Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Spazio YA. Investiamoci, investiamolo di buone storie.

Inno all’originalità o almeno al tentativo, al provarci, allo sforzarci se scriviamo per ragazzi e ragazze, e a cominciare escludendo. Escludiamo tutti i protagonisti che pensano da vecchi, gli incongruenti. Sono vent’anni che entro ed esco dalle scuole e che leggo libri per ragazzi e ora più che mai i dodici/tredicenni maturi o dannatamente inquieti – ma con fascini composti – non li vedo proprio né nella realtà né nei sogni o immaginari contemporanei. Forse non ci sono mai stati, di sicuro ce li siamo inventati. Con questo non intendo che si debbano raccontare gli adolescenti di oggi a specchio, a loro uso e consumo. Per carità. Ma che i personaggi debbano essere credibili, vivi, autosufficienti.

Per nulla togliere agli ado di oggi, soprattutto perché sono un nostro prodotto, vedo maschi disinteressati/disinteressanti e femmine interessate solo al loro mondo romance. Le femmine sono avanti e nonostante quella sia spazzatura se ne fregano, almeno quella è roba loro e senza interferenze o travestimenti. La ribellione è un valore fondamentale per formare lettori. Da sempre, mica da oggi.

Sono materia informe gli ado. Non è un giudizio cinico, è come è sempre stato, come deve essere, come era quando ero ragazza io e prima mia madre. A lei proibivano di leggere Salgari, di me schifavano le Espadrillas puzzolenti.

Forse lo dobbiamo rispettare questo divario generazionale, forse è sano, forse gli sforzi inorriditi di noi femministe davanti alle ancelle dedite ai bad-boy li dobbiamo trasformare in creatività potente, utilizzando la nostra anzianità letteraria e saggezza sociale dobbiamo trovare ponti infuocati, originali e alternativi.

Non siamo saggi? Impariamo a esserlo, possiamo, basta insicurezze, perché essere vecchi ci ha fornito anni di esperienza accumulata da mettere nell’estrattore per procurarci l’elisir della sapienza. Facciamolo. Partiamo da noi.

Tutto ciò mi porta a un’ulteriore evidenza: i romanzi young adult non si pubblicano perché non li leggono, il loro spazio sul mercato è occupato dal romance. Concetto secco, preciso, inconfutabile.  Oppure, in conseguenza a quanto scritto sopra, abbiamo calato le braghe noi autori e autrici e gli editori pure. È colpa del mercato. È sempre colpa di qualcun altro da Spinoza in poi, almeno.

Però con i libri si vende libertà e autonomia di pensiero, mica patate (con grande rispetto per le patate, che adoro, quelle rosse di più).

Per essere precisi bisogna aggiungere che resistono ancora nelle collane YA gli scrittori e le scrittrici straniere, un po’ con e un po’ senza motivo, un po’ per il fascino dell’esotico, un po’ per questioni strettamente economiche legate ai progetti europei di traduzione. Una storia banale ambientata nel Nord Europa ha il suo fascino; luoghi, relazioni e dinamiche diverse da quelle casalinghe incuriosiscono. Mica a torto. Alcune sono anche coraggiose per noi, non per i Paesi da dove provengono.

Dunque e comunque Chambers e Murail sono diventati obsoleti?

Chi si occupa di letture e bibliografie per i giovani adulti cerca storie tra quelle che escono per il pubblico adulto, spesso con editori indipendenti. Ne deduco che quelle storie di letteratura giovanile servano ancora, solo che bisogna cercarle altrove. Gli editori specializzati per ragazzi e ragazze, alcuni fondamentali, pare non siano più all’altezza – a ragione o meno. E alcuni si sono buttati sul romance. Lo YA ha perso attrattiva e potenzialità come etichetta.

Insomma, quello in cui credeva Chambers serve ma va cercato altrove. E altrove non sempre si trova.

Nel mio lavoro di lettrice per Leggere Ribelle, il gdl dai 13 ai 17anni che coordino, ho incontrato storie consigliate per loro ma pubblicate da editori per adulti. Alcune, poche, funzionano. Parlano ai ragazzi e agli adulti. Come succede ed è sempre successo con i romanzi. Altre no.

Se scrivi con gli occhi di un adolescente e uscivi in collane YA, con lo sguardo adorante rivolto ai maestri quali Cambers, Murail, Almond, Dowd e altri, i tuoi protagonisti stabilivano un’empatia con il lettore che non è quella di chi scrive per adulti. Non è che sei educatore, assolutamente no, ma sei diversa o diverso, c’è una sensibilità autoriale diversa in te, c’è una peculiarità squisitamente letteraria che si sublima nella letteratura giovanile. Se sei un lettore o una lettrice lo capisci, lo senti. Far fuori questa categoria di scrittori e scrittrici è un peccato.

Sono materia informe gli adolescenti mica stupida. Tutt’altro che stupida. Provate a parlarci esortandoli con onestà – se chiedi fiducia, dai prima fiducia – a smettere di cercare un messaggio nei romanzi che leggono, a buttare via le regole di comprensione ben scritte a scuola, a ribaltare tutto e lasciateli sbrigliati tra le pagine. Se ci riuscite, e non è detto, sapranno criticare con ferocia scorretta e grandiosa. E non ci dispiaccia; per creare lettori serve smantellare, stupire, esibire qualità altissima che sappia incidere l’indifferenza.

Il potere non lo abbiamo noi che scriviamo, ma i romanzi e le storie raccontate, disegnate, suonate, vissute. Noi dobbiamo solo essere all’altezza, ma dobbiamo impegnarci, non siamo da buttare noi scrittori e scrittrici per ragazzi e ragazze, non lo sono le collane YA. Tutt’altro. Abbiamo quella chiave che traghetta, conosciamo quello spazio giovaniadulti (tutto attaccato) che ha un suo senso e una sua dignità bella.

Proviamo a investire nelle storie di letteratura giovanile di nuovo? Proviamo a riprenderci quel terreno che ci è stato sottratto dai romance (a ragione perché ce lo siamo voluto)?

Investiamoci, investiamolo di buone storie.  

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Qui da noi, giochiamo a briscola con il morto?

Per me questo è un periodo professionalmente pieno di pensieri buoni, che si intrecciano con la vita e i giorni che passano. Sono soddisfatta di me e forse per questo sempre costretta a prendere decisioni, a rimodulare le scelte, a farmi domande tra cui chiedermi cosa voglio davvero nel mondo editoriale.

Nel mondo editoriale c’è talmente tanto con gli esordi che si moltiplicano (tra l’uso improprio e il sano scouting), i troppi per essere veri/e romanzieri e romanziere, gli scrittori vari e imprecisati. L’editoria ragazzi va un po’ da sé ed è ancora un buon posto, anche se più che inventare storie si inventano modi per farle leggere, ma ci sta.

Su tutto la questione economica che non può fare a meno di pubblicare libri, anche in assenza di buoni romanzi, con il malcelato ripiego verso il macero, vero rifugio finale della filiera.

Mi viene da chiedere se esista ancora il romanzo, se non sia stato sepolto per tenere in vita il suo mondo in qualche modo senza di lui.

Non è che non si legge proprio per questo motivo?

Leggere è una pratica ormai comune, ma si conosce quello sbandamento nel vivo impalpabile delle pagine del romanzo o tutto si confonde con i volti degli autori/autrici, nell’intrattenimento, i generi, le storie moraleggianti?

Il romanzo, quel luogo artistico dell’immaginario che assomiglia al grande cinema o alla meraviglia che sorge grande con certi dipinti o fotografie.

Ma poi c’è spazio nella vita per entrare motivati, come quando affamati varchiamo la porta del fornaio, in un museo o in libreria a cercare qualcosa che vada oltre le necessità e la sopravvivenza quotidiane? Intendo un bisogno di quell’arte che parla all’anima e assomiglia alla fede. I giovani la riconoscono quella lingua trasognata e intima che ci scuote e ci fa capaci di pensare universale e umano?

Penso a mia madre bambina appesa alle labbra di una zia che raccontava storie di paesani e di santi. Penso ai reading party di oggi e alle persone insieme una sera in un chiostro a leggere, ognuna con il proprio libro, diverse e uguali. Penso a chi perde un arto e gli pare di averlo ancora. Non ce ne accorgiamo ma le grandi storie ci mancano. Non sappiamo dirlo, non abbiamo gli strumenti, ma forse i nostri corpi ancora si cercano, si raggruppano, timidamente dimostrano una spinta viscerale verso quell’arto fantasma. Se tutto è perduto se non quel ricordo, c’è speranza.

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Dico la mia sulle varie polemiche libresche, anche se non ne sente certo la necessità!

Non è questione di fotoromanzo, libro brevissimo, upgrade cartaceo dei booktoker o romance come se non ci fosse un domani, tutto si fa bene o meno bene a prescindere, tutto ci sta, ma è così che formiamo lettori? Questo il dubbio. Perché quelli servono, a noi che scriviamo e pubblichiamo libri.

Una bravissima educatrice mi ha insegnato che gli adolescenti non vanno inseguiti ma affascinati e invece tanti mi paiono gli inseguimenti.

Opinione mia, per carità.

Resto convinta che la lettura tra i giovani oggi si salvi solo con tanta buona letteratura e seri gruppi di lettura a scuola-in biblio-in libreria, dove vi pare. E anche con i buoni festival che coinvolgono tra gli organizzatori ragazzi e ragazze.

Ed è solo una goccia di salvezza perché è vero che non esiste pensiero e sostegno istituzionale o educazione alla lettura. Un deserto.

Ma provocare i lettori adolescenti con l’ottima letteratura del romanzo che scuote, fa discutere e sveglia, quello acchiappa. Io ci credo. Sembra assurdo eppure essere sfidanti tra gli adolescenti può essere più efficace di quanto si creda. Almeno per la mia esperienza.

Non si acchiappano tutti, certo, ma è un inizio solido con il quale guardare lungo.

Temo che siamo nella condizione di dover piantare un seme oggi con la consapevolezza che noi non vedremo i frutti dell’albero di domani. Mi sa che non c’è scelta.

Poi, spazio di pensiero e di azione a ognuno, in ogni categoria della filiera del libro, io stessa faccio quello in cui credo, perché non dovrebbero gli altri?

Aggiungo, ancora, che sui romance (quello specifico tipo di romance) di cui le ragazzine giovanissime sono affamate ho seri dubbi e li ho già espressi.

Mi hanno già dato della vecchia, non fa niente, vale quanto dire a una donna ma fattela una risata dopo aver espresso un commento sessista. Facile liquidarmi così.

Mi sono capitate giovani lettrici che non riescono a leggere altro e più soffrono e piangono e più va bene. Mi è capitato di incontrare delle ragazzine che chiamano i loro fidanzatini o aspiranti tali “il mio malessere“.

Lasciamo perdere la scrittura, pensiamo ai contenuti.

Si fanno cortei contro la violenza sulle donne e poi le dodicenni crescono così? Cacciamo gli stereotipi fuori dalla porta e rientrano dalla finestra.

Non lo so. Se le ragazzine fossero tutte lettrici forti e onnivore sarei tranquilla. Ma non siamo un paese di lettori e lettrici. Oggi nel 2025 abbiamo bisogno di un proliferare sconfinato di questo genere di storie che creano una vera dipendenza nelle lettrici giovanissime che leggono SOLO quelle? Mi pare una regressione, un inseguire la vendita dimenticandoci di un pensiero culturale che si forma e radicalizza attraverso il romanzo. Il romanzo è un mezzo potente, non dimentichiamolo, la storia diventa nostra, la nostra.

O forse ci fa comodo così? Le future donne le vogliamo comunque ancelle? La responsabilità è di chi pubblica? Continuiamo a inseguire la vendita per sopravvivere senza pensare al futuro? Perché di questo parliamo. Il discorso è lungo e complesso, lo so.

Leggere di tutto per una giovane lettrice onnivora va benissimo, leggere quello che piace per un’adulta è sacrosanto, ma veder leggere così le dodicenni (solo femmine) il romanzo dal pensiero unico mi lascia un sacco di dubbi e forse di preoccupazioni.

Comunque, speranza ne ho tanta, se scrivo di ragazzi e ragazze e coordino un gdl di13/17enni affamate/i di letture belle e complesse, non posso non averla.

E dubbi pure tanti.

Quello che conta…

Dietro a ogni professione, azione o pensiero c’è la persona, così dietro a ogni lettore o lettrice. Dietro a quello che facciamo ci siamo noi e dipende molto da come ci stiamo, dietro.

Il gdl che coordino è una piccola parte del mio lavoro che è incentrato soprattutto sulla scrittura di romanzi, ma sono sempre io, una.

Prima dell’intervista di domenica 15 al festival ho fatto una proposta, quelle/o di Leggere Ribelle (il gdl di adolescenti che coordino) hanno controproposto smantellando la mia idea. Ancora una volta a un componente LR è stata fatta una proposta e ha risposto: certo, volentieri, ne parlo con Giuliana. Capitemi bene, io sono un passaggio, rappresento il gruppo, lo accudisco per tutto quel che posso, non ho potere e non ne voglio. Stare insieme è una modalità che diventa naturale se la si pratica bene e anche quando siamo chiamati in causa come singoli restiamo gruppo, seppur con le nostre particolarità.

La famiglia umana cui tutti apparteniamo è il luogo da cui partire anche per costruire un gruppo di lettura. È il come che cambia le cose, il come che semina futuro.

Troppo facile predicare inclusione e poi nella vita escludere. Lasciare fuori. Sdoppiarsi. Leggere bene per poi dimenticare. Tutte pratiche abusate. Ma niente è soltanto un lavoro. Niente è solamente lettura.

Non finisce tutto col vendere e comprare libri o esercitare una qualsiasi professione, bisogna saper starci dietro come persone.

Allora, mi è piaciuto quanto detto tempo fa da Wu Ming 1, mi ci ritrovo, ma capisco la fatica di ballare al ritmo dei contesti ormai stereotipati, sempre gli stessi, a volte consapevolmente inutili. D’altronde la lettura e la scrittura di romanzi, come tutte le arti, sono considerate superflue, sicuramente non essenziali.

Si parla di pubblicazione di libri ma siamo tanti e diversi. Credo che i romanzi siano dei lettori non di chi li scrive, che io non sia psicologa o guru, che non sia interessante ma possa interessarmi. A me piacciono le relazioni con le persone, quello che danno e quello che cerco di dare per me conta, è cosa viva, vitale. Tutto a vari livelli: profondo, meno profondo, allegro andante.

Non sono così famosa ma riesco ancora a esserci e, per fortuna o per casualità, ho quasi sempre avuto esperienza di persone belle. Scrivo per ragazzi e ragazze.

Però. È un circo, una giostra. Ci sta. Ho saputo che un libraio sul mio territorio non vende i miei romanzi perché ha accordi commerciali che lo portano altrove. Ho fatto incontri dove vivo che per me erano una festa e non è venuto quasi nessuno, non me lo aspettavo. Sono evidentemente esclusa da alcuni contesti. Più di uno. Me ne chiedono spesso il perché e non so che rispondere. Che fare, allora? Ci posso anche restare male perché io con questo mestiere ci campo (anche se in stile francescano) e poi?

Allora mi sono rimessa a studiare, università pubblica, in presenza quando posso, metà tempo. Scrivo, mi devo nutrire se voglio scrivere buone storie e farlo bene. Le paludi della banalità non sono affascinanti, sono pochezza. Dovevo volgere lo sguardo altrove. Conoscendo ancora, anche l’oscurità suggerisce e, in luoghi nuovi, amando me stessa e gli altri resto vitale. Rincorro il romanzo perfetto che non riuscirò mai a scrivere, la mia bussola punta lì. E il mio meglio è nelle mie storie, anche se può non essere un granché. Chi mi pubblica sa. Chi legge se vuole decide.

Sono vecchia, le ferite si rimarginano, e in un mondo che sa essere brutto ho scelto la mia strada di fare bene e per bene insieme a chi incontro. Finché ho tempo faccio così. Tutto il resto va da sé e un buon analista non guasta mai.

Pubblicato in: Come nascono le mie storie, Fiutando Libri!

LEGGERE TEEN

Una chiacchierata, una testimonianza, un ringraziamento.

Durante l’estate 2024 per prepararmi a condurre le ragazze e i ragazzi di Blurandevù del Festival Internazionale della Letteratura di Mantova mi sono ritrovata tra le mani tanti miei appunti su cui ragionare, volevo trovare il modo giusto di rivolgermi a quelle ragazze e a quei ragazzi, e poi ho cominciato a pensare di farne una narrazione, nulla di troppo impegnativo, solo un po’ di ordine e forse nemmeno troppo, in quella che è la mia esperienza con i gruppi di lettura. Nel mese di settembre l’ho messa in prosa.


Leggere Teen è un racconto innamorato delle giovani lettrici e dei giovani lettori, di tanta bella letteratura giovanile, di un mondo di libri, storie, ragazze e ragazzi bellamente imperfetto e divertente. Chi non legge non sa quel che perde.


È anche un grazie a chi fa tanto per formare lettrici e lettori adolescenti; è un grazie a insegnanti, educatrici, bibliotecarie, libraie illuminate (il femminile si consideri esteso!) ed è un grazie a quei genitori complici.
Ci ho messo del mio, metodo e dubbi, un po’ di voci Leggere Ribelle e un racconto alla fine, una specie di bonus track, perché non ci si confonda su chi sono e perché prima di tutto sempre si legga.

Grazie a Livia Rocchi per un primo editing discusso ma giusto, lei è precisa io molto meno.

Grazie a Marta Bracciale, gentile e instancabile, che ha accomodato Leggere Teen per la sua uscita al Salone con relatori autorevoli. E ha accomodato anche me.

Grazie all’ufficio stampa La Chicca che lo ha lanciato in rete con parole belle.

Last but not least, in ultimo il grazie più sentito a Sara Saorin e Francesca Segato , le Camelozampa, che sanno vedere dove io non so e ancora una volta hanno confezionato il tutto meravigliosamente intuendo esattamente cosa questo non-manuale vuole essere.

Un piccolo libro, una allegra e breve testimonianza, tante professionalità dentro e fuori le pagine e io così felice di poterlo condividere che non lo so dire.

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Dalla parte delle lettrici e dei lettori

Nulla di nuovo se dico che in Italia tutti scrivono e pochi leggono. Come se tutti coltivassero pomodori e facessero conserve, ma a nessuno piacesse la salsa di pomodoro.

Insomma tu scrivi, vuoi che ti leggano e quindi cerchi di pubblicare ma non leggi i libri degli altri. Atto incoerente e privo di umiltà, e quest’ultima serve a badilate in qualsiasi professione artistica o creativa.

Torno ai lettori e alle lettrici, io sono una di loro. Ultimamente ho letto tre libri di Olivia Laing e mi sono appassionata alla sua scrittura. Non facile, intensa, profonda. Ragiona spesso di solitudini e questo è argomento che mi interessa molto. Scrive di arte, di storia e di natura e con tutto questo trascina in ragionamenti che possono incontrare l’anima di chi legge, la mia di sicuro.

Benché abbia altro da leggere oltre a lei, ieri mi sono messa a sbirciare tra gli e-book che erano di mia madre, ma che sono rimasti nel mio kindle. Una scrittrice ha attirato la mia attenzione, e poiché il suo nome era stato fatto più volte da un’amica stimata, ho cominciato a leggere. Si tratta di un romanzo di Nora Roberts, non è quello che leggo di preferenza ora, piuttosto è quello che leggevo una volta, ma pagina dopo pagina mi sono accomodata in quella storia.

