara. Stai attenta: potresti essere squalificata. Il piano A di ricerca fallisce miseramente e bisogna passare al B, più cerebrale (fase due: dopo aver svegliato il corpo ci si concentra sulla mente). Seduta al tavolo di cucina, davanti a una tazza di tè nero forte, attivi un interrogatorio mirato all’occultatore dell’oggetto con messaggi WhatsApp: “Torna indietro nella memoria, dove lo hai usato per l’ultima volta? Quando lo hai usato? Con chi eri?” Il border si sdraia a terra con il muso tra le zampe: ha capito che deve trattenerla. I minuti scorrono e anche il piano B non produce risultati, il tempo è scaduto. Mentre costruisci una mappa degli ultimi spostamenti dell’oggetto preparandoti a una verifica outdoor, cercando di allontanare il pensiero della denuncia di smarrimento dei documenti e dell’attivazione della nuova tessera autobus e del nuovo badge scolastico, arriva un messaggio sottobanco: “trovato nello zaino” (già, il posto dove non lo avresti mai cercato). Dopo un simile inizio di giornata potresti sventare un intrigo internazionale, fare un giro di agility arrivando all’ultimo ostacolo prima del brik, oppure, se sei una mezza tacca di autrice, metterti a scrivere.

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

L’invadente metodo inventastorie

Incrocio un vecchio signore mentre mi trovo in centro paese con Bryce. I miei occhi scorrono velocemente la sua figura e si fermano sui guanti. L’anziano ha una chioma di capelli bianchi che contornano un viso secco e liscio. Ha occhi azzurri velati e rosse labbra sottili. Indossa un giaccone blu scuro su pantaloni e scarpe dai colori sobri, ma sfoggia un paio di guanti di pile rosso a quadri scozzesi. Sono un faro su quella figura anziana dai colori scuri.  Ecco come alle volte nasce una storia o un racconto, ecco come nascono le avventure del brik: da un piccolo spunto, un particolare che accende l’immaginazione.

L’anziano quei guanti li ha ricevuti per Natale. I ragazzi, mentre sceglievano il regalo per il nonno, d’un tratto avranno stillato: “Quelli! Quelli!” attirati dai colori sgargianti del pile tra i guanti da uomo un po’ seriosi, di lana o di pelle, neri, blu o marroni. “Ma il nonno non metterà mai una cosa del genere!” avrà commentato la mamma. “Sono belli, colorati, fanno allegria!” avranno replicato loro. Lei avrà sorriso pensando che sarebbe sciocco negare ai ragazzi la gioia di aver scelto il dono. E così i guanti in pile scozzese finiscono sotto l’albero di Natale della nostra storia e il nonno ride quando scarta il regalo e dice che non è più un ragazzino lui, ma in fondo è contento di quel dono un po’ bambino. Con pazienza tipicamente anziana li indossa quei guanti: al bar o al circolo dirà che è un regalo dei suoi nipoti.

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D’accordo è una storiella buonista e natalizia ma tenete conto che stavo mangiando una fetta di pandoro offerta dagli alpini, ero sotto stelle luminose che suonavano “Jingle bells” e il brik mi tirava a zig zag tra le gambe della gente per raccogliere briciole e leccare zucchero a velo. Avevo pochi secondi prima di filarmela perché il vigile mi puntava da lontano e sicuramente mi avrebbe chiesto la museruola, che non avevo, per il brik, quindi l’immaginario è andato sul facile.

Certo, il nonnetto poteva essere un cleptomane, i guanti avrebbero potuto essere del fratello, abile suonatore di cornamusa, ahimè defunto. Oppure avrebbero potuto essere stati fatti a mano dalla moglie che comprava scampoli di tessuto ma era finita ai domiciliari per molestie ai commessi dei grandi magazzini. L’anziano signore poteva averli comprati, trovati, rubati… in fondo cosa importa? Quello che conta è il gioco dell’immaginazione: l’invadente metodo inventastorie! Da quando ricordo, per me, è sempre mode on!

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Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

come fare gli auguri senza mentire

 

Come faccio a fare gli auguri di buon Natale?

(Ascoltate e continuate a leggere 🙂 )

“It’s not time to make a change – Just relax, take it easy”

BORDER PANETTONE

Una volta si poteva festeggiare perché non si sapeva nulla, il mondo era piccolo intorno a noi. Nelle difficoltà ci si univa e ci si aiutava, c’erano le chiavi sulla porta di casa, ci si conosceva tutti o quasi. Eravamo un solo panettone pieno di uvetta e canditi.