Considero la lettura un atto anarchico. Con i romanzi siamo liberi, ci soffermiamo dove vogliamo, quando e se vogliamo.

Ora che l’onda dei romance travolge le giovani lettrici, quando le incontro nelle scuole non mi sogno neanche per un momento di dire che quello che leggono fa schifo. Anche se lo penso lo tengo per me. Propongo, però, storie (d’amore) belle e ben scritte che se le iniziano non smettono di leggere, restano tra le pagine. Roba buona che solo perché è buona fa la differenza con il resto e forma – senza fatica, senza filosofia subdola, senza mettersi in cattedra – il pensiero di lettore o di lettrice, affina il gusto.

Ma leggere può essere come guardare un dipinto. Puoi avere una guida che te lo spiega o – come è prerogativa dell’arte – puoi farti trascinare al di là del tempo e della conoscenza e ascoltare tela e colori.

Se leggiamo letteratura contemporanea (o anche no) possiamo concederci di restare liberi, arrivare se e dove arriviamo. No, io non credo che si possa o si debba insegnare a leggere, ammaestrare il gusto. Fuori dalla scuola almeno, nei gruppi di lettura specialmente.

Che non vuol dire affatto non formare lettori!

Voglio essere libera di leggere come voglio e quello che voglio in un romanzo. Siamo io e la storia, e sono fatti miei quello che capisco o meno e soprattutto non c’è una lettura sbagliata e una giusta, c’è la mia. E va bene così. Non devo renderne conto a nessuno!

A volte, per questo, è complicato leggere a scuola nonostante tanti bei progetti. Non è colpa di nessuno, è che la lettura pare cosa vicino allo studio e quindi ecco che i romance diventano un atto di libera autoaffermazione. La lettura per appassionare si deve accompagnare al senso di ribellione, è nella natura di un buon romanzo portarci altrove. Ma un buon romanzo oggi ha fama di essere adatto solo a educarci e nessuno ha voglia di farsi educare, soprattutto se si passa la mattina a scuola o al lavoro.

I buoni romanzi sono caduti nella rete di quella roba lì, in disgrazia. Nessuno sa più che in un romanzo siamo pienamente liberi e padroni di noi stessi. C’è qualcuno che ce li vuole spiegare e se non li abbiamo capiti come dice, finiamo per sentirci in colpa. Che brutto tunnel per questa forma d’arte meravigliosa che è la letteratura.

Per formare lettori bisogna restituire ai romanzi la loro libertà.

Ti è piaciuto? Sì!
Perché? Non lo so…
La prossima volta lo saprai, chissà!
A far pratica nelle storie si scoprono un sacco di cose di se stessi e degli altri, senza fretta, con i nostri tempi. Rispettabilissimi, sempre.

Se smettiamo di utilizzare la nostra capacità di immaginare restiamo schiavi dei romance, dei finali chiusi, dei personaggi descritti nei minimi particolari. Ci devono dire tutto, altrimenti non ci piace, ci affatica immaginare se non siamo abituati. Siamo lettori schiavi e addomesticati.

Ma se a un buon romanzo gli rubi la libertà, questo accade.

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Come con i denti del giudizio che non servono più?

Fino a ora, nel 2024, ho fatto incontri letterari con studenti e studentesse intensi, belli, centrati. L’ultimo con cinque classi di terza media in due gruppi, il mio intervento era pagato e programmato da tempo.
In 6 tra tutti avevano letto il mio libro.
Non posso dire che non sia stato bello: ragazzi e ragazze attenti, la parte femminile accanita lettrice di romance. Abbiamo parlato di tutto, raccontato la storia del mio romanzo con chi aveva letto a beneficio di chi non lo aveva fatto, ho spiegato la mia passione per la lettura, promosso, risposto ad alcune curiosità. Una ragazza voleva intraprendere la carriera di scrittrice e passo per passo abbiamo provato a capire come fare, in mancanza di un percorso nelle università pubbliche. Insomma tre ore in due turni dense e vissute davvero bene tutti insieme usando le storie come collante.
Le professoresse sono state in fondo e ci hanno ascoltati dialogare.
E allora io mi domando: perché non hanno fatto leggere il mio romanzo? Erano ottime classi, disciplinate e con buona proprietà di relazione e linguaggio. Se le docenti non volevano far comperare un libro, potevano caldeggiare la biblioteca visto che da lì è partito il progetto. Potevano leggersi 150 pagine e raccontarle, dedicare al libro solo trenta minuti da sottrarre al programma. Perché perdere questa opportunità? Perché ignorarla in modo quasi offensivo per chi come me ha comunque lavorato con le classi? È stato bello perché io ci ho creduto, ma poteva essere ancora meglio.
Non mi hanno detto una parola e io non ho chiesto. Non impongo nulla, figuriamoci, io faccio un mestiere creativo, mi propongo non inseguo, provo a condividere.
Non hanno colto l’opportunità semplicemente perché a loro non interessava. Punto.
E perché questo episodio, vissuto peraltro benissimo con i ragazzi e le ragazze, interessa me?
Perché si innesta in un discorso più ampio, quello sul futuro della lettura e dei libri e quindi anche un po’ il mio. Leggere non è una pratica istituzionalizzata perché non importa che sia tale. Temo.
Tutti si riempiono la bocca del valore della lettura, ma questo è per lo più sconosciuto.
Quelle come me faticano a rendersene conto perché frequentano realtà virtuose come alcune scuole e i festival. Quelle come me finiscono per vivere tra persone che pensano e vivono con i libri, ma non sono la maggioranza, anzi sono una minoranza nel Paese. Siamo troppo pochi e non tiro in ballo i territori difficili. Io ero a quindici chilometri da casa.
E dunque i dati della lettura diventano realistici. Si pubblica troppo e non si legge perché nella maggior parte dei casi non interessa neanche nelle sedi legate ai saperi, come le scuole. Non abbiamo una laurea magistrale in scrittura creativa perché scrivere e leggere, con parole grossolane, possono essere definiti un hobby. Ho anche dei dubbi sui numeri dei libri venduti, soprattutto nelle scuole e nell’editoria per ragazzi e ragazze, dove ormai tutti gli scrittori e le scrittrici si affacciano. Entri in una scuola e partono centinaia di copie, quindi si vende.
Ma vendere significa davvero: un libro uguale un lettore?
Perché l’editoria si salva solo con i lettori e non con quelli presunti tali. E io temo che non tutti i libri venduti siano finiti in mano a giovani lettrici e lettori, anche se hanno letto.
L’educazione alla lettura è questione seria e portante. Ma se nessuno rinnegherà mai l’importanza del ruolo di un insegnante, non è affatto così per uno scrittore o una scrittrice.
Faticano tutti a vivere di libri: librai, scrittori e scrittrici, case editrici, i margini economici sono faticosamente bassi.
Che la scrittura e la lettura siano in via d’estinzione?
Come capita con i denti del giudizio che li tolgono perché non servono più?
Sono solo domande, sia chiaro, io continuo a fare quello che faccio, a scrive e a leggere, a incontrare felicemente romanzi bellissimi. Vivo l’oggi, faccio quel poco che è in mio potere per il domani in cui credo, ma nonostante tutto il bello che vedo nel mio piccolo mondo ho un sacco di dubbi sul futuro dei romanzi.
Tutto evolve, magari sono io a non saper vedere. Poca cosa, quindi.

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Ma è davvero un lavoro?

Io nella mia vita non ho mai avuto bisogno di soldi fino a cinquant’anni. Non mi sono proprio mai posta il problema di spendere o non spendere. Sono andata via da Roma e poi dall’Italia e poi sono arrivati i figli e ho semplicemente fatto. La madre, la moglie, la figlia e tutti i mestieri di mezzo. Appena avevo un buco leggevo o scrivevo. A cinquant’anni mi sono ritrovata sola in una città che non era la mia, con due figli, una madre anziana, il conto in banca a zero, sette romanzi pubblicati e socia Icwa.

Incomprensibilmente non avevo mai trovato il tempo per pensare a una mia reale indipendenza economica, assorbita com’ero dalle mie infantili certezze di felicità. Vai a fare la commessa, mi è stato detto. Io un lavoro ce l’ho, ho risposto. Oggi quel lavoro, la scrittrice di romanzi per ragazzi e ragazze, mi aiuta a sopravvivere, ma mi fa arrabbiare, anzi incazzare, il fatto che non sia riconosciuto come lavoro (come tutti i mestieri creativi). Perché da questo fatto partono i guai per chi di scrittura vuole vivere.

Gli autori fiamminghi hanno un sostegno statale per preservare la qualità del loro lavoro, i francesi le royalty per i prestiti bibliotecari dei loro romanzi, molti Paesi traducono per l’estero per esportare la propria cultura. Ma questo lo sappiamo già. E noi? Quanti provano a vivere di scrittura? Le librerie indipendenti chiudono. I pochi lettori sono contesi. Le scuole sono un bacino unico appetibilissimo e subissato di proposte.

Però scrivere resta il sogno di tanti. Perché è così affascinante essere letti? I corsi di scrittura creativa si moltiplicano e quindi la richiesta di una professionalità in questo campo esiste. Ma leggere, non leggono in tanti. Colui o colei che va in libreria o in biblioteca per trovare qualcosa da leggere non è quantizzabile in Italia. O meglio, forse, non è giustificata la mole di libri che esce per quanti leggono.

Un mondo editoriale che continua a sfornare libri ma non forma lettori è destinato al collasso. E collasso è già, se un grande marchio editoriale ricorre al romanzetto sgrammaticato per far cassa. E l’asticella di quello che fa bene ai lettori, e li conserva nel tempo, si abbassa.

Per fare un lettore ci vuole un buon romanzo e una politica di educazione alla lettura promossa a livello istituzionale.

Sento parlare di letteratura che deve coinvolgere il lettore, trascinarlo altrove, e denigrare ogni tentativo commerciale o parascolastico. Ma che senso ha? Prima di sdegnarsi bisogna avere un quadro chiaro di cosa sia il mondo del lavoro in Italia e il lavoro creativo vive della clandestinità e della professionalità castrata al pari di chi finisce per raccogliere pomodori. Lo so, appare irrispettoso scriverlo, mi scuso, ma è una frase che deve fare male.

Per come la vedo io l’unica speranza sono i circoli letterari e i gdl, una lucina in fondo al tunnel. Quelli che leggono per scelta, l’unico bacino che conta, che dobbiamo alimentare, da cui partire.

Per carità ci sarebbero le scuole, ma lì la lettura è arma a doppio taglio, si può far molto bene e si può far male. Dipende dalle competenze e dall’impegno. Dipende da come e quanto ci si crede.

Come molte di quelle che fanno il mio mestiere ricevo inviti per incontri e presentazioni. Negli ultimi mesi ho ricevuto in particolare tre mail di professori che mi chiedevano di andare nelle loro scuole. Entusiasti dei miei romanzi.  Non un accenno alle spese di viaggio. Io rispondo sempre che se l’acquisto delle copie è importante si rivolgano alla mia casa editrice o a una libreria che organizzano loro, diversamente chiedo un compenso (ovviamente vado gratuitamente dove opportuno, non sono una snob, indosso scarpe basse e faccio passi ben distesi). Avendo una partita Iva posso emettere fattura elettronica e lavorare con le scuole. Ho più del 30% di oneri e le spese di viaggio, quello che mi resta è il giusto per progettualità, impegno e fatica per un incontro ben strutturato con studenti e studentesse (il famoso esperto esterno). Il 20% della ritenuta d’acconto usato per la prestazione occasionale, che ridurrebbe i costi, non è applicabile perché ha un tetto massimo e per alcuni progetti bisogna emettere per obbligo fattura elettronica.

 Da nessuna di quelle tre particolari mail ho avuto replica, neanche un no grazie. Dall’entusiasmo a un silenzio maleducato e si può immaginare scandalizzato.

Noi le facciamo il favore di acquistare una copia e di leggere!

È ignoranza, non è cattiveria, nel senso che non sanno cosa sia il mondo editoriale. Come per chi varca la scoglia di un supermercato e non immagina chi lo abbia costruito e come. Ed entrerebbero in campo le regole e le leggi.

È, invece, tutto scandalosamente al ribasso.

In quelle scuole andrà chi non ha chiesto compenso e per venti copie vendute (forse) e quindi 20 euro di diritti (forse). Chi è costui o costei? È ricco di famiglia o ha un altro lavoro (non accenno neanche al sottobosco di improvvisatori). Quindi cosa privilegiamo? Non certo una professione che deve essere riconosciuta come tale. Non che chi faccia un altro lavoro con cui campa non sia un bravo scrittore o scrittrice, ci mancherebbe e ce ne sono di bravissimi e bravissime.

Ma potersi dedicare totalmente alla scrittura ha dei vantaggi come il tempo, le energie, la concentrazione e ovviamente dignità da offrire alla professione. Dovrebbe essere un diritto per tutti poter fare il proprio mestiere, soprattutto se lo si sa fare bene.

Ma cosa significa esattamente vivere di scrittura? E come si possono cambiare le cose per avvicinarci agli standard europei? Alla prossima.

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Fiutando Libri!

Un buon romanzo è sempre politico

Ieri sera Gramellini (In altre parole, La7) ha detto qualcosa che aspettavo da tempo.

Gramellini, con la dovuta educazione, ha preso la distanza dagli sdraiati, giovani inetti, spesso additati come tali per consuetudine, perché fa audience e anche un po’ per tradizione.

Gli sdraiati di M. Serra è un romanzo che non ho apprezzato e di cui non ho apprezzato neanche la ri-presentazione nel programma La torre di Babele, La7, di Augias (per cui ho grande stima) facendo comunque virare il senso della trama perché non si focalizzasse sul titolo. Ma quel libro è il suo titolo! Ho apprezzato poco anche quanto detto nella puntata Augias-Serra e in quella Augias-Galimberti sul nichilismo giovanile. Soprattutto mi ha tanto irritato il passaggio velocissimo sui movimenti ecologisti, lodati ma definiti irrisori, che non fanno la differenza. Mi sorprende come nessuno abbia considerato la velocità dei cambiamenti odierni. Oggi tutto cambia molto più velocemente che in passato e vale anche se parliamo di ragazzi e di ragazze.

Dalla manifestazione Cecchettin i movimenti giovanili, sono mutati. Quel terribile episodio è stato drammaticamente determinante. A Pisa sono scesi in tantissimi in piazza contro la violenza gratuita dispensata agli studenti e alle studentesse. Dal libro di Galimberti sul nichilismo a oggi le cose sono già cambiate. E mi dispiace che due grandi intellettuali non si siamo fermati proprio su quella scintilla che sono i movimenti ambientalisti per parlare dei giovani e non si siano schierati dalla loro parte per dar loro forza, come padrini. Ho apprezzato il discorso sulle donne in piazza per i loro diritti, ma c’erano anche i loro amici maschi in piazza. I giovani appunto, senza badare al genere. E anche i meno giovani, scusate, eh.

Più la maestra dice che non sa fare e più il bambino non fa. Più lei vede (anche poco) fatto bene e più il bambino farà bene. Questo è un principio che vale sempre.
Gramellini a mio pare ha saputo leggere i nostri tempi, o almeno la sua lettura è la mia.

E chi scrive, anche romanzi per ragazzi e ragazze, fa politica.

Un buon romanzo (come diceva Michela Murgia) fa sempre politica. E aggiungo, è pratica, non teoria, proprio per questo.

A volte finisco di leggere un romanzo e ci penso o solo capisco che qualcosa in me si è mosso. Ogni piccolo cambiamento ci muove verso il pensiero libero e autonomo.

Un buon romanzo esprime un giudizio sui tempi e lo caldeggia, non dando risposte facili, ma condividendo un amore. Io scrivo di ragazzi e ragazze perché vedo in loro delle promesse, mi fido, mi appassiono e per me gli sdraiati sono rimasti sepolti tra le pagine di un libro brutto.

Invece, quanto può far male un libro che diventa best seller seguendo l’onda di quello che più piace perché più comodo e confortevole? È politica. È irresponsabilità. Molto più faticoso essere dalla parte dei giovani, molto più faticoso spiegare cosa sia l’amore tossico.

Tornando alla romanziera che sono, nel mio piccolissimo ho scritto Borders che è un grido ambientalista, dove la vecchia Olmo mette nelle mani di una ragazza e tre ragazzi il destino della biodiversità, e No Borders dove a insorgere per una rivoluzione di idee sono i giovani.

Attraverso il romanzo condivido speranza nel futuro e questa passa per i giovani e questa è politica e attualità. Una distopia (i miei sono romanzi distopici) parla del futuro ma racconta il presente.

Io mi fido dei giovani, questo sto dicendo pur solo scrivendo una storia. E se vengono presi a manganellate dei ragazzini a volto scoperto è perché fa paura quello che potrebbero diventare. Fa paura il rinnovamento che logora il sistema politico vecchio e corrotto. È il germe di qualcosa. Certo, per me è facile scriverlo in un romanzo, la vita è altro, ma è una visione. La mia sicuramente.

Ed è una possibilità. Che da adulti responsabili dobbiamo darci e dare ai giovani.

Io non sono nessuno, per carità, ma credo in quello che faccio e nel come lo faccio. Immagino che non basti, ma la strada è quella giusta e di questo sono sicura.

Non è tutto guadagno economico e successo, non si può sempre tacere perché non faremo mai la differenza.

Quale scopo abbiamo nella vita se non quello nobile di seminare qualcosa che non vedremo mai crescere?

Pubblicato in: Come nascono le mie storie

No Borders, come nascono le mie storie

Esisteranno sempre ragazzi rivoluzionari e ragazze rivoluzionarie perché solo loro sanno mostrarci il domani migliore.

No Borders è il secondo capitolo di una storia iniziata con Borders.

Fin da subito sapevo che sarebbe stato un romanzo lungo, anche se non sono una che inizialmente pensa troppo alla struttura. Era più un sentire, un bisogno lungo di raccontare, pieno di domande senza risposte, di questioni da aprire, di timori da condividere e di speranze da tenere vive insieme ai lettori e alle lettrici.

Prima di iniziare a scrivere Borders sapevo già tutto, qualcosa più consapevolmente di qualcos’altro. Sapevo quanto doveva accadere, ma non come. Non ho mai scritto una storia a caso, ma neanche troppo precostruita, non è il mio di mestiere quello. Non sono capace, invece per me sta tutto nell’equilibrio.

Scrivere è sfida e scommessa nell’originalità dell’idea. Fatica e divertimento nella stesura. Essere dentro ed essere fuori per quello che c’è di me nella storia.

Certo, il primo volume era soprattutto un grido ambientalista, quello che volevo era un romanzo avvincente d’avventura che parlasse di biodiversità, pianeta, estinzione. L’avventura è solo il come e può bastarci benissimo, la lettura è libertà, ma se ci si vuole fermare sulle pagine di Borders, si può. (È capitato di farlo con i lettori e le lettrici.)

Stesso discorso per No Borders, in cui se pur non abbandonando nulla della prima storia, sono andata oltre: un uomo che si aggira intorno al villaggio viene catturato, cosa se ne deve fare di lui? È estraneo, ruba, non è sano di mente e il cibo costa fatica, la vita è dura, e allora? Bisogna riprodursi per sopravvivere e sono le donne a rischiare la vita per generarne di nuova, quindi? Ma quando la paura non esiste, il cibo non manca, non ci sono armi o criminali, i bambini e le bambine nascono sempre sani, i passi non si sentono sul pavimento fonoassorbente, le foglie secche non frusciano sotto i piedi, né alcun insetto infastidisce la luce dei lampioni? Quando tutto per te è già stato scritto e tu non conosci storie per immaginare la tua vita, cosa accade? Dunque, i semi li hanno, ma come si fa una rivoluzione?

Il mondo fuori Magnolia e quello dentro entrano in collisione e sono una ragazza e tre ragazzi a farlo accadere. Con l’aiuto di una civetta e di un cane. E con Ash che non sa chi è, Lara che lo sa benissimo e Juliet che arriva dritta da un romanzo scritto nel mondo di prima. E nel mezzo lo sconfinato deserto di cemento che ti uccide con il caldo soffocante o con il freddo irrespirabile.

«Forse era solo il momento giusto, forse c’entra la loro fuga e Olmo lo sapeva, forse terra fertile e buone storie sono davvero bisogni primari come cibo e acqua.»

Le distopie e i romanzi post apocalittici parlano del futuro ma sottintendono il presente e quindi le mie idee sono quelle dell’oggi che vanno a sistemarsi nel domani. E diventano altro.

Ho messo insieme la fiducia che io ho (e ho sempre avuto) in Lindgren, Alcott, Dickens e Verne e nei giovani e nelle giovani di oggi, il potere delle storie che alimenta da sempre l’umanità, infiniti dubbi e questioni opposte. Quello che è venuto fuori è una possibilità tra tantissime. Ma è anche la fiducia che questa possibilità esista, che possiamo trovarla solo se la cerchiamo.

Queste idee si potevano raccontare in tanti modi diversi, ho scelto di provare a non dare nulla per scontato, a non lusingare nessuno, a non inseguire i bisogni del momento, ma a far parlare solo la narrazione. Il modo più difficile.

Le storie sono pratica non teoria. Se sono riuscita a scrivere una buona storia vi si potrà sperimentare che un domani migliore è sempre possibile, anche se per costruirlo ci vuole pazienza. Il come sarà avventuroso, si deve essere pronti.

E soprattutto i romanzi sono dei lettori non di chi li scrive, quindi posso solo sperare che tutto quello che per me è stato scintilla diventi fuoco nell’immaginazione dei lettori e delle lettrici e li porti altrove, non importa dove.

Non siamo liberi in nessun luogo come in un buon romanzo.

Io ci ho provato ancora, dopo Borders, a scrivere un buon romanzo, ora tocca a voi, ma fatemi sapere!

Per vedere l’intervista Achab Rai2
Per vedere l’intervista Achab Rai2

Ma il futuro si può decidere?

BORDERS ha ricevuto il Premio Rodari 2022, il Premio LibroAperto 2023 ed è stato finalista al Premio Orbil 2023.

COPERTINE MERAVIGLIOSE DI MARA BECCHETTI

Grazie a Giovanni della libreria Terra di mezzo di Bussolengo per le chiacchiere distopico-formative e agli amici marconisti che mi hanno spigato quel poco che so delle radiofrequenze.

Grazie a tutti quelli e quelle di Sinnos Editrice, perché questa mia lunga storia non poteva incontrare mani migliori (leggete il loro articolo: La rivoluzione dei ragazzi e delle ragazze). Grazie a Della, amica cara ed editrice coraggiosa; a Federico che sa guardare quello che io non vedo, e per chi scrive romanzi non c’è nulla di più prezioso; a Emanuela che è insostituibile e bella come poche; a chi non cito, ma c’è.

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Dentro durante intanto. Ora

Quand’è che sono diventata una 59enne che non me ne sono accorta?
Dentro mi pare di avere i sogni di una ragazzina, anche se la mente si trascina dietro un corpo che invecchia.

Quello passato è stato un anno difficile. Ho negoziato la separazione da un uomo che ho amato molto e mai capito. Dalla morte di mia madre, in un riflusso inaspettato, sono arrivate fragilità e domande modificando i pensieri. Ho avuto un crollo psicofisico e quando i giorni erano troppo scuri, mi ha salvata la psicoterapia.

Durante, la mia scrittura decollava e mi dicevo: Hai lavorato tantissimo, ora non molli, non te lo permetto, hai già sprecato abbastanza.

Credo di amare il mio mestiere perché è follia che assorbe. Restituire vite e mondi immaginati, non lo è? Non mi lascia il tempo di considerare di aver passato ormai buona parte della vita destinata a un’umana; che quello che mi resta da vivere, nel migliore dei casi, sia un terzo di quello che ho vissuto. E mi pare pochissimo per fare tutto ciò che ho da fare e perché di vita non ce n’è mai abbastanza.

Intanto con i miei romanzi ho incontrato donne che hanno medicato piccole parti di me. DonneSorelle che nel mare grosso ci sono state, poco o molto, non ha importanza. Le DonneSorelle si annusano, si riconoscono, si eleggono. Hanno famiglie e vite proprie, ma sono la stessa nota suonata da strumenti diversi, dal canto o del vento. Esistono solo quando si sentono. E non c’è balsamo più potente dello scambiarsi confidenza. Senza pensarci troppo, senza farne una confessione, con la semplicità dell’esserci in quel momento e in quel posto.

Mia madre prima di morire mi chiese uno specchio e poi mi disse che ricordava di essere più giovane.
La vita è feroce.
Un ragazzino mi ha domandato: Lei, fino a quando pensa di continuare a scrivere?
Io non ho saputo rispondere.
Ora ci sono e scrivo. In bianco e nero. Tanto basta e non è poco.

Pubblicato in: Come nascono le mie storie

Bar Einstein, come nascono le mie storie

Come nascono le mie storie?

Ero in una cittadina tedesca, nel nord della Germania; ero stanca e coloro che erano in vacanza con me non si staccavano dalle vetrine di un grosso negozio di apparecchi fotografici.

Vidi un bar al di là della strada, la scritta gialla recitava: Bar Einstein e io mi avviai verso la porta, anche quella gialla. Gli altri mi avrebbero raggiunto più tardi.

Entrai e mi accolse un locale pieno di foto e locandine sui muri, persino il soffitto era decorato con delle stampe. Mi sedetti a uno dei tavoli, che era stato quello di una vecchia macchina da cucire, ne conservava la pedaliera in ferro lavorato. Le sedie erano spaiate ma accostate con armonia. Una donna mi dava le spalle, aveva i pantaloni aderenti verde acceso e le scarpe rosse con il tacco, i capelli lunghi, biondi. Aveva il corpo di un’adolescente, ma quando si voltò il viso era quello sciupato di una sessantenne, con gli occhi e la bocca truccati. Non era equivoca o volgare. Era senza alcun dubbio la padrona. Lo sguardo sfrontato e indifferente allo stesso tempo non si posò neanche su di me, pensava ai fatti suoi. Mi servì una ragazza in jeans e maglietta con i capelli castani, semplice, accogliente, gentile.

Questo romanzo è nato in quel momento. Quel locale e quella donna, il mio Bar Einstein e la mia Dalia si erano impressi nell’immaginazione. Un attimo riscrivere il luogo e la donna, il loro passato mi era già chiaro.

Dalia parlava d’amore vissuto e il bar era denso di ricordi. Quindi la storia avrebbe narrato l’amore e la vita che da come la guardi, da un lato, dal basso, dall’alto, è sempre diversa.

Un’amore forte tra un ragazzo e una ragazza, una passione che sfida la logica, che divora e che se anche fa soffrire, resta l’esercizio primario per imparalo a vivere sul serio, l’amore.

Se non hai mai sbandato, se non sei mai stato o stata travolta, non saprai mai amare del tutto. Non è l’amore della tua vita, difficilmente lo è, ma i compagni che incontrerai dopo dovranno tutto a quel lui o quella lei. E così anche tu.

Questo è Bar Einstein, una storia d’amore a tinte noir che vive di luoghi alternativi come una Comune, un bar dove: Se i muri di una qualsiasi stanza o casa hanno memoria e parlano, quelli urlano canzoni intonate e risate roche che si trasformano in singhiozzi sommessi e il fiume. Il fiume torna spesso nelle mie storie, rassicurante. La natura e la vita scorrono insieme, il temporale passa e si asciuga, la paura del buio non fa paura se svelata, non ci sono luoghi brutti o belli, ma solo sconosciuti. Amore e morte, criminalità e pura bellezza, si confondono; a vincere non è nessuno, ma si salvano solo i più giovani se fuggono nella direzione giusta. Quello che resta è cruda nostalgia.

Così è come è andata fino qui. Forse fino al 19 maggio 2023 in cui Bar Einstein arriverà in libreria. Da lì in poi, per come la vedo io, questa storia diventerà dei lettori e nulla di quanto ho scritto sopra varrà più.

Spero che saprà parlare ai lettori e alle lettrici, spero che li trascinerà tra le pieghe di una narrazione oscura, onesta, donata. Spero. Non so se sarà così. Ogni romanzo ha una vita propria, prescinde dall’autrice. Una volta che l’ha lasciata andare non può più fare nulla per lei, se non stare a guardare e ascoltare.

Questo romanzo viene pubblicato nella collana che avevo sempre desiderato per lui, con un editore che stimo. È importante per me potermi fidare del mio editore. Ringrazio Luisella Arzani che ha mantenuto la promessa fatta tempo fa di leggere questa storia per poi scegliere (insieme alla redazione di EDT/Giralangolo) di pubblicarla; Francesca Fimiani che l’ha curata con un editing attento sul piano stilistico ed emozionale e Miriam Pedata per la passione e la provocazione che mette nel suo lavoro redazionale. Mi viene da pensare che la bella copertina di Marco Viale sia il frutto di tutto questo, della professionalità e dell’umanità che le storie scatenano e che gli addetti ai lavori finiscono per vivere come vita vera, in una gioco di ruoli, dentro e fuori, lasciandovi infine un sentimento magico che imprime la carta, le parole, gli spazi bianchi.

E questo è Bar Einstein, quello che vi narrano il titolo, la copertina e i suoi colori, la quarta, la dedica e infine frasi e spazi bianchi, virgole e punti.

Queste mie parole di oggi e quel pomeriggio in una cittadina tedesca sono Bar Einstein.

Scrittorincittà2023
Scrittorincittà2023
Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Fiutando Libri!

…incontrare l’autrice, incontrare l’autore

L’incontro con l’autrice, l’incontro con l’autore è un momento importante per i giovani lettori. O almeno dovrebbe. Una festa, un tripudio, un confronto, una lezione, ognuno di noi che scrive di ragazzi e ragazze (oppure per la narrativa ragazzi/e) ha la sua modalità. Ogni scuola, festival, libreria o biblioteca ha la sua modalità.

Mi sono domandata cosa sia per me.

Nel 2008 ho messo piede a scuola per la prima volta come autrice con un libro della Raffaello (ancora a catalogo, grazie) e me lo ricordo benissimo. Da allora sono cambiate tante cose in me, come persona e come romanziera; un percorso pieno di domande, tentativi, delusioni, ricostruzioni; nulla è immobile, tutto deve diventare altro, è ovvio.

In 15 anni non sono certo diventata famosa, né sono diventata abbastanza brava e questo basterebbe a far desistere chiunque, ma non me, testarda e idealista, convinta creativa in eterno cammino. Folle e sciocca, insomma.

In quest’ottica mi sono messa in testa che ogni incontro deve avere un suo respiro, che se incontro lettrici e lettori lo faccio aprendo ogni volta una paretesi nuova, guardando chi ho davanti, mettendomi in relazione. Un gioco, una missione, una sperimentazione, uno sparigliare le carte una volta ancora per cercare e capire, perché nulla diventi routine, ma ogni parola abbia senso.

Non sono neanche un professionista, no. Dagli incontri esco sfinita, spesso molto soddisfatta perché ho dato e ricevuto, ha funzionato. A volte sono contrariata. Mi arrabbio per quel dominio dell’economia e della mercificazione del libro, il disinteresse puro, il tempo sprecato, l’inutilità. Scrivere è un mestiere, sì, ma creativo e andare nelle scuole non è come fare la presentazione di un libro per adulti, è altro. Di sicuro un privilegio, in un certo senso un lavoro a parte. Ma sei sempre tu. E libri e incontri vanno a braccetto. Dice, ma se se sei scrittrice non devi mica essere capace anche di parlare in pubblico, vero, ma le pagine non mentano sul proprio autore o autrice, a ben guardare, a voler vedere.

Questo per me è un anno fortunato, o forse sono io a essere cambiata, ancora. Ieri un altro incontro bello; dirigente, professoresse (di lettere e matematica insieme!)e ragazzi che mi avevano chiesto di orientare l’incontro nella direzione in cui lavoravano loro e io l’ho fatto. Grande scambio, due ore piene che mettono insieme i tasselli dell’educazione alla lettura, del diritto alla lettura, della bellezza dello stare insieme nelle storie e in una scritta da me in particolare.

Una cosa ben fatta.

Ho perso tanto tempo nella mia vita e mi dispiace, quello che mi rimane (spero tanto, poco non mi basta) voglio che sia ben vissuto, che regali e guadagni, voglio toccarlo, maneggiarlo con cura e saperlo ricordare. Ho bisogno di bellezza (in tanti ne abbiamo bisogno) e mi ci impegno.

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Leggere contemporaneo, leggere a scuola

La prossima settimana parte uno dei club Leggere contemporaneo grazie a una prof che ci ha sempre creduto da due anni a questa parte. Oltre al mio (piccolo) compenso la scuola che aderisce al progetto deve comperare i romanzi che indico in tre bibliografie di dieci libri ciascuna (un tesoretto, garantisco).
Io non sono una formatrice e non voglio esserlo, ma dopo vent’anni di letture, incontri e festival qualche idea sul perché i ragazzi e le ragazze non leggano me la sono fatta.

Questo club di lettura a scuola non cambia la situazione generale, ne sono certa, ma è una buona pratica.
In questa scuola superiore, nella biblioteca d’istituto, ci sono ormai 60 romanzi di grandi autori viventi ya. Romanzi belli per tutti. Romanzi che hanno gli strumenti per spianare la strada a un non lettore. Quelli di cui (non sempre senza ragione) le scuole (superiori soprattutto) sono piene.
Il danno è stato fatto, la non lettura imperversa, non cambio la rotta io in una scuola, ma continuo a spacciare buone pratiche. Il perché è il tipico male di chi legge e scrive per ragazze e ragazzi da vent’anni e vede bellezza e potenzialità e non ce la fa a stare con i libri in tasca.
Da Borders in poi la questioni semi è sdoganata, ma se è il tuo mondo e lo ami non puoi non cercare di piantare semi per farlo sopravvivere.

Saranno in 45 di cui 30 di terza superiore, che vengono per i crediti, certo, ma poi io e i romanzi belli facciamo squadra: io li racconto bene, loro si fanno scegliere e quando i ragazzi e le ragazze arrivano all’incontro successivo qualche sguardo adolescente catturato c’è e il dubbio che si possa anche leggere per piacere è instillato.

Essere parte del mondo dell’editoria per ragazzi e ragazze come romanziera ha un po’ questo effetto collaterale. Scrivi spesso di loro perché sono i personaggi in cui credi di più (e qui qualsiasi analista avrebbe da lavorare) e per loro, in carne e ossa, salvi romanzi perché abbiano la possibilità di incontrare storie scritte pensando ai lettori come persona di genere vario e non infante cresciuto (e non parlo delle mie che non metto mai in bibliografia, per una sorta di strana controproducente onestà intellettuale).

Detto ciò e continuando a ringraziare chi ha fiducia in me (e in loro, inutile ripetere chi siano) condivido le locandine di due eventi in cui ci sono a parlare di buone pratiche libresche, dei perché e dei per come. Non sono una formatrice e vi indico pure chi dovete seguire se volete approfondire la questione libri&lettori, ma vi passo la mia esperienza. Che poi non è una cosa così diversa, lo so, ma io ci tengo a restare romanziera un po’ per indole e un po’ per giustezza che non mi sento i titoli per educare nessuno.

Resto un’artigiana che non ha nulla di speciale, solo qualcosa da dire a modo suo e vi invita a bottega (e che bottega: una libreria e una biblioteca!).

*A chi interessa il progetto Leggere contemporaneo può richiedere informazioni via mail a giulianafacchini.autrice@gmail.com

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Fiutando Libri!

La teoria dei gusci vuoti nei libri

Dei gusci pieni sento la mancanza, se trovo quelli vuoti.

Cosa cerco nelle storie scritte? L’anima.

In quelle orali c’è quella di chi gli dà voce. Gliela presta, per così dire; le parole si investono e il buon narratore fa breccia nei cuori degli astanti.

Ma in quelle che ti leggi da solo stampate sulla carta? Lì la questione si complica, perché è un luogo dove l’anima di chi legge e di chi ha scritto si incontrano quando capita e se qualcuna manca all’appello non funziona più.

Non c’è genere o categoria che tenga, un libro senza anima è un guscio vuoto.

Se la parola anima è troppo romantica o al contrario complessa, usiamo voce. È riduttiva ma forse è più chiara perché ne è individuabile l’appartenenza. (L’anima potrebbe essere collettiva? Affascinante!)

Se la voce è competente lo si capisce subito: se sai, chi sa lo capisce e il lettore esperto è scaltro. Ma non ci si può fermare alla competenza, a scuola di nozioni di scrittura si può andare e si può imparare anche tutto su un argomento. A fare il romanzo non è la voce che ripete a pappagallo, ma la propria dell’autrice o dell’autore. Propria significa che ti appartiene e che la condividi con generosità. Che non sia mai sovrabbondante altrimenti è terapia, deve essere giusta, strappata da sé quanto basta. La voce ha un equilibrio.

C’è un percorso per raccontare bene e una per farlo meglio, e chi scrive non si accontenta mai, non può essere nella sua natura.

La letteratura ha anima millenaria, sentiamo voci antichissime e sentiamo la vita di allora, anche se parlano d’altro raccontano sempre il proprio. Anche se parlano di passato o di futuro, perché la voce va oltre i significati, ha un vocabolario parallelo tutto suo. Se quelle voci arrivano fino a noi vuol dire che possiedono una contemporaneità assoluta che trafigge le epoche ed è capace di incontrare il lettore sempre.

Nei romanzi ci si incontra.

Se non ci si incontra è perché sono gusci vuoti.

Ma bisogna essere onesti: chi scrive e chi legge.

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Fiutando Libri!

Leggere, ascoltare, scrivere romanzi

A Rimini a Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono, ho ascoltato la bella intervista di Kavin Brooks. Ero lì per accompagnare il movimento di giovani lettori che aiuto a coordinare, Leggere Ribelle. L’autore inglese ha spiegato di come Bunker diary, un suo romanzo contestato per la durezza della storia che narra, sia stato rifiutato da vari editori e di come abbia usato quel lasso di tempo che è intercorso tra i rifiuti e infine la pubblicazione, per continuare a rifinire e ottimizzare la storia. Mentre il rifiuto di apportare le modifiche, che di volta in volta quello o quell’altro editor gli chiedeva per rendere più accettabile il romanzo, è stato perseguito con convinzione e coerenza. Anche il suo ultimo lavoro, La bestia dentro, ha avuto un percorso difficile per arrivare alla pubblicazione, ma intanto lui scriveva e pubblicava altro.