“You’re still young, that’s your fault – There’s so much you have to know”

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I bambini, loro sì, possono festeggiare, loro vivono un mondo bambino. Possono sognare e ignorare: non sanno ancora tutto. Vivono nel pandoro soffice e spolverato di zucchero a velo.

“All the times that I’ve cried – Keeping all the things I knew inside – And it’s hard, but -it’s harder – To ignore it”

Io, adulta, come faccio a festeggiare ignorando la morte di tanti rFoto0280agazzini, la schiavitù e la violenza sulle donne e sulle bambine? Le mutilazioni e le feroci morti inutili? Come posso ignorare esseri viventi ingabbiati, torturati, divorati senza pensare al loro cuore che batteva, ai loro occhi che nascondevano paura e rassegnazione, al loro essere nati, senza saperlo, solo per essere consumati. Nessun ciclo della vita per alcuni. Niente etica nella morte, niente dignità tra gli uomini. Che faccio: addobbo l’albero? Siamo torrone incenerito, carbone amaro e polveroso.

“Find a girl, settle down – If you want, you can marry – Look at me, I am old – But I’m happy “

Eppure è Natale, non si può dimenticare. La natalità è la scintilla dBryceella creazione che assomiglia a quella dell’immaginazione. E ci vuole immaginazione per una vita che si rinnova instancabile, nonostante tutto, negli esseri umani, negli animali, negli alberi e nei fiori. Né padri, né madri, indiscriminatamente siamo tutti genitori di semi di stelle luminose oppure oscure. Tanti doni in uno: la vita che è colostro al sapore di vino moscato.

“I was once like you are now – And I know that it’s not easy”

Ho fatto nascere le mie stelle, le ho allevate a tè, latte e buone parole, spostate di tana in tana trattenendole peFoto0663r la collottola per non far loro del male e adesso vanno e sono meravigliose, scaldano il cuore. E non è tutto: alcune mi scodinzolano attorno, altre fanno nido sul mio grembo con fiducia, altre saziano lo sguardo, verdi e legnose o esili e profumate.

 

“To be calm when you’ve found – Something going on – But take your time, think a lot”

Solo la vita posso festeggiare, ogni giorno e ogni Natale, il bambino che non è ancora nato, un fiore che non s’è seccato, un randagio sottratto alla fame, un sogno a qualcuno regalato. Piccoli morsi natalizi possono saziare e solo pensando in PICCOLO posso festeggiare: panforte e pasta di mandorle!

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Buon Natale dalla Umi e dal Brik

…auguri sinceri di Buona Vita, quindi, sulle note di “Father and Son” di Cat Stevens, a tutti gli esseri viventi a due e a quattro zampe, con radici oppure no.

Pubblicato in: Fiutando Libri!

I libri della Umi…

A Natale regalate libri!

D’accordo, questa è pubblicità, ma…

un lavoro creativo, come scrivere libri per ragazzi, per essere un vero lavoro deve remunerare, altrimenti la Umi non può mantenermi: non può comprare le mie crocchette preferite, quelle senza grano perché sono allergico (…visto mai un lupo mangiare il semolino o due spaghi?) e non può pagarmi le lezioni di agility, gli ossi di pelle di bufalo pressata, il cacio per premietti e ricompense.

Quindi, questo è un accorato appello… mi volete sul blog? Comprate i suoi libri!

(Che poi, detto tra noi, non sono affatto male… )

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Cliaccate sulla foto per maggiori informazioni oppure andate sul sito della Umi!

copertina       Cover Il mio domani arriva di corsa cover Invisibile

I malmessi

cover         book

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Una ciotola di emozioni forti… è solo Letteratura!

Potrebbe succedere… può capitare… alle volte succede… insomma non è mica un delitto! “Una sottile linea rosa” di Annalisa Strada è un libro bello nel quale s’inciampa e ci si alza di nuovo con serenità… perché l’importante è parlarne! Sono criptico? Vabbè… sono un border, eh, mica un umano e poi abbaio, mica parlo! 😉

sottile liLa Umi è un po’ dispiaciuta perché non c’è la dedica della Sciura Strada su questa copia… 🙂

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Una ciotola di emozioni forti… è solo Letteratura!

Uno scrittore anziano e un ragazzo entrambi in crisi con le proprie vite.

Muoio dalla voglia di conoscerti” di Aidan Chambers è un romanzo intenso e splendidamente tradotto da Beatrice Masini. Una traduzione in sintonia con la scrittura dell’autore è importantissima.

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Io e Bryce abbiamo avuto la fortuna di ascoltare questo autore durante un festival letterario e questa è la prima pagina della mia/nostra copia del libro.

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