Ecco, io credo che questa sia una condizione necessaria per scrivere e una garanzia di onestà per un romanziere. Raccontarlo in pubblico, poi, è prova di semplice trasparenza verso chi compra i suoi libri, perché se di un autore o di un’autrice viene pubblicato tutto e subito, forse vuol dire che c’è qualcosa che non va. Vuol dire che non c’è criticità nel lavoro che fa con se stesso. Vuol dire che non ha idee originali al punto da essere destabilizzanti o stupefacenti per chi legge. Vuol dire che non tenta di battere strade nuove che per affermarsi, se sono valide, devono vincere lo scetticismo e la paura, anche di chi ci mette il denaro oltre che la faccia (e cioè l’editore), ma sono condizione indispensabile per un futuro di letteratura viva. E questa è condizione necessaria per i buoni romanzi che emergono tra quelli che “escono tanto per uscire” negando il loro senso profondo e il ruolo attivo della letteratura.

Ecco cosa ho pensato ascoltando un uomo che fa il mio stesso mestiere (d’accordo, a lui riesce meglio) e che aiuta me a formarmi attraverso le sue parole (e in un certo senso aiuta anche a giustificare quei circa trenta romanzi da me scritti a fronte dei diciannove pubblicati, pur considerandone una parte di scarto perché oggettivo spin off di storie migliori, che non ho mai rinnegato e in cui continuo a credere).

Scrivere romanzi è un mestiere che sta tra la logica pratica di una professione e l’illogicità della creazione con cui si confronta un artista.

Sono un animale da festival letterario, poco mi piacciono le presentazioni dei libri, ma sono attirata irresistibilmente da chi racconta con parole proprie la creazione delle storie. E mi piacciono molto anche i saggi che trattano questo argomento. Dietro ogni autore o autrice che fa storie c’è una storia che s’intreccia con la sua vita e la vita di altri esseri umani e non. Consapevolmente o meno la creazione di un romanzo di buon livello presuppone la scelta o il rifiuto di un percorso interiore, di un metodo o dell’assoluta negazione di questo e l’elaborazione di un niente perché diventi tutto. Quello è il mio terreno d’interesse, soprattutto quando è scevro di ampollosità, quando l’incontro con l’autore o l’autrice capisci che è pensato come scambio di idee e confronto.

Scelgo la mia poltrona, se non sono sola lo divento, e aspetto. Ho imparato negli anni a riconoscere gli intervistatori di cui ci si può fidare e quelli impreparati e credo di saper individuare ormai con istintivo anticipo chi è il relatore e quanto vale la pena ascoltarlo, anche se mi capitano belle sorprese, non lo nego. A volte segno degli appunti, che a volte ricopio e a volte poi perdo.

Ispeziono le storie altrui su terreni che mi appartengono oppure che raccontano l’altro, quello che poco conosco. Le parole delle donne mi affascinano più di quelle degli uomini che nel nostro Paese mi paiono in maggioranza meno onesti; non è tutta colpa loro, spesso siamo noi lettrici a metterli su quel piedistallo che in certi casi abitano fin dalla nascita, sono incolpevoli se non lo percepiscono (se l’hai sempre avuto, ti appartiene). Posso dirlo? Credo che essere maschi non sia una cosa facile se vuoi esserlo per bene.

Diversa è la questione quando gli ospiti non sono italiani; gli europei e gli americani che ho ascoltato fino a oggi sfuggono spesso a queste logiche, che sono anche un mio pregiudizio ormai, e li ascolto con maggiore interesse anche perché mi raccontano popoli e paesi di cui non sono pratica come del mio.

Intervistare non è facile come si crede e come pensa chi, come al solito, improvvisa e non immagina la sofisticata scaltrezza che ci vuole per mettere a proprio agio a livello emozionale e intellettuale l’ospite. In tutto questo c’entra il mio essere autrice di storie, che hanno una loro storia a prescindere da quella che raccontano e che s’intreccia con la mia, intima e personale.

Leggere, ascoltare e scrivere sono un tutt’uno nel mio mestiere di romanziera. I romanzi nascono dal legame inscindibile di quelle tre azioni e a seconda di come le si praticano, le storie cambiano.

Sembra insolito che io da sempre frequenti i festival letterari anche se non ne sono un’ospite. Lo faccio perché mi nutre. Ma certo, se sono anche ospite con i miei romanzi di solito ho un pass gratuito per ascoltare tutti ed è come entrare in pasticceria e abbuffarsi e io vivo di scrittura e quindi sono dignitosamente povera, mangio quando posso…!   

Una delegazione di Leggere Ribelle che intervista Lois Lowry a Mare di Libri con la traduttrice Chiara Codecà e il tecnico Massimo Fiorini per il collegamento dal Maine.
Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Fiutando Libri!

Leggere liberi, liberi di leggere

Riflessioni con un capo e una coda, ma senza pretese.

Ci insegano a leggere e poi, almeno in Italia e in linea generale, finita la secondaria di primo grado dimentichiamo come si fa. Perdiamo il piacere della lettura, leggiamo solo per necessità. Forse è normale che sia così, l’evasione e la riflessione passano attraverso mille altre forme, più o meno idonee, rispetto a quando la letteratura la faceva da padrona. E anche molti romanzi, oggi, viaggiano pensando già alla serie tv che da loro, quasi certamente, si svilupperà. È una scommessa soprattutto economica, per altro più che giustificata.  

Restano i valori privilegiati legati alla lettura, come la capacità del lettore forte di vedere dietro le righe, di sperimentare sulla propria pelle storie di personaggi immaginari o reali, di portarsi dentro riflessioni maturate e durature o solo pronte a esplodere al momento giusto, di imparare a esercitare un pensiero e delle scelte proprie. Un sacco di belle cose insomma.

E ci sono poi gli irriducibili lettori che voglio esportare la loro passione e così nascono i gruppi di lettura, anche giovanili. In questo ultimo caso un’azione a metà tra missione e necessità oggettiva.

Incosciente come sempre, mi sono gettata nella costituzione di un gruppo di lettura, o meglio di un movimento di giovani lettori, Leggere Ribelle, che coordino insieme a due bibliotecarie e un’educatrice. Ne rivendico la direzione artistica (se così si può dire) e sono convinta dell’importanza della rete tra gruppi di lettura, soprattutto per adolescenti. Quindi ecco il pensiero fondante del confronto, ma anche quello dell’osservazione e della riflessone da parte mia. Perché resta mia la responsabilità del terreno letterario su cui cresce LR. E la sento tutta.

Vivo una vita professionale divisa tra il ruolo di lettrice e quello di romanziera. E questo dà al gdl un’impronta precisa. Nonostante qualsivoglia buona intenzione. Questo capita anche se a condurre un gdl è un insegnante e il gruppo vive una vita diversa se si incontra a scuola, oppure in biblioteca o in una libreria. Non sto dando giudizi in merito, sia chiaro. Io posso condurre il gruppo solo essendo me stessa e vale anche per gli altri. Nessuno sfugge al destino di essere quello che è, o di credere in quello che fa.

La domanda è: come facciamo a creare lettori davvero liberi? È davvero possibile? Forse no. Per tante ragioni.

Per esempio, ci sono almeno due modi di guardare un opera in un museo: con una guida che la spiega o da soli, ascoltando le emozioni che suscita in noi.

Se la prima opzione ci sembra troppo didascalica, bisogna ammettere che la conoscenza del contesto artistico dell’opera può aprire emozioni nuove e il saper utilizzare gli strumenti che ci permettono di leggere razionalmente l’opera sono porte che si aprono. Altrimenti il passaggio della conoscenza da un individuo a un altro non avrebbe senso e non sarebbe un patrimonio.

Però la libertà di lettura viene comunque condizionata. Arrivare all’ideale passaggio successivo di liberarsi degli insegnamenti dopo averli interiorizzati, per dare un giudizio personale ma non privo di competenze, è un processo complesso e lungo.

Nel gruppo che conduco presento romanzi nuovi a ogni incontro, ma sono io a sceglierli, sebbene mi impegni ad andare a scovare quelli belli che arrivano alle ragazze e i ragazzi con meno facilità e sebbene accolga anche quelli che portano in bibliografia i giovani lettori. Il gruppo d’altronde è nato per questo, per portare alle ragazze e ai ragazzi autrici e autori di levatura internazionale che il giovane lettore italiano difficilmente incontra. La lettura non è patrocinata, a scuola in maggior parte arrivano libri di divulgazione culturale e pochi romanzi veri e propri slegati dal programma di studio; non tutti i bibliotecari del territorio e i librai sono formati in questioni di letteratura giovanile. Mi ricordo che le ragazze e i ragazzi, quattro anni fa, arrivarono a costituire LR non avendo mai sentito nominare M.A. Murail o Aidan Chambers (e poi li hanno conosciuti e amati).

Anche se la situazione è in evoluzione, per fortuna, bisogna dirlo.

Io per esempio non apprezzo i romanzi di Alessandro D’Avenia e li ho sempre tenuti fuori dal nostro scaffale, ma (e di questo sono molto orgogliosa) due lettrici hanno voluto inserirli e non sono riuscita a far loro cambiare opinione. Istigare alla ribellione letteraria è sicuramente uno degli scopi non dichiarati del gruppo che coordino, ma di certo mi fa sorridere che la ribellione istighi al conformismo invece che il contrario. La libertà porta anche questo peso.

Dunque, ogni gruppo di lettura ha la propria impronta.

Per esempio, quando nella mia biblioteca di riferimento mi chiesero come avrei organizzato un gdl per adulti, io ho scartato la scelta del conduttore, educato lettore, che suggerisce un romanzo e poi avvia il confronto. Credo che il gdl tra adulti appartenga ai lettori che democraticamente alternano le loro scelte in totale libertà. Nel salotto di lettura ognuno porta la propria proposta e la motiva, questo allarga gli orizzonti di ogni partecipante e modula gli interessi di quel gruppo preciso di persone. Che siano a livello dei classici russi o de polizieschi italiani non ha nessuna importanza, ogni gruppo ha la propria personalità, si cresce insieme comunque.

Quindi, tornando agli adolescenti, il coordinatore dà la propria impronta al gruppo.

Come detto, lo scopo per cui volevo formare Leggere Ribelle principalmente era ed è: promuovere autori contemporanei di qualità, spesso famosi altrove e sconosciuti in Italia. D’altronde quando i ragazzi arrivano e si presentano al gruppo, i libri che presentano come loro romanzi preferiti dimostrano quanto spesso manchi nel loro panorama letterario la grande narrativa giovanile nazionale e internazionale contemporanea. Noi di LR ci siamo per questo!

A quattro anni e più dall’inizio, grazie agli incontri con festival e altri gruppi, il movimento LR ha ampliato enormemente la propria bibliografia di riferimento. Il mio apporto è sempre meno importante e le proposte dei lettori sono sempre più ricche, interessanti, contemporanee. I più esperti raccontano ai più giovani, i suggerimenti passano, lo scambio è attivo.

Il mio sogno sarebbe un gruppo di lettori adolescenti che si alimenta da solo.

Il tipo di conduzione di un gdl ha, quindi e nonostante tutto, il proprio peso a sfavore della libertà di lettura.

Vero è, d’altronde, che leggiamo con la nostra testa e noi siamo il prodotto della società in cui viviamo, ne subiamo indiscutibilmente i condizionamenti, anche quelli letterari.

Sono lettrice, ma resto narratrice e dietro ogni mio romanzo c’è un percorso di consapevolezza oltre che di creatività.

In Ladra di jeans ho lavorato sul contrario. Cioè pur volendo trattare, raccontare, interrogarmi sul ruolo dei nostri corpi nei rapporti con gli altri, ho voluto consapevolmente percorrere una strada che rompesse ogni consuetudine. L’ho fatto con precisione. Lo so bene perché alla fine della prima stesura nacque una lunga discussione con uno dei miei figli che l’aveva letta. Quello che era sfuggito a me, non lo era a lui e dibattemmo a lungo sul pericolo per questo libro di refusi di logica materiale. Nonostante questo, nonostante io sia stata attenta a non scrivere nulla che inducesse il lettore a credere amiche coloro che non lo erano, a volte sono state lette come tali.

Come mai? Mi sono domandata.

Non potrebbe essere perché fatichiamo a essere lettori liberi?

Leggiamo già sapendo come andrà a finire perché il terreno che la letteratura solitamente ci fornisce è fatto di elementi indiscutibili. Che il diverso verrà accettato deve essere un dato di fatto. Ma io ho giocato sul contrario. Ho provato a scucire la trama di una storia “convenzionale” per vedere cosa poteva accadere se conducevo il lettore per altre vie, se raccontavo di personaggi convinti del contrario. Perché non c’è sempre un lieto fine.

Non so se ci sono riuscita. Ovvio, nessun autore può essere sicuro delle intenzioni della propria opera, a meno che questo non sia un prodotto smaccatamente commerciale.

Comunque vada o andrà, ho ricavato due grandi lezioni per me stessa.

Non devo smettere di provare a scardinare con delicatezza le certezze del lettore in modo che, sia lui che io, possiamo farcene di nostre. Ricordo un romanzo famoso che finiva con la disfatta della protagonista, una ragazza stuprata dal branco e convinta di essersela cercata. Mi arrabbiai per quel finale, ma capii che era una leva fortissima per incitare al contrario.

Vorrei continuare a cercare buoni romanzi di bravi autori contemporanei da mettere nella bibliografia di Leggere Ribelle, che raccontino narrazioni alternative a quelle più ricorrenti, socialmente accettate o comuni. Romanzi che raccontino l’altro e altro, anche in altro modo. E non sto parlando di argomenti forti o dissacranti a ogni costo. La violenza fine a se stessa è sempre bandita per quel che mi riguarda. L’ironia è un’arma potentissima e così la delicatezza che accompagna. Ma lì ogni narratore, ogni buon narratore, è diverso, abile e affascinante a suo modo.

L’originalità in un romanzo è anche questo ed è utile per disabituarci a immaginare quello che succederà senza leggerlo veramente.

Uno dei grandi valori della lettura che dobbiamo provare a passare ai ragazzi (e non solo a loro), è la ricerca inarrestabile del pensiero libero per saper uscire dalle maglie della consuetudine. Per quanto è possibile. L’accettazione profonda e naturale della diversità (reale o immaginaria) passa attraverso il pensiero autonomo, se la letteratura “per ragazzi e adolescenti” non lavora per emanciparsi dalla zona confort delle nostre vite, forse (meglio: senza forse), non è letteratura. E solo un buon romanzo è capace di far nascere nuovi e indispensabili giovani lettori.

Pubblicato in: Colpi di coda

Un libro dedicato a un cane…

Io e te, te e io.

Sei un cane da lavoro, fai il cane di famiglia.

Ti adatti a ogni cambiamento e mi saluti sempre al mattino saltando sul letto pieno di allegria. Non conosci il domani e vivi il presente sempre con la stessa gioia.

Non sei un cane facile. Ti ho dedicato Huck perché so che saresti potuto essere così e forse già lo sei e per questo non sei facile.

Sono solo cani, vero, ma posso educarci ad ascoltare, ci insegnano a decifrare quello che nessuno ci dice, sono una palestra per vivere con senso.

Gli animali ci rendono più umani.

A Bryce ho dedicato I segreti di Huck, Mimebù Edizioni, un romanzo che nasce con lui, ma che fatica a essere letto, a essere visto. Forse è colpa dell’autrice, non certo del cane.

Te e io, io e te.

Camminiamo insieme.

I segreti di Huck

I segreti di Huck – Come nascono le storie

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Colpi di coda, Donne in corriera e madri da tartufo, Fiutando Libri!

corpi

Volevo scrivere di corpi femminili. Era tanto che volevo farlo. L’ho fatto con Ladra di jeans, ma è stato solo l’inizio.

In realtà i corpi mi facevano paura, come a tanti di noi. L’immaginario collettivo ha idee molto chiare al riguardo. Chiare sono le sue immagini.

Per guardare davvero i corpi dobbiamo andare altrove, dove l’immaginario non è riuscito a creare il diverso. Come dice Padma, come capisce Gemma. Un non luogo da cercare, da trovare, dove anche il “vecchio e brutto” assume bellezza e possiamo guardare con occhi nuovi quello che non ci spaventa più.

Se la seduzione non è la sola voce di un corpo, allora i solchi, le pieghe, le spalle curve, la pelle vuota diventano come la corteccia di un albero.

Lavare un corpo vecchio è come lavare un bambino, è una maternità tardiva che sorprende; che trasforma gesti filiali in materni e insegna a leggere al contrario. Nel corpo vecchio vedi l’oltre e la seduzione femminile diventa la veste leggera, un nulla nella totalità.

La vera bellezza, di colpo capisci, sta nel tempo consumato e mai in uno stato intermedio.

Così tutto cambia se trovi e ti fermi in quel non luogo dove non c’è il diverso.

Ladra di Jeans, maggio 2021, Sinnos Editore, collana ZonaFranca +12

Leggi anche Ladra di jeans, come nascono le mie storie

Pubblicato in: Come nascono le mie storie

Io non lo odio… come nascono le storie!

Ringraziamenti in chiusura del libro IO NON LO ODIO di Giuliana Facchini, edito da Matilda Edizioni.

Ecco come nascono le storie: camminando. Succede che scrivi il plot per un romanzo e diventa un racconto che poi torna a essere un romanzo. E nel mezzo? Nel mezzo un cammino. Tu che cresci. Tu che cadi come chiunque percorra chilometri di vita. Tu che ti rialzi come chiunque percorra chilometri di vita. Tu che scrivi. E capisci che percorrere chilometri di vita è un privilegio.

I libri raccontano una storia ma hanno anche una loro storia.

Quando Donatella Caione mi chiese di scrivere la versione lunga del mio racconto Perché odi Davide?, le risposi di no. Pensavo che quella storia avesse già detto quello che aveva da dire.

Ma leggendo un vecchio libro che intrecciava passato e presente ho capito che non era così. Usare uno schema narrativo non lineare e adoperarlo perché fosse funzionale alla storia non era facile ma per me era una piccola idea rivoluzionaria. Ha molto da raccontare una ragazza che è riuscita a uscire da una qualsiasi forma di violenza e io potevo darle voce.

Così otto romanzi dopo Perché odi Davide? è nato Io non lo odio.

Durante un incontro in una scuola dove accompagnavo Chiamarlo amore non si può, una lettrice mi di chiese perché nel racconto tutti avessero un nome ma non la protagonista. Rispose lei. Non io. Disse che forse non aveva nome perché solo chi non ce la fa e finisce sui giornali ha un nome, nessuno conosce tutte coloro che ce l’hanno fatta e a testa alta sono diventate ragazze e donne consapevoli di sé.

Aveva ragione. Quindi alla protagonista ho dato un nome, Clare, e una vita serena. La sua non è una famiglia del mulino bianco, ma lei conosce il potere dell’amicizia, della fratellanza, della musica e vive bene il suo domani.

Nel raccontarci quello che le è successo, fa uno sforzo. Ha bisogno della sua chitarra per farlo. Ma sa raccontare, gestire il suo passato e impugnarlo coraggiosa per affermare non senza sofferenza: Io auguro a qualunque ragazza che come me si sia trovata a precipitare nel vuoto, una chitarra cui afferrarsi per potersi salvare. Anzi: a lei la offro. Io. Adesso.

Non è questo che ci auguriamo per un’amica, una figlia, una nipote o per noi stesse e per tutte?

Noi che scriviamo per ragazzi e ragazze (non è vero che scriviamo per ragazzi e ragazze, è solo un’etichetta per collocarci in libreria, noi tutti scriviamo solo pensando a un lettore ideale) ci troviamo spesso nelle scuole a “ricordare/celebrare” questo o quello e a volte rischiamo di diventare solo il modo per saltare un’ora di lezione.

Quando? Quando gli adulti fanno cadere a pioggia dall’alto i loro insegnamenti. Quando non si fa in modo che la parola l’abbiano loro: gli studenti.

Perché? Perché ci mettiamo la coscienza a posto che l’opportunità l’abbiamo data. A volte non è previsto il diritto alla replica. Non ce lo aspettiamo proprio un pensiero critico dai ragazzi.

Bisogna sporcarsi le mani se crediamo nei nostri interlocutori.

Un romanziere questo lo capisce bene perché crede nelle storie e le storie non insegnano ma lasciano emozioni sotto la pelle dei lettori.

Io lascio la parola a Clare.
Io non lo odio è dei lettori.
Contano i romanzi, non gli autori. Il romanzo è la loro voce, non c’è altro da aggiungere.
Racconto un periodo difficile della vita di alcuni ragazzi e ragazze ma questo è un romanzo solidale.
Spero che lo leggerete, forse ci troverete almeno una piccola parte di voi come è accaduto a me.

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Narrazioni necessarie e il mestiere dello scrittore

Sabato scorso ero alla premiazione del Premio Salgari nella bellissima villa Rizzardi di Negrar a Verona. Durante gli ultimi mesi i tre finalisti hanno realizzato parecchi incontri con i lettori, gli studenti nelle scuole e i detenuti del carcere circondariale. È stata letta una lettera che un detenuto ha scritto a uno degli autori, il suo vincitore del Premio. Mi sono commossa, perfino l’autore chiamato in causa, Matteo Strukul, non trovava le parole per replicare, e non è persona cui mancano le parole. Mio figlio, che ha accompagnato gli scrittori nel carcere, mi ha raccontato che le discussioni sono state sempre molto interessate e ricche di contenuti. A parte il riferimento alla lettura come evasione, il carico emotivo della lettera era importante. Mi ha fatto riflettere quell’uomo e in generale l’incontro con l’autore tra le mura di un carcere.

Io credo nella forza del libri ben scritti, meno alle performance degli autori che li accompagnano.  A differenza di quello con i detenuti e nelle scuole, agli incontri con lo scrittore spesso partecipano poche persone, non tutte così interessate, se non quando sono coinvolti autori famosissimi.

Quando si diventa scrittori? mi viene da chiedermi. Aidan Chambers nelle Confessioni del giovane Tidman fa dire al protagonista (ma potrebbe essere lui a dirlo) che fino a quando non pubblichi un libro non sei uno scrittore. Vero. Come un attore ha bisogno di un pubblico per recitare, così lo scrittore ha bisogno dei lettori. Oggi si ha tutto e subito e pubblicare è semplice. Auto-pubblicazioni e piccole case editrici a pagamento imperversano ma non garantiscono lettori. Quindi direi che per diventare scrittore, checché se ne dica, bisogna anche essere testardi e tenaci e arrivare a essere selezionati da una casa editrice molto seria che abbia una buona distribuzione e creda nell’autore tanto da investire in lui fatica e denaro propri.

C’è una responsabilità nell’essere scrittori e nell’essere editori. Scrivere romanzi non è un hobby o un lavoro inutile. Le storie possono avere un grande potere, hanno un loro ruolo quando il lettore non è finto o pseudo-colto, ma ha davvero bisogno di una narrazione.  Quella lettera rendeva evidente quanto è potente un buon romanzo e come la parola scritta entri affilata nella vita di una persona bisognosa. Ma tutti possiamo aver bisogno di una storia. E forse inizialmente abbiamo più bisogno di buone storie semplici e avventurose, avventure reali o dell’anima, perché spesso leggiamo solo in situazioni di emergenza. Lì riscopriamo il valore di un libro. E non credo che unicamente le mura di un carcere circondariale creino situazioni d’emergenza e di bisogno.

Essere scrittore o scrittrice vuol dire fare un mestiere che ha un valore. Non è cosa così scontata da non doverla  ripetere. Come non lo è ribadire che lo stesso discorso vale per chiunque faccia un mestiere creativo.

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Fiutando libri e facendo un tuffo… tra i miei autori del cuore

Passare dalla Murail a Ness è stato uno shock. Un tuffo in un lago con l’acqua gelata. Due autori tanto diversi ma entrambi grandi.

Eppure, una cara amica libraia mi ha detto di un libro di Ness che le pareva costruito. Non ero d’accordo ma quella parola ha continuato ha ronzarmi in testa. Quel libro era forse costruito a meraviglia, Mentre noi restiamo qui un po’ meno. Ho grande stima di Ness, ma questo libro mi ha dato ha qualcosa meno degli altri. (A parte la nota finale dell’autore che trovo strepitosa).

Sarà che sono fissata con la questione età e che una collega scrittrice mi dice sempre: per quanto potremo continuare a scrivere per ragazzi o peggio per giovani adulti? Domandona piena di significati che divampano in mille direzioni diverse. Sarà che trovare la propria e la giusta dimensione di scrittrice è una solo una ricerca continua.

Comunque, ho la sensazione di poter contestualizzare questo libro e a me non piace farlo. È scritto per ragazzi? Un buon romanzo non ha età di lettura.

Mi sono asciugata e ho bevuto un tè caldo dopo quel tuffo in acqua gelata. Non mi sono scaldata del tutto, ma a Patrick vorrò per sempre bene. Chaos, rimane Chaos. Sette minuti dopo la mezzanotte, resta Sette minuti dopo la mezzanotte

Se con Ness ho fatto un tuffo in un lago dall’acqua gelata, con Confessioni del giovane Tidman sono affondata in una comodissima poltrona imbottita calda  e accogliente. Aidan Chambers ormai non si discute, si legge. La narrazione, sapientemente articolata, sembra uscire dalla bocca dell’autore. I suoi interventi verbali sono sempre precisi e ben calibrati. Questo libro non lascia nulla al caso e io come sempre ho ascoltato volentieri narrare la storia di Tidman. Ciò che mi ha colpito è il senso di autenticità che  pervade il romanzo. Una quasi biografia, forse, che rivela l’onestà profonda dello scrittore nei confronti del lettore.

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Fiutando libri e addentando un Croque monsieur!

Stamattina per colazione avrei voluto un delizioso Croque monsieur, ma mi sono dovuta accontentare di pane, burro e marmellata. Pazienza!

Christophe Léon mi tiene sul filo del rasoio e colpisce duro, Marie-Aude Murail mi strappa un sorriso pensieroso, di quelli che friccicano (come diremmo a Roma) sulle labbra e poi esplodono con un tuono nel cuore e nella testa.

“Tutti muoiono a questo mondo. Non vale neanche la pena di nascere. Su questa riflessione incoraggiante, Violaine spalancò gli occhi. Ecco, era mattina, lei era incinta per tutto il resto della giornata.” da La figlia del dottor Baudolin di M.A.Murail.

Letti e amati tutto d’un fiato: Champion (Camelozampa Ed.) e Spazio aperto(Sinnos Ed.) di C.Léon e La figlia del dottor Baudolin di M.A.Murail.

E mi viene spontanea una riflessione: perché quando la fantasia e le emozioni dei narratori possono essere infiniti, le pubblicazioni si copiano, rincorrono e si sfidano spesso sugli stessi format o temi? D’accordo il mercato è il mercato e ha le sue leggi che io non capisco, ma poi, a ben guardare, la buona letteratura da leggere c’è.

Le mie letture continuano, a presto!

P.S. Niente recensioni, ma solo i miei libri del cuore sul blog di Brik, è bene ricordarlo!

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Fiutando libri e raccontando: Invisibile

“Nina aveva fatto tante volte quel sogno, ma ogni volta le salivano le lacrime agli occhi, specialmente quella notte che era sola perché Elias non era tornato. Era invisibile.”

(da Invisibile, San Paolo ragazzi, 2012)

Scrivere per ragazzi non significa educarli, per carità io non me la cavo per nulla bene come educatrice. E come scrittrice come me la cavo? Non lo so!

Scrivere per ragazzi vuol dire semplicemente scrivere. E non è detto che le storie non abbiano a che fare con la realtà. Oggi sentivo un servizio sul caporalato e il lavoro dei clandestini nelle coltivazioni di pomodori: gli invisibili, quelle persone che sono senza documenti e non esistono.

Nel 2012  è uscito il mio Invisibile per San Paolo Ragazzi e i libri non scadono. O almeno i bei libri non scadono. (E spero che questo lo sia…).  Come in tutte le storie parto sempre da me, da un pozzo, un polo, un punto dentro di me dove la creatività si nutre di quello che mi affascina o sconvolge della realtà. Le mie storie sono reali. Non posso e non voglio parlare di tutto, ma Invisibile utilizzava quando emerso proprio da un’inchiesta giornalistica sul caporalato per  raccontare Elias  (un uomo scappato dal suo paese per motivi politici) e il suo lavoro clandestino nei campi. Lui viene arrestato e la sua bambina di cinque anni, Nina, anche lei fuggita dalla guerra (non una guerra in particolare) resta da sola in una grotta in un bosco. (“Quella Grass da dove viene Nina potrebbe essere ovunque e le guerre più o meno conosciute sono tante. È un nome che non dice nulla… o forse tutto, fate voi.”). Nina se la cava.

I miei figli a cinque anni non sapevano allacciare le stringhe delle scarpe, ma alcuni bambini a cinque anni sopravvivono da soli per le strade o come in questo caso in una grotta nel bosco. Eppure questa non è una storia triste o pedante, ma solo una vera avventura sui sentieri di montagna con protagonisti Silvia e Fabio e una banda di altri ragazzi molto bulli. C’è anche un cane, Pirata, un border collie (..ma va? Ebbene sì!).

Un romanzo a cui sono particolarmente affezionata. Vincitore del Premio Arpino, formato da una giuria di ragazzi.

Strave è un paese di montagna con i propri riti e abitudini, e come ogni anno in estate al paese tornano i fedelissimi turisti sicuri di trovare il paesaggio incantato che solo boschi e campi sanno regalare. Il bar di Rocco è il punto di incontro dei ragazzi dove nascono dispute e amori, ma anche il luogo dove Silvia, Bruno e Fabio cercano di svelare la trama del mistero che si presenta ai loro occhi: chi è la bambina abbandonata nella grotta? Che significato hanno gli indizi rinvenuti accanto a lei? Nina ha cinque anni e sta spettando il suo papà, Elias la cui vita da fuggiasco è segnata da sofferenze e fatica. Lui fa parte del popolo degli invisibili e in quanto tale è come se non esistesse, privo di diritti e giustizia. Silvia, Bruno e Fabio, guidati dal fedele Pirata, sapranno svelare il mistero che circonda Nina, e anche lo strafottente Mich dovrà aprire gli occhi e lasciare il suo atteggiamento da bullo per collaborare a risolvere una situazione più grande di lui. Giuliana Facchini scrive Invisibile per le edizioni San Paolo, accompagnando il giovane lettore per i sentieri di un bosco amico che nasconde anche realtà crudeli; il racconto porta alla ribalta una tematica forte come lo sfruttamento dei clandestini. L’importanza dell’amicizia, il rapporto speciale fra il cane Pirata e la sua padrona Silvia, il sentimento di empatia che gli abitanti di Strave hanno con la loro montagna, sono le basi sulle quali si costruisce la storia. Come faranno i ragazzi a scoprire cosa lega Nina, Elias ed Eva al vecchio Adelmo? Fidiamoci del fiuto di Pirata e armati di scarponi da montagna iniziamo l’avventuroso sentiero della lettura! (Recensione tratta da Zazie news: L’almanacco dei libri per ragazzi. A cura di Chiara Serra.)

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Due ciotole di emozioni forti: niente paura è solo letteratura!

Non so come mi possa essere sfuggito; l’ho avuto in fiera a Bologna, ma l’ho letto solo ora e mi è piaciuto. Un libro particolare, forte, originale. Inquietante ed efficace parlare così d’identità.

Accidenti che onore essere in una collana come la Feltrinelli UP con il mio “Se la tua colpa è di essere bella”! Me ne sento addosso tutta la responsabilità. (Sì, un’altra!).

Interessante leggere che i costi della traduzione sono stati sostenuti dal Swedish Arts Council, un’agenzia governativa svedese che si occupa di promuovere la cultura e gli autori svedesi. (Cose da alieni… o forse gli alieni siamo noi?). Mi ha incuriosito il fatto che i protagonisti non adoperino i telefoni cellulari, anzi si menziona il telefono fisso. Il libro è del 2015, potrebbe essere stato scritto prima, oppure in Svezia i ragazzi non usano abitualmente i cellulari, oppure per scrivere una buona storia si può prescindere dai particolari realistici e concentrare l’attenzione del lettore su dinamiche di relazione diverse.

La stessa cosa mi è capitata con Campi di fragole di Jordi Sierra i Fabra, un autore spagnolo conosciuto quest’anno grazie a Mare di Libri. Libro uscito nel 2005 che mi è piaciuto molto, attualissimo, dove la mancanza di “attualizzazione” legata alla vita social degli adolescenti non toglie nulla al romanzo. Dimostrazione ovvia che un buon libro non ha data di scadenza. Immagino di essere banale, ma questo dettaglio come scrittrice mi interessa moltissimo. Come trovo terribilmente affascinante il Swedish Arts Council. È affascinante il fatto di poter scrive un romanzo sapendo di avere alle spalle un’agenzia amministrativa che, se il mio è un buon libro, lo propone con orgoglio fuori dei confini del mio Paese.

Non l’ho mai fatto prima, quest’anno ho scritto una storia partendo da un mio racconto e l’ho fatto su richiesta dell’editrice che aveva pubblicato il racconto. Uscirà a novembre o a dicembre. Ci ho pensato molto poi ho trovato la chiave di scrittura giusta per narrare quella storia. Ecco, la tranquillità di scrivere sapendo che il tuo romanzo (salvo imprevisti, ovvio) verrà comunque pubblicato rilascia una libertà e una serenità pazzesche. È appagante avere la totale fiducia di un editore.

In generale non amo questa modalità, però. Mi piace adrenalina del tuffo nel vuoto che è un nuovo romanzo per un narratore. La considero funzionale ed essenziale per la creatività dell’autore.

Quindi accetto la sofferenza (!) come parte del mio mestiere… però una passeggiata nel bosco, ogni tanto, invece di scalare sempre montagne, non è male!

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Tutto è già stato scritto, eppure tutto è ancora da scrivere – recensione di Livia Rocchi

Volto l’ultima pagina e penso “Sigh” perché “Se la tua colpa è di essere bella” di Giuliana Facchini mi ha portato indietro: per qualche ora l’ho letto e sono tornata al liceo. I rappresentanti di classe, le prime ore saltate, le verifiche che sembravano chissà che spauracchio, i voti che sembravano chissà che conquista, le poesie lasciate o ritrovate nel diario, i confini tra amicizia e amore ancora tutti da imparare, il confine tra giusto e sbagliato così ingannevolmente facile da tracciare, la complicità e le baruffe a momenti alterni… c’è proprio tanto di me (va be’, della me di xxnt’ anni fa 😲 ) in questo romanzo, e c’è anche tanto di una bravissima scrittrice che ho l’onore e la fortuna di chiamare amica. Quindi non sarò obiettiva, ma ve lo consiglio: se siete giovanissimi farete la conoscenza di un gruppo di vostri coetanei davvero speciali. Se siete giovanissimi di xxnt’ anni fa potreste rivedervi in quei ragazzi e ragazze speciali e magari vi verrà anche voglia di scoprire dove sono andati a finire e di ritirarli fuori, chissà.

Qui finisce la parte emotiva della recensione. Quella tecnica non ho voglia di farla perché sarei tecnicamente in vacanza 😜 ma una cosa la voglio dire. Poco tempo fa ho letto “Te la sei cercata” di Louise O’Neil, romanzo del momento che ha il tema principale in comune con il romanzo di Giuliana: violenza sulle donne e sue conseguenze nella cosiddetta era di internet. Pur prendendo spunto dallo stesso tema principale sono due storie molto diverse; una delicata, scritta in punta di piedi ma piena di fiducia nel futuro; l’altra cruda, scritta affondando il coltello e con un finale che lascia l’amaro in bocca ma, purtroppo, onesto da far male. Qual è il migliore? Non lo so e forse non importa. Quel che (mi) importa è notare come lo stesso tema possa dare origine a storie opposte ma ugualmente vere e a chissà quante sfumature nel mezzo. Tutto è già stato scritto, eppure tutto è ancora da scrivere. E per fortuna ci sono, anche qui in Italia, tanti autori che scrivono davvero bene.

Livia Rocchi

Editor e autrice di libri per ragazzi dal 2005, ha lavorato a molti progetti tra cui la serie Geostilton per De Agostini/Piemme, la serie di romanzi per preadolescenti “The Talent Angels” per Camelozampa editore. Ha collaborato a opere di saggistica tra cui “La metafisica di Harry Potter”, “Potterologia – Dieci assaggi +1 dell’universo di J.K. Rowling”, “Hobbitologia”. Dal 2012 si occupa di promozione della lettura tra i più giovani anche attraverso workshop di scrittura creativa a loro dedicati.

 

Questo blog è un mio diario, anche se in realtà è intitolato al mio cane Brik. È un album dove mi piace raccogliere foto, appunti, ricordi e bei momenti della mia vita professionale e non.

Che dire a Livia dopo aver letto la sua recensione del mio Se la tua colpa è di essere bella?

Che le voglio bene lo sa, che mi vuole bene lo so. Dico che è tanto bello camminare insieme in questo mondo della scrittura “per ragazzi” dove tra la maggior parte di noi non esiste competizione, ma amicizia. Che non vuol dire risparmiarci critiche, ma farcene di costruttive, che aiutano, che ti cambiano, che ti fanno crescere come persona e poi, forse, anche come scrittrice.

Grazie!

 

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Seguendo il filo di un pensiero

Seguendo il filo di un pensiero o di una perdita mentale di tempo, chissà: letto “Graffiti moon” di Cath Crowley giorni fa con piacere (…ascolterò l’autrice a MdL per “Io e te come un romanzo”). Uno dei protagonisti scrive poesie (così anche nel mio Se la tua colpa è di essere bella), l’altro lascia la scuola perché è in difficoltà ma si esprime con l’arte dei graffiti. (“Muoio dalla voglia di conoscerti” di A.Chambers – il protagonista ha le stesse difficoltà nello scrivere e si dedicherà all’arte). In generale si parla anche di aspettative genitoriali e di ragazzi che vogliono vivere della loro arte (così nel mio Un’estate da cani il protagonista scappa di casa per vivere della sua musica per strada). Sono tutti maschi, tutti ragazzi questi artisti e poeti. Sono i ragazzi a sognare questo di cui scriviamo? Oppure siamo noi scrittori a volerli invitare a non vivere di solo pane, ma anche d’arte? Eppure si arranca se si vuole fare del proprio lavoro creativo un vero lavoro (insomma pagarci le bollette). Senza buone poesie e storie e illustrazioni e buoni film e musica sparata nelle orecchie come potremmo vivere? Nessuno potrebbe farlo (chi lo fa non vive bene sicuro), eppure pochi sono disposti a pagarla la creatività per farsi di musica, storie, film, immagini dipinte, stampate e o graffitate. Roba buona che ci aiuta a rileggere noi stessi e il mondo. Perché questo libro, che non è un capolavoro, mi è piaciuto più di altri? Perché sono esterofila? (Come dice una mia amica). Perché è comunque una buona storia filtrata tra tante e ben tradotta? (Come dice il figlio). Perché è solo un romanzo YA che ci permette di sognare che si può di vivere d’Arte?

Non sono un’intellettuale, non mi rispondo, non mollo solo per vizio. Finirà come finirà.

Muro di Berlino – graffiti

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Dalla vostra spacciatrice di bei libri

Oggi #GiornataMondialeDelLibro
Detesto chi blatera il valore dei libri ma non ne legge nemmeno uno. Di solito sono adulti, i ragazzi leggono oppure no: non mi piace leggere, non ne riconosco il valore e faccio altro. Punto. Mi sembra molto più onesto. Capita che gli adulti di prima dicano ai ragazzi di leggere e magari si rammarichino perché non lo fanno.

Invece di invitare a leggere senza leggere: leggete.

Leggere non è facile, soprattutto all’inizio (non parlo di scuola elementare) e soprattutto ci voglio i libri giusti.

Allora, OGGI (tanto per cominciare), andate da qualcuno che vi conosce e che è un buon lettore e fatevi consigliare un libro. Provate anche con i librai e i bibliotecari, ce ne sono di bravi e se vi spiegate bene riuscite a trovare il libro giusto per voi. Che poi saranno i libri giusti per voi.

Insomma trovate un CONSIGLIERE DI LIBRI (uno dei miei mestieri preferiti) e cominciate. Se davvero credete “sulla parola” al valore dei libri, diventate militanti della lettura. Sarà un piacere per voi e se ci sono ragazzi che non leggono intorno a voi: tacete e leggete!

Parafrasando una famosa frase di Rousseau: “La lettura non può sussistere senza libertà, né la libertà senza i libri, né i libri senza lettori. Ora, formare i lettori non è affare di un giorno; e per avere dei lettori adulti bisogna istruirli da bambini.”

I miei ultimi due libri del cuore:

“La Biblioteca delle lettere è una sezione della libreria in cui i libri non sono in vendita. I clienti possono leggerli ma non portarli a casa. Il concetto è che possono sottolineare le parole o le frasi che amano. Possono scrivere parole a margine. Possono lasciare lettere per le persone che li hanno letti e che sono passate da lì prima di loro.” da Io e te come un romanzo, di Cath Crowley.

Una ragazza del gruppo lettura Leggere Ribelle (Sara 19 anni) lo ha presentato definendolo un libro che racconta come i giovani non debbano mai stare in silenzio davanti alle ingiustizie, di qualsiasi tipo esse siano.

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Una ciotola di emozioni forti… è solo Letteratura!

La potenza narrativa di un buon romanzo, a mio parere, non può essere rinchiusa in nessun clichè, affonda la sua radice creativa nell’autore stesso e si rivolge a chiunque sappia o voglia ascoltare una storia.

Aggiungo tre romanzi ai miei libri del cuore….

The stone – di Guido Sgardoli! Bellissimo, non si discute! Per carità, ambientazione e storia sono nelle mie corde ma nella narrativa ragazzi italiana un libro così, è inconsueto. Rompe gli schemi e appassiona senza limiti o timori bigotti. Questa è la strada giusta per dare valore alla nostra narrativa contemporanea. Bravi quelli di Piemme! …E in più: è lungo, che sembra che gli scrittori per ragazzi italiani fatichino a scrivere a differenza dei colleghi inglesi o americani che accumulano pagine su pagine.

Gli scrittori per ragazzi italiani sono bravi, a volte più bravi dei loro colleghi considerati di serie A per adulti!

Dello stesso autore ho apprezzato The frozen boy per vari motivi, non ultimo quello di saper vedere oltre la convinzione che i libri per ragazzi prevedano protagonisti ragazzi e imprigionino in un mondo a dimensione di ragazzo la forza narrativa di una storia.

 

 

L’isola delle balene – di M. Morpurgo (Ed. Il Castoro) è un’altra avventura fatta di mare e di vento. Una storia magica e affascinate che mescola le antiche leggende con un pizzico di spirito ecologista contemporaneo.

Infine Da quando ho incontrato Jessica – di Andrew Norriss (Ed. Il Castoro) per affrontare un tema molto forte con una dimensione alternativa, con il coraggio della narrazione originale e di stampo visivo e coinvolgente. 

 

 

 

 

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Contro l’inutilità delle storie

Ancora oggi una storia come quella dei Tre moschettieri conquista lettori e spettatori. La nuova serie tv e le recenti traduzioni del libro lo confermano. Mia madre ottantatreenne ricorda che da piccola la nonna le raccontava il romanzo di Dumas immedesimandosi e arrabbiandosi con quella maledetta di  Milady! Ai primi del secolo scorso gli spettatori si spaventavano nelle prime proiezioni del cinematografo e negli anni ’40 le radio erano a galena. Oggi I tre moschettieri è un libro che si trova ancora in libreria, spesso definito per ragazzi. Questo e altri classici rimangono i veri best seller, oggi che l’apparecchio radio non esiste quasi più e alla playstation si gioca in definizione 4K.

Giorni fa mi trovavo a cena con quattro adolescenti e una bambina. Due figli e tre nipoti. Unici adulti io e un’altra zia. Sono intervenuta nella conversazione un paio di volte e poi ho cominciato a fare quello che faccio di solito e cioè ascoltarli. È un mondo che mi affascina il loro, li seguo dai tempi ormai superati di facebook, li osservo e mi meraviglio e diverto. Sono brillanti e cambiano con una velocità impressionante. Io scrivo e il mio lettore ideale è un adolescente. Per il mio lettore ideale ho un grandissimo rispetto. Una volta ho sentito dire dai ragazzi: Basta fotografarci narrativamente nei libri! I vostri personaggi non saranno mai davvero come noi. Già, una grande verità e un colpo da ammortizzare per chi come me vorrebbe scrivere di e per loro. Dialogare con loro attraverso le storie. Non insegnare ma dialogare ed emozionarli.

Tra i responsabili dei fatto che i ragazzi leggono poco ci siamo noi scrittori e le nostre storie, ne sono convinta. Alcuni di noi sono ancora persuasi che i libri servano ad educarli e che i ragazzi non meritino la lettura dei romanzi in quanto tali. A volte è un educare subdolo, travestito, non facile da riconoscere per gli adulti, ma che i ragazzi fiutano subito. Non ce lo dicono lasciandoci l’illusione di aver scritto un bel libro, ma loro sanno. I ragazzi non si sprecano a parlare con gli adulti che non vogliono ascoltare, consapevoli che sia fatica inutile. E loro non faticano senza motivo.

Tra i ringraziamenti dei libro “Da quando ho incontrato Jessica” l’autore Andrew Norriss  scrive: “Al mondo ci sono due tipi di scrittori: quelli che si siedono e iniziano a scrivere senza avere in mente un’idea precisa di dove possa portare la loro storia e quelli a cui piace pianificare tutto prima d’iniziare. (…) Io faccio parte dei pianificatori ma nutro una segreta ammirazione per quelli che riescono a buttarsi in una storia, scrivere migliaia e migliaia di parole confidando solo nel fatto che il loro intuito artistico riuscirà a tenere le fila del discorso e a produrre un risultato finale soddisfacente. È una tecnica, lo so, in grado di tirare fuori il meglio o il peggio della scrittura, ma io l’ho provato soltanto una volta in vita mia – e questo libro ne è il risultato.” E che libro, aggiungo io. Mi ritrovo tra i primi, i non pianificatori, e mi ritrovo perfettamente nelle parole di Norriss. Questo libro non cerca personaggi adolescenti da fotografare, anche perché gli adolescenti cambiano e si adattano così velocemente ai cambiamenti che ogni fotografia narrativa sarebbe già vecchia all’uscita del libro che la contiene. No, questo libro parla di problemi attualissimi con un linguaggio contemporaneo. È un romanzo. L’empatia c’è con il lettore non perché lo scrittore cerchi di immedesimarsi nei protagonisti adolescenti, ma perché guarda quello che guardano loro. I protagonisti e lo scrittore osservano lo stesso problema sociale, lo affrontano insieme, come persone distinte che possono anche arrivare a conclusioni diverse. Non risposte, ma domande. Non soluzioni statiche, ma fluidità. Non cercare di addomesticare/educare il lettore lo considero una forma di rispetto e una buona possibilità di scrivere romanzi che restino nel tempo e sappiano dialogare con il lettore, emozionarlo.

Alcuni scrittori non leggono (sembra strano ma è così), io leggo e i bei libri mi aiutano a capire me stessa e le mie storie. Le vie da esplorare per narrare in un romanzo e quello che non devo e non voglio proprio fare.

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Per fare uno scrittore ci vuole un mare…

Sono le 5:53 e apro gli occhi. Sono tornata ieri sera dal festival Mare di Libri e questa non sarà una cronaca, ma un viaggio di pensieri. Non la farò breve. Perché un’autrice di narrativa per ragazzi (o presunta tale) dovrebbe essere spettatrice a un festival come MdL? Da bambina cercavo spesso a scuola o alle feste un posticino per osservare  quello che accadeva intorno a me. A MdL chi scrive per ragazzi può trovare un posticino (magari in penultima fila) per osservare autori e ragazzi dialogare. Un privilegio.

E’ un festival fatto dai ragazzi, questo è importante e si sente. I ragazzi sono loro stessi a MdL, è come quando le maestre lasciano esprimere liberamente i loro alunni e vengono fuori disegni sghembi e imperfetti ma veri.

Ho seguito una serie di eventi, ovviamente non tutti, e per primo Aidan Chambers, uno scrittore inglese ottantatreenne pluripremiato e consacrato da critica e lettori. Mrs Chambers, che sui jeans indossa la magliettina del festival, tiene una lezione serissima e densa di concetti importanti con leggerezza e umiltà disarmanti. Lui è al servizio delle storie e dei lettori. I ragazzi lo applaudono con affetto come fosse una star della musica pop (ragazzi adolescenti che urlano “bravo” a un 83enne? Stupitevi, è successo). Lui ha ha scritto libri di ineguagliabile originalità e forza narrativa, è un formatore e potrebbe divertirsi e gigioneggiare, ma non lo fa. Tiene una lezione in piena regola. Non spreca l’opportunità di essere davanti a dei ragazzi che rappresentano il futuro di tutti noi e non li sottovaluta.

Ecco la prima rigorosa lezione del festival.

Poi arrivo in sala, dove a parlare ai ragazzi è Bruno Tognolini e il registro cambia, ascolto il ritmo  originale del poeta, il poeta che è l’essenza delle cose e della natura.

“Ascolta, ascolta, il vento sta parlando” disse Giovannino chinando la testa da un lato “dici davvero che non saremo più in grado di udirlo quando saremo grandi, Mary Poppins? “Lo udirete benissimo” disse Mary Poppins “ma non lo comprenderete.”

Questo scriveva Pamela Lyndon Travers e Tognolini va oltre: Tu sei tutti e tu sei tu. Sono le rime che ci rimangono in testa ne Il giardino dei musi eterni e raccontano che facciamo parte di un tutto sebbene siamo individui. Il poeta Tognolini con quel suo modo speciale di raccontare parla di quelle donne e quegli uomini che si dichiarano madri e padri dei propri cagnolini. Non li deride, né si scandalizza. Con l’umiltà dell’uomo che si guarda attorno e si sente una piccola parte della natura e del tutto,  accetta quella paternità o maternità differita. Già, perché: Tu sei tutti e tu sei tu.

Il mio festival continua con Cristopher Vick che ho apprezzato quasi più del suo romanzo. I ragazzi non leggono storie d’amore a differenza delle ragazze e lui invece ne scrive. Bella la sua capacità come uomo di svelarsi davanti ai suoi lettori. Le scrittrici lo fanno con facilità, gli scrittori no. Pongono dei filtri, non si raccontano sempre sinceramente nei libri attraverso i loro protagonisti maschi per essere letti da lettori maschi. Vick lo fa e come lui pochi scrittori lo hanno fatto. Vick l’ho visto ascoltare gli incontri dei colleghi, attento e interessato. Anche questo non è da tutti.

Arrivo finalmente da J. Teller, l’autrice di Niente e ho la conferma che dietro un grande libro c’è una gran bella persona. Lei si pone e si è posta delle domande, che tutti dobbiamo saperci porre, partendo da: Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena di far niente, lo vedo solo adesso. (dalla prima pagina del libro). La Teller è una donna disponibile eppure ferma, dalla grazia nordica. Mette subito in tavola un pensiero che ritiene scontato (ma io credo non lo sia): I ragazzi devono avere i loro segreti (un pensiero a doppia lama che terrorizza molti di noi adulti). E’ fondamentale per diventare individui e non restare cuccioli a vita. Racconta che ha scritto il libro in due settimane, ma ci è voluta una vita intera per prepararsi a farlo. E parla di onestà. Uno scrittore deve essere, tutti noi dobbiamo essere onesti. E’ facile e comodo chiudere gli occhi e rimanere aggrappati alle nostre convinzioni senza mettersi in discussione.  Ecco il suo romanzo e la sua storia di persona. Anche Jennifer Donnely e Kenneth Oppel nei libri mettono loro stessi. La novelist newyokese Donnely (che adoro) con tocco squisitamente statunitense racconta che si mette in ascolto dei personaggi delle sue storie. Personaggi che arrivano dal passato per aiutarci/la a capire il presente. Con ironia parla di una sorta di seduta spiritica e poi Oppel dice di se stesso e di quanto di lui ci sia nel protagonista del suo libro.

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Ecco l’onestà dello scrittore che scava in se stesso e attraverso le pagine dei suoi libri si dona al lettore. (Lo so, suona un po’ alla Grotowsky! Sarà l’amore per il teatro che non esaurisce mai!) Tutti possono scrivere ma non è scrivendo che si crea un romanzo. Pagine di emozioni che attivano sentimenti e ci  lasciano inevitabilmente diversi quando finiamo di leggere, non possono essere facili e scontate da scrivere. Sono un percorso che scorre parallelo alla nostra vita.  E forse come Tognolini ha sottolineato… ognuno di noi scrive di quello che gli manca, di quello che sogna di essere o creare.

Una cosa buffa del Festival è stato veder firmare il programma di MdL da alcuni autori su richiesta di ragazzini o genitori. Non avevano il libro, immagino. Insomma una bella copia del fogliettino strappato dal quaderno che nelle scuole spesso gli alunni fanno firmare agli autori (sì, anche a me) quando non hanno comprato il libro.

Ce la facciamo a capire che il valore sta nel libro con o senza firma dell’autore, ma la firma dell’autore senza il suo libro è ben poca cosa?

MdL per me è stato anche la colazione piena di dolci fatti in casa dalla proprietaria dell’albergo dove alloggiavo, la piadineria del borgo e il mare dove lascio sempre scivolare i pensieri sul pelo dell’acqua come fossero le tavole da surf di Vick; sono state le lacrime alla fine della proiezione di Una vita da Zucchina; è stato la lettura di alcuni brani di libri scelti dai ragazzi fatta da Lella Costa con grande bravura o il cortile della biblioteca dove ho ascoltato Silvia Vecchini e l’attrice Alessia Canducci, alle undici di sera,  raccontare una fiaba della buona notte. Era una fiaba dei fratelli Grimm, una Cenerentola che non lasciava dormire sonni tranquilli.

Ma vogliamo davvero dormire sonni tranquilli?

 

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Una ciotola di emozioni forti… è solo Letteratura!

 

Considerazioni mie su Bunker diary di K. Brooks. (Attenzione spoiler!!!)

Avevo quasi paura di leggerlo per come ne avevo sentito parlare e invece l’ho trovato un libro equilibrato e ben scritto.

Racconta una situazione e una vicenda angosciose, ma non nuove, anzi direi un classico di certo genere di libri o film. Il finale è quello che fa discutere. Si parla spesso di eroi, o personaggi positivi, nella cosiddetta letteratura civile che vengono uccisi. (Pensiamo solo a Iqbal, un ragazzo che muore assassinato) La cosa non ci mette troppa ansia, l’accettiamo perché erano persone esistite veramente e purtroppo morte, ma non siamo noi. Non ci identifichiamo. In Bunker si va oltre, perché ci identifichiamo nel protagonista e soffriamo con lui. Una frase nel libro dice, più o meno, che chi non ha mai provato paura non ha mai vissuto davvero. Sono d’accordo, esistono tante paure. La letteratura non serve anche a questo? A farci sperimentare forti emozioni che non sono vita vera? Forse per formare giovani che potrebbero sentirsi eroi o eroine la paura serve. Quindi, secondo me, ben vengano libri che rompono gli schemi e scuotono, se ben scritti ed equilibrati, ovviamente.

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Un’estate da cani… come nascono le storie!

Questa storia è un racconto scritto in prima persona da Ginevra. Lei non è una scrittrice e non si tratta di un diario. No. Questa storia nasce per raccontare che scrivere può essere utile. Enigmatica?

Chi ha letto Io e te sull’isola che non c’è, sa che Lucia scrive una storia dove succedono cose terribili alla sua odiata nemica. Su un foglio bianco tutto può accadere e così Lucia sfoga la sua rabbia e il suo odio. Ginevra scrive per un altro motivo. Un motivo ben preciso. Trovo affascinante poter fermare sulla carta le emozioni senza dover necessariamente essere scrittori. E’ una fotografia del nostro stato d’animo. Rileggere quelle righe anni dopo, come guardare una foto, ci racconterà chi eravamo.

Un ragazzo una volta mi chiese se la sua vita sarebbe diventata come quelle dai suoi genitori: andare a lavorare, fare figli e pagare le bollette. Io gli parlai di sogni.

In questa storia si parla di sogni. Sì, quelli che ognuno di noi ha; non esistono uomini o donne senza sogni. Alcuni credono che i loro sogni siano andati distrutti, altri pensano di non averne perché li hanno dimenticati. Quello che ci piacerebbe realizzare della nostra vita è il motore che ci anima, certi motori borbottano, altri ronfano e alcuni di noi sono sordi, ma il motore batte e pulsa volendo o non volendo.

I sogni sono la linfa vitale di cui si nutrono i ragazzi, ma alle volte gli adulti ce la mettono tutta per disilluderli, di questo racconta Un’estate da cani, di chi non vuole rinunciare al proprio sogno.

“Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso” diceva Nelson Mandela.

“Cosa vuoi diventare da grande? Felice” Risponde Thomas ne Il libro di tutte le cose di G. Kuijer

Ecco, chissà, forse vincere vuol dire trovare la propria felicità.

Orchidea è una bellissima Levriera che Loredana e la sua famiglia hanno adottato raccontandomi poi la sua storia.

Si parla anche di cani, sì ancora. Degli ultimi, quelli di cui proprio non importa a nessuno. Ci sono persone che si occupano di loro e mi pare bellissimo. Certo ci sono ingiustizie ben peggiori, ma sono convinta che di amore ce ne sia per tutti. Anche per gli animali e l’ambiente e senza far torto a nessuno. Io sono per includere e non escludere.

Infine, in questa storia, c’è un’omaggio a mia madre da sempre incallita giallista. Dei suoi racconti mi nutro io, che i gialli non li amo. Mi accompagnano da sempre nomi come Christie, Stout, Queen, Grisham, Camilleri, Patterson, Cornowell… serial killer e patologhe mi inseguono da sempre e non poteva tutto non confluire in un mitica Cena con delitto!

Ultima nota: Marisol esiste davvero. Non so se si chiami così, ma l’ho vista in ospedale mentre aspettavo di fare una banale visita specialistica. Lei era qualche metro più avanti e per rilassarsi faceva degli esercizi di respirazione in piedi, tra il muro grigio e la finestra. Era molto discreta, forse la notai davvero solo io e m’incantai a guardarla. Non riuscivo a staccare gli occhi da lei e dalla sua figura luminosa. Cominciai a respirare come lei.

Le storie siamo noi.

Buona lettura e fatemi sapere!

Trama e dettagli su LIBRI DI GIULIANA FACCHINI

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Naturalmente ricchi delle proteine della lettura!

L’albero delle bugie di Frances Hardinge è un libro avventuroso e intelligente. Ambientato nell’Inghilterra vittoriana racconta l’appassionante storia dell’anticonformista Faith e dell’albero delle bugie. L’ho divorato!

(Cliccare sul titolo per trama e dettagli!)

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Naturalmente ricchi delle proteine della Lettura!

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Delicato, magico, scivola e incanta Il lago del tempo fermo di Laura Bonalumi. Il tocco de “La bambina dai capelli di luce e di vento” (della stessa autrice) si sente e si riconosce!

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Non crediamo più nelle storie?

foto-specchioQuest’anno il post natalizio è un po’ così. In realtà si tratta di una mia riflessione.

Le storie ci hanno tenuto compagnia dai tempi più antichi, hanno affascinato generazioni di bambini, ragazzi e adulti. Le ultime storie sono state quelle dei nonni o quelle raccontate mentre la sera nelle stalle ci si scaldava facendo filò. La narrazione orale ha trovato l’immortalità nella scrittura, i libri fissano le storie come il cinematografo ha fermato sulla pellicola il volto senza età degli attori. Oggi le storie non le racconta quasi più nessuno e pochi leggono i libri, ma riconoscendone il valore, le storie sono finite a scuola tra i banchi, prima o dopo la ricreazione.

Che bello!

Insomma.

Ci sono ancora i narratori? Sì, i narratori per bambini ci sono e la bellezza delle loro storie arriva in albi meravigliosi e in splendidi libri illustrati. Eppure non sempre raggiungono i bambini. Tranne il nobile lavoro di alcuni lettori volontari, a scuola quando arriva un autore si fa un “laboratorio”.

Che vuol dire? Che non si ha fiducia nella “storia”. Se si teme che questa non possa catturare i bambini la si imbriglia in altre attività: disegno, fumetto, teatrino, canzone.

Vuol dire che non è una buona storia allora, oppure che non si crede in essa. Oppure che non si credono i bambini capaci di ascoltare. Ma l’ascolto come la scrittura sono abilità e vanno esercitate. Se non crediamo nelle nostre storie e non crediamo nei bambini,  dovremmo cambiare mestiere.

Quando i bambini crescono, a scuola i libri diventano sempre più spesso un ausilio per lo studio, per l’educazione civica e quella sociale. Raramente per l’educazione ai sentimenti. Sono, a volte, il prolungamento di personalità autoriali affascinanti che diventano fulcro al posto delle storie. Giornalisti, storici, naturalisti non devono mancare tra i ragazzi e gli adolescenti, ma loro raccontano la Società, la Storia, la Natura, non “storie” (salvo eccezioni).

Non dobbiamo dimenticare che un buon libro ha il potere di istruirci empaticamente alla vita, perché allora proprio ai ragazzi e agli adolescenti arrivano più manuali che storie? Perché ostinarsi a spiegare concetti invece di lasciar vivere e sperimentare nelle storie?

Un buon libro che conquisti, emozioni e lasci ragazzi e adolescenti realmente affamati di altri libri, non arriva così facilmente tra le loro mani, nonostante gli eventi di promozione della lettura, i buoni librai e bibliotecari. Questo non perché manchino buoni narratori, ma perché non si crede più nelle storie, nel loro potere assoluto.

Un autore di libri o un illustratore tra i ragazzi e gli adolescenti dovrebbe essere sempre al servizio della sua storia, non viceversa, e sarebbe bello portare nelle scuole solo la passione per le buone storie, null’altro.

Se spacciamo buoni libri, questi creeranno dipendenza.

Capisco che vendere è il primo obbiettivo di una casa editrice e di un autore, ma come dimostrato fuori dal nostro Paese, se abbiamo fiducia nei nostri ragazzi e scriviamo buone storie facilmente arriverà anche la tranquillità economica.

Si cercano, invece, secondo me, delle scappatoie; è faticoso scalare una montagna, meglio girarci attorno, ma così facendo non sapremo mai cosa si prova quando si è in cima. L’aria fredda e tersa, il cielo di un colore indescrivibile, il grido dei rapaci, i mughi piegati, lo sguardo incerto di un camoscio, il nostro respiro che entra in sintonia con il silenzio.

Torniamo ad avere fiducia nelle storie e nei ragazzi, daremo vigore ai libri e creeremo lettori forti che sapranno costruire il loro domani con coraggio. Le storie non sono salvifiche più di qualsiasi altra forma d’arte, ma aiutano tutti noi a scegliere chi vogliamo essere in una società che ha conquistato la globalizzazione e la capacità di ignorare la sofferenza degli uomini, degli animali e della propria terra.

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AUGURI!

 

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Naturalmente ricchi delle proteine della Lettura!

Un libro che affronta con la freschezza, il sorriso e il coraggio di una ragazzina un tema importante. Mi è piaciuto tutto: la grafica, i disegni e la copertina. Ma soprattutto mi è piaciuto l’equilibrio di una storia semplice che ci esorta a rispettare noi stessi.

Top Secret di Maria Giuliana Saletta

Amicizia, amore, omosessualità, stereotipi sono temi importanti con cui confrontarsi con semplicità e naturalezza come è giusto che sia. Un paese tra i monti, la natura di cui si sente il profumo e un nonno con cui avere un rapporto speciale. Uno stile fresco e immediato. Per me un libro pieno di dolcezza.

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Naturalmente ricchi delle proteine della Lettura!

Con Luna Park di Livia Rocchi (edito da Camelozampa) mi sono emozionata e commossa. Una storia che arriva semplicemente dritta al cuore. Da leggere!

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A mio parere, questo romanzo ha il grande pregio di parlare a tutti, davvero a tutti. Non dobbiamo avere paura di proporre ai ragazzi libri che affrontano argomenti forti, ma esiste anche un modo di narrare storie importanti con un linguaggio che rasenta quello poetico e che nessuno avrà mai timore o scrupolo di proporre ai ragazzini.

Il “racconto” Luna Park esce nel 2013 nella raccolta “Chiamarlo amore non si può”, che racconta ai ragazzi e alle ragazze la violenza contro le donne, antologia della quale sono coautrice (vedi i dettagli tra i miei libri). Da quel racconto nasce il romanzo Luna Park una storia completa ed efficace.

Evviva i libri che hanno voce propria, basta carta stampata impersonale, pubblichiamo di meno ma pubblichiamo libri sinceri, onesti, veri!

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Naturalmente ricchi delle proteine della lettura!

Maionese, ketchup o latte di soia di Gaia Guasti… consigliatissimo! Una storia breve, immediata e convincente che racconta il quotidiano, l’apparenza che non è realtà, il brutto e la bellezza che c’è in tutti noi. Lo fa con ironia e dinamismo e la voce di un ragazzino: Noah. In certi momenti ridevo da sola, in altri ero ammirata per come l’autrice riuscisse a scrivere di argomenti importanti con semplicità. Una collana Gli arcobaleni di Camelozampa Editrice da tenere sempre presente.

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Io e te sull’isola che non c’è. Come nascono le mie storie

Come nascono le storie?

cover_IO E TE_WEBCerte in un modo, alcune in un altro! Questo romanzo ha per me qualcosa di speciale perché racconta tante storie, ci sono tanti personaggi e ognuno con la propria vita, una sensibilità e un destino. Il romanzo è nato parlando di cani… e ti pareva! esclamerete subito, già ogni autore ha i suoi nervi sensibili, quella sua anima inquieta e sorniona che torna sempre nella storie. Quando presi con me Bryce conobbi un tipo di cinofila bella e un rapporto con gli animali, con i cani in particolare, straordinario. Si può, credetemi, addestrare un cane alle discipline più nobili in modo mostruoso, ma si può, per fortuna, anche lavorare sull’intesa e l’amore reciproco. Questa modalità a mio parere addestra cani sereni abili al soccorso, al sostegno delle disabilità umane e anche alla semplice compagnia. Con questi giovani cinofili allegri e espertissimi ho conosciuto cani speciali e, se me lo consentite, di grande personalità ed è nata la voglia di raccontarli. In “Io e te sull’isola che non c’è” si parla del rapporto con i cani come mezzo per allenare gli umani al linguaggio dell’empatia e della sensibilità. Il rapporto con gli animali ci insegna a non comunicare solo con la parola ma anche con il linguaggio del corpo e a essere più recettivi verso gli altri.

“Gli animali ci rendono tutti più umani”

Ma non si parla solo di cani, anzi, in questo romanzo torna una fiaba di Andersen “I cigni selvatici” che mi impressionò da bambina. Si parla di fiaba e di realtà e di quanto di magico (tra virgolette) ci sia nella vita. Credere a tutti i costi in qualcosa che solo noi abbiamo intravisto, avere fiducia nei fili da seguire che la vita ci mette tra le mani, raccontano che vivere non è solo quello che sperimentiamo con i cinque sensi. Empatie, sogni, emozioni non si toccano, annusano, vedono, sentono o assaporano ma ne percepiamo gli effetti se sappiamo metterci in posizione di ascolto.

Scrivere è un mestiere strano e la fantasia un’entità astratta. Bello aver fantasia, ma la fantasia non si tocca, non si trova ovunque e a cosa serve? Si sbarca il lunario con la fantasia? Forse no, quando si sale quella scala a pioli che porta su una nuvoletta fantastica tutto può accadere e solo lì, a mio parere, nasce davvero una buon romanzo.

Mi dicono spesso che nelle mie storie ci sono troppi personaggi e vie da seguire, eppure io credo che siamo tutti, ragazzi (soprattutto loro sono abilissimi) e non, in grado di seguire l’affresco variopinto e ricco di un romanzo, in grado di innamorarci di un protagonista oppure di personaggio antipatico, di scegliere i tramonti da dipingere con la mente e quali sguardi seguire. Vi lascio la mia storia… fatemi sapere!

…. Ah, dimenticavo: un grazie speciale a mio figlio grande (perché le mie storie sono sempre un affare di famiglia, leggere per credere Cortometraggio di famiglia) che ha ideato un bel titolo per questo romanzo!

P.S. La copertina creata per la nuova edizione 2024 del romanzo sostituisce in questo articolo quella vecchia.

Galleria fotografica dei protagonisti a quattro-zampe del romanzo! 

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Eko con Tabatha e Sancho – “…aveva pubblicato la foto di Eko con un mestolo da cucina in bocca. Aveva un’aria seria, solo un po’ scocciata, mentre la didascalia diceva: Stasera cucino io! “

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Eko (lo zio di Bry)- “…con una fetta biscottata in bilico sulla testa. Il cane aveva uno sguardo buffo perché lei lo fotografava sempre nelle pose più assurde, invece lui voleva solo papparsi la fetta fragrante!”

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Nana – “…l’aveva fotografata accucciata su un grosso vocabolario con gli occhiali da lettura sul naso e forse era davvero l’unico modo per descrivere Nana! “

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Emily – “Emily era sempre disponibile al gioco, ma non era invadente! “

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Emily – ” I suoi occhi cercavano Lucia e la invitavano a lasciare da parte i problemi quotidiani per perdersi con lei in un mondo di palline, salti, corse e coccole. “

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Cica (la nonna di Bry) – ” …due splendidi cani occupavano rispettivamente due poltrone e non si mossero. Erano le due femmine dell’allevamento: Cica e Queen. “

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Queenbee – “Queen e Cica, chiuse nella camera di Meggy, se ne stavano sulla terrazza attigua, fisse e immobili come statue, a osservare dall’alto cosa stesse accadendo nel loro regno”

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Jazz (Nel romanzo interpreta la parte dell’amico del cuore di Nico ed essendo una vera primadonna lo fa in modo esemplare!) “Jazz lo fissò scavando, con i suoi piccoli occhi scuri di cane fortunato, nel dolore del ragazzo…”

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Orma Rossa – … cui Lucia ha scippato il nome per il suo nickname!

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Bryce – “Si chiama Bry, sarà il tuo cane e insieme vi divertirete un mondo”

*I Border collie fotografati appartengono tutti alla famiglia (ops all’allevamento) Gingerbell.

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Gocce del Festival della Letteratura di Mantova – incontri magici per caso

14329061_1314134245278318_1394177490_nColpa mia, mi sono attardata a prenotare e gli eventi cui volevo assistere al Festival della Letteratura di Mantova erano già esauriti. Un pomeriggio era destinato, altrimenti rischio l’astinenza da festival, e quindi ho scelto, tra quanto ancora disponibile, Alan Bradley autore di libri gialli editi da Sellerio la cui protagonista è una bambina. Me ne aveva parlato la mia libraia  di fiducia per farlo conosocere alla nonna giallista e subito mi aveva conquistata per il titolo del suo primo romanzo “Aringhe rosse senza mostarda”, ecco questo genere di titoli, come anche “Pomodori verdi fritti” della Flagg o “Cinque quarti d’arancia” della Harris, su me hanno una presa pazzesca, non so, m’agganciano! D’altronde il mio inedito preferito (scartato da una serie di editori) s’intitola “Il ventricolo sinistro del mio lago a forma di cuore”… ho detto tutto, no? Tornando a Flavia De Luce (così si chiama la bambina) è venuta fuori una bella discussione sui target dei libri: la protagonista ha dieci anni? è per ragazzi, allora!!! Insomma il sistema editoriale tende a ingabbiare le storie. Abbiamo bisogno di orientare il pubblico. L’intervistatrice Chiara Codecà, bravissima (perché non è che intervistare con intelligenza e tatto sia da tutti, vero?), ha raccontato come il famigerato Harry Potter uscito in Inghilterra con una copertina da ragazzi, sia ri-uscito in seconda battuta con una copertina che potesse attirare anche un pubblico adulto, migliorando così i già buonissimi incassi della casa editrice. Ma i romanzi sono per chi li legge come dice Bradley, il cui libro in alcuni paesi è uscito con l’etichetta Young Adult e in altri no, e io ovviamente sono d’accordo con lui. L’incontro non si è esaurito così, c’è stato molto altro, ma io ripensavo a Salgari oggi appannaggio della letteratura per ragazzi. E ripensavo agli albi illustrati che sembrerebbero per l’infanzia e invece se te li fai spiegare diventano 0-99 anni. E poi a Roald Dahl che affascina tutti quelli che lo leggono. Dobbiamo “ordinare” la fantasia? Eppure essa accende immagini e pensieri liberi. In nessun altro momento possiamo approfittare della più completa libertà come quando leggiamo un libro.

14302411_1314134155278327_1032523039_nSecondo incontro con  Evelyne Bloch-Dano e il suo libro “Giardini di carta – da Rousseau a Modiano”. Per me questa è stata l’estate del Giardino segreto della Burnett e quindi, curiosa anche di ascoltare l’intervistatrice Stefania Bertola, ho prenotato a  scatola chiusa. Mi sono innamorata di questa scrittrice francese che normalmente scrive biografie di donne. Mi sono innamorata del suo garbo, del fatto che ha iniziato l’incontro scusandosi perchè non parlava l’italiano, della passione con cui ha descritto Colette e Sartre con Simone de Beauvoir nei giardini del Lussemburgo a Parigi, della dolcezza con cui ha parlato del suo giardino in Normandia. La Bertola ha letto l’incipit del libro e io, proprietaria di un fossen-garden, l’ho comprato senza esitare. I giardini nella letteratura francese (ma nella letteratura in genere) e i giardini nella realtà. I primi fiorisco o appassiscono senza indugio tra virgole e punti, i secondi subiscono gli umori del tempo, l’imponderabilità della vita. “Il sentiero che conduce al bosco è pressoché invisibile. Non è uno di quei parchi che si fanno notare, eppure non si nasconde. Non diversamente dal giardino che possiedo sull’Ile-de-France, un quadrato d’erba dal terreno argilloso in cui prosperano astri, rose e ortensie che a settembre si tingono di rosso. Una vite acquistata a un mercato in Provenza corre lungo la terrazza lastricata e crolla sotto i grappoli del moscato come il susino sotto il peso delle mirabelle. Il ciliegio invecchia e il cornus bianco piantato la scorsa primavera ha l’aria malconcia, ma l’hamamelis menatine le promesse.” da Giardini di carta di E. Bloch-Dano. Mi sono innamorata, ecco, ve l’ho detto!6865783_1283274

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Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna – Children’s Book Fair

pegDopo tre giorni alla Children’s Book Fair di Bologna mi rimane l’emozione di una fiera del cuore.

After three days at the Children’s Book Fair in Bologna the feeling it wasn’t simply a book fair but a real “heart fair” is still in me.

Sono appena rientrata dalla passeggiata mattutina con Bryce e lui, che è rimasto a casa per tre giorni a annoiarsi, è finalmente rilassato e felice di tornare alle nostre abitudini quotidiane. Bryce è sotto la mia scrivania, la casa è silenziosa, il tempo è uggioso.

I’m just come back from the morning walk with Bryce and he, who stayed three days at home annoying himself, is finally relaxed and happy to have our daily routine back. Bryce lies under my desk, the house is quite and the weather is gloomy.

Scrivere per ragazzi è per me un mestiere speciale, nei miei libri ci sono io e sempre io ci sono nelle relazioni umane che intreccio. Quella rete strana, fragile o d’acciaio che sono le amicizie. L’amicizia è uno dei temi che ricorre sempre nelle mie storie, l’amicizia è un valore che coltivo da sempre.

To write children stories is a very special job: I’m always in my books and I’m in all the human relationships I weave too, that peculiar, fragile or strong net forming friendship. And friendship is one of the main subjects of all my stories, it’s one of the values I’m always cultivating.

In questi tre giorni di fiera ho incontrato tante persone, ho capito che alcune amicizie sono salde e forti. Alle volte l’ho capito in un abbraccio o in un continuare a cercarsi: Sei al padiglione 29? Sto scappando a una presentazione! Andiamo ad ascoltare quell’autore, a sfogliare quel libro, a mangiare un panino…? Altre volte l’ho capito in quindici minuti di conversazione fitta fitta, condensata, piena di parole importanti.

During these three days I met a lot of people, I realized some friendships are strong and steady; sometimes I could understand it through a hug or just because we were keeping on searching each other: Are you at stand 29? I’m going to a reading… let’s go listening to that author, to read that book or to eat a sandwich??? Other times I realized it in a 15 minutes intense conversation full of important words.

Poi in fiera ho incontrato persone che volevo conoscere e in pochi minuti ho capito che l’empatia funziona anche tramite la rete internet e abbracciarsi è stata solo una conferma. So che quelle persone rimarranno nella mia vita di scrittrice, lettrice, promotrice dell’amicizia leale e senza barriere per la quale abbiamo con spontaneità gettato le basi.

At the fair I met people I would like to know and in a few seconds I felt that empathy works also through internet and to embrace each other is a further proof of it. I know those people will stay forever in my life as a writer, reader and promoter of leal and no barrier friendship, for which we spontaneously lay the foundations.

Il mio ultimo libro era sul banco dell’editore. Gli occhi magnetici del gatto mi hanno incoraggiato, rassicurato, guidato e una filiera di bellezza e di positività nel mondo dei libri per ragazzi si è rivelata ai miei occhi. Autori, editori, lettori, bibliotecari e librai che credono nel potere dei libri onesti, quelli che regalano emozioni e aiutano tutti noi a crescere. Continuano a tornarmi in mente le parole di Roberto Piumini che, sintetizzate, esortano a non banalizzare. Non banalizziamo il potere della letteratura per ragazzi, alimentiamolo con passione sincera e semineremo bellezza.

My last novel was on the editor stand. The magnetic cat’s eyes encouraged, reassured, guided me and a beauty and positiveness die in the children books’ world revealed to my eyes. Authors, editors, readers, librarians and booksellers believing in honest books’ power, those giving emotions and helping us to grow. Since then Roberto Piumini’s words are still in my mind. Shortly they urged us not to trivialize. Don’t trivialize children literature’s power but instead let’s feed it with honest passion and we will spread beauty.

Nel mondo di oggi si può, forse, chissà… ci crediamo?

In today’s world it could be possible… we can, perhaps, maybe… do we believe in it?

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Sono tornata a casa da Bologna con tanti libri, alcuni con dediche meravigliose e dolcissime e con il libro del piccolo Sheepdog che tanto assomiglia a Brik. L’editore scozzese Floris Books non poteva vendermi quel libro che i miei occhi avevano individuato il primo giorno con un’attrazione fatale. Chi ha disegnato quel cane lo conosce bene e un legame invisibile che sfida la distanza e la velocità della luce si è creato immediatamente. L’editore ne ha messo da parte una copia e l’ultimo giorno me l’ha regalata. Io ho regalato in cambio una copia di Echino dove c’è l’articolo del Brik. Non è stato un contatto di lavoro, è stata una relazione umana tra persone, passata attraverso il mio inglese approssimativo e le pagine dei libri. Ho ricevuto in dono un libro che adoro e la gentilezza di un’editor scozzese.

I came home from Bologna with lots of books, some even with beautiful and very sweet dedications, and with a special book about a little Sheepdog who is so very like Brik. The Scottish editor Floris Books couldn’t sell to me that book, which fatally attracted my eyes from the very first day… who drow this dog, knows him very we’ll and an invisible relationship, challenging distance and the speed of light, created immediately. The editor kept one copy for me and last day she gave it to me. In exchange for it I gave her a copy of Echino, where there is an article of Brik.
It wasn’t a work contact but a real human relationship fed by my inaccurate English and some book’s pages. I have been given the book I adore and the kindness of a Scottish editor. (… and compliments to Sandra Klaassen!)

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Sandra Klassen di Floris Books: www.florisbooks.co.uk/blog/2015/05/13/florisdesign-illustrator-interview-sandra-klaassen-2/

12909432_1178408702184207_2991474774919569307_oEchino: www.echino.it 

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Come nascono le storie… ilgiovanebrik.com/2016/03/07/come-nascono-le-storie-il-segreto-del-manoscritto

Notes Edizioni: www.notesedizioni.it/index.php?option=com_libreria&c=pubblicazioni&task=display&idpubblicazione=58&Itemid=61

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Il segreto del manoscritto, come nascono le mie storie

          IL SEGRETO DEL MANOSCRITTO Notes Edizioni 2016/2023

NUOVA COPERTINA DI CINZIA GHIGLIANO

A fine marzo 2016 in libreria il libro che ha vinto il Premio Giovanna Righini Ricci con la splendida copertina di Cinzia Ghigliano.

Sono felice che la storia scelta dalla giuria ragazzi del Premio sia stata approvata da Carla C. Martino della Notes Edizioni. E’ bello che i giovani lettori vedano riconosciuta la loro valutazione di un manoscritto da parte di una casa editrice di qualità. Sono felice di dimostrare ai giovani giurati che non hanno letto e discusso invano, perchè a questo serve un Premio Letterario: a farci intendere che leggere, produrre libri e proporli in libreria non è inutile. Se quei ragazzi hanno saputo scegliere una storia da pubblicare a dodici anni, possono continuare a leggere e valutare libri per tutta la vita!

Leggere ci rende liberi, liberi di immaginare una storia oppure di chiudere un libro. Liberi di decidere. Con un libro tra le mani e la testa tra le pagine facciamo piccoli esercizi di autonomia e impariamo a vivere. Tutti!

Come nascono le storie?

Sono cresciuta con racconti di ogni tipo, ma adoravo sentir leggere mia madre che traduceva a braccio dal francese le avventure di Arsène Lupin di Maurice Leblanc.

LeClosLupin
aiguille creuse

Figurarsi l’emozione quando, qualche anno fa, visitando  la cittadina di Etretat nell’alta Normandia vidi la casa appartenuta all’autore dei romanzi del famoso ladro gentiluomo. Proprio lì nacque l’idea di questa storia. Quel giorno piovigginava e l’aria era ferma e grigia. Non c’era nessuno per le strade di quella cittadina e anche la “guglia cava”, che ispirò la prima avventura di Arsène Lupin nel romanzo “L’Aigulle creuse” uscito prima a puntate e poi in libreria nel 1909,  aveva un aspetto misterioso.

Immaginai una casa antica divenuta museo e una ragazzina appassionata di misteri. Un Arsenio Lupin tutto italiano, un piccolo paese  su un’isola che vive solo di turismo e rocce a picco su un mare meraviglioso.

Voilà: Il segreto del manoscritto!

Indi tra i non ti scordar di me

D’accordo nella mia storia non poteva mancare un gatto un po’ magico, possibilmente bianco come il mio Indi.

Ancora una cosa volevo raccontare: “La vita era dura, alle volte era difficile andare avanti, ma c’era unione tra le famiglie. Gli uomini si aiutavano nella pesca, i bambini crescevano insieme e se si era in difficoltà, si ricorreva all’esperienza degli anziani. E le donne… le donne erano lavoratrici, educatrici e motore della vita dell’intero borgo.” Volevo raccontare del passato e di un gioiello antico che passa di mano in mano tra le donne di diverse generazioni per arrivare a una ragazzina che raccoglie anche la meravigliosa eredità di scrittrice del bisnonno.

IL SEGRETO DEL MANOSCRITTO di Giuliana Facchini – marzo 2016 –  Notes Edizioni – Collana: Schegge – In copertina disegno di Cinzia Ghigliano – Pagine: 144 – Età di lettura: 12 anni

Premio Inediti 2015 Giovanna Righini Ricci

COVER BUONA

In un piccolo paese sul mare. Su un’isola. Una vecchia casa trasformata in museo per turisti, ricca di mobili d’epoca, quadri, collezioni di libri antichi di un famoso scrittore di inizio Novecento, Ludovico Bardo. Una ragazza di dodici anni, Susi, che abita lì perché quella è la casa del bisnonno scrittore, unica eredità rimasta di fortune passate. L’amico di sempre di Susi, Antonio. La bellissima cugina tredicenne Cecilia, che arriva dalla città convinta che su quella piccola isola si annoierà a morte. Un misterioso gatto bianco che di notte guida Susi nei segreti delle stanze. Un manoscritto nascosto in cui si narra di gioielli rubati, di una misteriosa ballerina russa, di una villa a picco sul mare, di una grotta dissimulata sulla scogliera. Un antico medaglione.

Fatti risalenti alla seconda guerra mondiale dei quali le vecchie donne del paese bisbigliano ancora i segreti…

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Una ciotola di emozioni forti… è solo Letteratura! (Umi’s review)

Recensione di … 

41Yb72PWMIL._SX331_BO1,204,203,200_Raccontami un giorno perfetto di Jennifer Niven edito da De Agostini è una storia importante, un romanzo poderoso e potente. Racconta di Theodore Finch un ragazzo con pochi amici, che tutti chiamano Lo schizzato. Uno fuori di testa, uno con cui è meglio non farsi vedere in giro. Un tipo che sale sulla torre campanaria della scuola per provare a capire l’effetto che farebbe buttarsi di sotto. Proprio in bilico sul cornicione Theo conosce Violet una ragazza tormentata. Una brava ragazza che dopo la morte della sorella in un incidente stradale pare non sappia più cosa farsene della vita. Finch la dissuade da un maldestro tentativo di suicidio ma per l’intera scuola, che li guarda con il naso all’insù, accade il contrario: quella brava ragazza di Violet sta tentando di salvare quel matto di Finch. Tra i due nasce una relazione incerta, legata a un progetto di approfondimento scolastico del territorio dell’Indiana, lo stato americano dove i due vivono, ma poi diventa amore, vero e importante.

Il tema del romanzo sono gli adolescenti e il maledetto fascino del pericolo mortale che attrae e che diventa suicidio quando si associa al disturbo mentale. In una nota alla fine del libro la Niven svela che la storia le è stata ispirata da un fatto veramente accaduto durante la sua adolescenza e chiarisce con forza come nessuno debba mai sentirsi solo o abbandonato perché c’è sempre un aiuto per lui. L’autrice esamina un tema importante e difficile da affrontare e lascia intendere tra le righe, ma con determinazione, come tra gli adolescenti s’innesti spesso il desiderio di farla finita con la propria vita perché si sentono diversi, fragili, soli e succede anche a quelli che paiono più “solidi”.

Il romanzo si snoda nel quotidiano dei due adolescenti protagonisti, le loro storie private e le loro personalità si dipanano con maestria tra le pagine e ci coinvolgono. Finch saprà salvare Violet dai suoi tormenti: proprio lui con dolcezza, fantasia e coraggio riuscirà a farle trovare equilibrio e serenità. E Violet saprà aiutare Finch? Finch può o vuole essere aiutato? Un romanzo difficile che porta il lettore a confrontarsi con due personalità che mutano abilmente grazie alla penna dell’autrice e lasciano nel lettore mille domande.

Finch è sempre Finch per tutti, mai Theodore come se il nome di battesimo non si potesse usare. Sin dall’inizio capiamo che quel ragazzo bellissimo e prezioso non lo raggiungeremo mai. Anche i luoghi che i due visitano per l’iniziale lavoro scolastico prendono consistenza e finiscono per essere uno scenario così importante da accompagnarci fino all’ultima pagina.

Libri come questo non si lasciano finire tranquillamente e ci appassionano al punto da chiederci: Non si poteva fare qualcosa?

Mi torna in mente un libro di Anne Fine: Quella strega di Tulip, in cui la piccola protagonista si chiede perché gli adulti si accorgano sempre troppo tardi dell’imminenza di una tragedia e forse dovremmo chiedercelo anche noi. Noi adulti e loro, i giovani lettori, dovremmo chiederci: riusciamo a essere attenti all’altro al punto da capire quando ha veramente bisogno di aiuto? Anche i coprotagonisti di questo romanzo vivranno infine il nostro stesso dilemma: i genitori di Theo separati e presi dalle loro vite e quelli di Violet esemplari eppur fragili; le sorelle del ragazzo che di lui si fidano ciecamente; i professori e gli amici dei due adolescenti.

Eppure un piccolo nodo da sciogliere, infine, mi rimane leggendo questo romanzo e in generale romanzi come questo: se parliamo agli adolescenti di suicidio, dovremmo essere certissimi di far capire loro quanto sia prezioso il dono della vita. Non dovrebbe esserci nessun margine di dubbio su quello che è sbagliato e quello che è giusto quando si cammina sul filo del rasoio di una giovane esistenza e questo deve essere chiaro malgrado il fascino dannato e la bellezza catalizzante di un personaggio. Concludendo, le scelte dell’autrice, il come e il cosa voglia raccontare ai suoi lettori con la bravura, coraggio e grande capacità di coinvolgimento sfociano in un gran bel libro. Quando si legge un romanzo così ben costruito dove i personaggi sono tridimensionali non possiamo cedere ai timori o spaventarci, ma dobbiamo prendere coscienza che la letteratura aiuta spesso a capire, a diventare più sensibili ed essere consapevoli che quando si chiuderà il libro saremo immancabilmente cambiati.

                                                                                                                    G.F.

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Fiutando Libri!

Vivere leggendo e scrivendo è un percorso pieno di idee, pensieri e amicizie. Il confronto con gli altri per me è fondamentale. Quando mi blocco in una storia, cerco qualcuno con cui parlare. Devo raccontargli i miei dubbi che, una volta espressi ad alta voce, si sciolgono. Le relazioni umane (quelle che poi spesso diventano amicizie) sono vitali. Ho portato un certo libro all’incontro LIA (Leggere Insieme Ancora) di Verona, il tema di confronto letterario era l’Ironia. Ogni volta che rileggo quel libro penso: “Beh io non sarò mai in grado di scrivere così, meglio smettere.” Eppure subito dopo mi viene voglia di scrivere, una voglia irrefrenabile di scrivere meglio di quanto io abbia mai saputo fare. Ecco l’essenza stravagante per me di questo strano mestiere di scrittore.
“Per sempre insieme. Amen” è un libro fortemente anticonformista e alcune perplessità delle partecipanti alla riunione LIA (persone che apprezzo molto) mi hanno fatto mettere i piedi per terra. La lettura rimane un piacere intimo e la relazione tra il lettore e il libro è quanto di più personale esita al mondo. Io, infatti, sono poco oggettiva con i miei grandi amori letterari. Non che oggi apprezzi meno quel libro, ma l’ho capito di più. Il mio è diventato un amore consapevole. “Come fai a sapere se sei religioso? Magari lo sono, ma ancora non lo so.” dice Polleke la protagonista, una bambina undicenne, olandese, che come animale domestico porta al guinzaglio una vitellina. La realtà della storia di Polleke è durissima ma la sua voce di narratrice è pulita, diretta, positiva. L’ironia nasce da questo contrasto: gli occhi dei bambini sanno vedere con obbiettiva “bellezza” anche il brutto. Mi viene da pensare che anche Pippi Calzelunghe era una Polleke dell’epoca e mi viene da pensare che un giorno anche Polleke sarà un personaggio caratteristico della letteratura per ragazzi. Ieri sera abbiamo commentato Canto di Natale e lo spettro del buon vecchio Charles Dickens era con noi. L’amicizia e le relazioni umane sono un dono grandioso, queste festeggiamo a Natale! Quindi, ancora… se volete un consiglio letterario per ragazzi anticonformisti….

Cliccate e curiosate: Per sempre insieme. Amen

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Sgranocchiando avventure…

“Fai finta che io non ci sia” di Meg Rosoff (trad. Stefania Di Mella) è un libro che mi ha affascinato e coinvolto come pochi. Bella letteratura per ragazzi e non solo.

Leggete la mia recensione del libro su Libri e Marmellata!

fai finta

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Fiutando libri in compagnia di sei care amiche

Del romanzo “Nemmeno un bacio” di Manuela Salvi avevo scritto in Fiutando Libri. Ora esce la versione e-book e quindi ripropongo il link.

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E’ un libro forte ma mai volgare. Una storia che consiglierei a un adolescente. Apprendo che il libro cartaceo è andato fuori catalogo perché giudicato troppo forte per i ragazzi italiani, eppure anche Chambers o Green possono essere molto “forti” nei loro romanzi per giovani adulti -in realtà storie per tutti- eppure i loro libri non sono fuori catalogo.

Anche altri romanzi che considero molto belli sono di difficile reperibilità come: “Ho attraversato il mare a piedi” di Frescura-Tomatis e “Lasciami andare” di Fulvia Degl’Innocenti e sono sconcertata.

Pensavo, che al giorno d’oggi si fa fatica ad essere coerenti poiché, come diceva mio padre: “Non si aggiusta il mondo a testate”. Il paragone calza e viene un gran mal di testa prima o poi.

In un film in bianco e nero sul giornalismo americano degli anni 50 (ma che è pur sempre una deliziosa commedia) si dice, citando Kipling, che un buon cronista deve avere sei servi fedeli: Cosa, Perchè, Quando, Come, Dove, Chi.

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https://www.youtube.com/watch?v=56di_FyhRhM

Io posso dire che una buona scrittrice per ragazzi, oggi, deve avere sei care amiche: Coerenza, Pazienza e Perseveranza che rincorrono le più spregiudicate Immaginazione, Emozione e Affabulazione. Tutte insieme, scrittrice compresa, bevono tè nero sedute davanti a una tastiera e si scambiano opinioni oppure chiacchierano solo liberamente.

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I libri camminano da soli

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I bei libri hanno gambe proprie e non hanno data di scadenza.

Ho incontrato un libraio e abbiamo cominciato a parlare di un mio libro e di come lui lo avesse portato nelle scuole e avesse parlato ai ragazzi attraverso le pagine. Io ascolto affascinata e commossa ogni volta che qualcuno entra in un mio romanzo e me ne parla. Ho la certezza solo in quei momenti di aver lanciato un’emozione come fosse un sasso in uno stagno, di aver prodotto qualcosa di vitale che ha generato cerchi concentrici attorno a una storia.

Di questi tempi, spesso i libri sono accompagnati dall’autore e portati per mano. Alle volte non si capisce bene se sia per la vanità di esibirsi dello scrittore, per una forma d’intrattenimento sociale o per una vera necessità di marketing.

Quando si tratta di promozione alla lettura tra i ragazzi, gli autori possono avere un gran peso poiché è opinione comune che i giovani non leggano. Quando mi chiamano nelle scuole, VOLO a parlare di libri e della passione per la lettura, ma la soddisfazione più grande arriva quando capisco che una mia storia si è fatta largo da sola tra le emozioni del lettore. Perché un libro, se è un buon libro, vive da solo e a lungo.

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P.S. … vabbè può anche capitare che il Mostro Fuori Catalogo ci metta lo zampino e potremmo discute su quando dura “a lungo”, ma queste sono altre storie!

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Fiutando Libri!

Non vorrei dire nulla. Di solito non dico nulla. Vorrei postare la foto della copertina di un libro e lanciare un messaggio come piace a me: un messaggio aperto.

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E invece spiego, perché ogni tanto bisogna.
Il libro, ieri, mi è stato donato (e già questo, per me, ha un significato); il libro è stato scritto da una (da-me-apprezzatissima) scrittrice francese che ha narrato storie diverse senza discriminazione alcuna; il libro è stato pubblicato da una piccola e coraggiosa (perché piccola) casa editrice con il benestare dell’autrice (indicazione importante).
Ieri, su un treno regionale stracarico di passeggeri, seduta sul seggiolino accanto alle porte, pigiata tra borse, odori, chiacchiere e avvolta dallo sferragliare dei vagoni e dalla luce giallognola, ho aperto questo libro e ho cominciato a leggerlo. Sono entrata in una bolla di serenità cullata dalle parole di Marie-Aude Murail che come in un romanzo raccontava con semplicità uno splendido personaggio e una storia. La pochade degli schieramenti non mi appartiene. La bellezza si può sporcare e la bruttezza esaltare. Tutto può accadere. Leggete quello che volete dietro questa foto, io ci leggo la convinzione che il bello e il bene sono dentro molte realtà diverse, ma esistono.

Leggi anche Miss Charity  oppure Gesù, come un romanzo.

…dalla voce di Livia Rocchi  Gesù, come un romanzo