Recensione di …
Raccontami un giorno perfetto di Jennifer Niven edito da De Agostini è una storia importante, un romanzo poderoso e potente. Racconta di Theodore Finch un ragazzo con pochi amici, che tutti chiamano Lo schizzato. Uno fuori di testa, uno con cui è meglio non farsi vedere in giro. Un tipo che sale sulla torre campanaria della scuola per provare a capire l’effetto che farebbe buttarsi di sotto. Proprio in bilico sul cornicione Theo conosce Violet una ragazza tormentata. Una brava ragazza che dopo la morte della sorella in un incidente stradale pare non sappia più cosa farsene della vita. Finch la dissuade da un maldestro tentativo di suicidio ma per l’intera scuola, che li guarda con il naso all’insù, accade il contrario: quella brava ragazza di Violet sta tentando di salvare quel matto di Finch. Tra i due nasce una relazione incerta, legata a un progetto di approfondimento scolastico del territorio dell’Indiana, lo stato americano dove i due vivono, ma poi diventa amore, vero e importante.
Il tema del romanzo sono gli adolescenti e il maledetto fascino del pericolo mortale che attrae e che diventa suicidio quando si associa al disturbo mentale. In una nota alla fine del libro la Niven svela che la storia le è stata ispirata da un fatto veramente accaduto durante la sua adolescenza e chiarisce con forza come nessuno debba mai sentirsi solo o abbandonato perché c’è sempre un aiuto per lui. L’autrice esamina un tema importante e difficile da affrontare e lascia intendere tra le righe, ma con determinazione, come tra gli adolescenti s’innesti spesso il desiderio di farla finita con la propria vita perché si sentono diversi, fragili, soli e succede anche a quelli che paiono più “solidi”.
Il romanzo si snoda nel quotidiano dei due adolescenti protagonisti, le loro storie private e le loro personalità si dipanano con maestria tra le pagine e ci coinvolgono. Finch saprà salvare Violet dai suoi tormenti: proprio lui con dolcezza, fantasia e coraggio riuscirà a farle trovare equilibrio e serenità. E Violet saprà aiutare Finch? Finch può o vuole essere aiutato? Un romanzo difficile che porta il lettore a confrontarsi con due personalità che mutano abilmente grazie alla penna dell’autrice e lasciano nel lettore mille domande.
Finch è sempre Finch per tutti, mai Theodore come se il nome di battesimo non si potesse usare. Sin dall’inizio capiamo che quel ragazzo bellissimo e prezioso non lo raggiungeremo mai. Anche i luoghi che i due visitano per l’iniziale lavoro scolastico prendono consistenza e finiscono per essere uno scenario così importante da accompagnarci fino all’ultima pagina.
Libri come questo non si lasciano finire tranquillamente e ci appassionano al punto da chiederci: Non si poteva fare qualcosa?
Mi torna in mente un libro di Anne Fine: Quella strega di Tulip, in cui la piccola protagonista si chiede perché gli adulti si accorgano sempre troppo tardi dell’imminenza di una tragedia e forse dovremmo chiedercelo anche noi. Noi adulti e loro, i giovani lettori, dovremmo chiederci: riusciamo a essere attenti all’altro al punto da capire quando ha veramente bisogno di aiuto? Anche i coprotagonisti di questo romanzo vivranno infine il nostro stesso dilemma: i genitori di Theo separati e presi dalle loro vite e quelli di Violet esemplari eppur fragili; le sorelle del ragazzo che di lui si fidano ciecamente; i professori e gli amici dei due adolescenti.
Eppure un piccolo nodo da sciogliere, infine, mi rimane leggendo questo romanzo e in generale romanzi come questo: se parliamo agli adolescenti di suicidio, dovremmo essere certissimi di far capire loro quanto sia prezioso il dono della vita. Non dovrebbe esserci nessun margine di dubbio su quello che è sbagliato e quello che è giusto quando si cammina sul filo del rasoio di una giovane esistenza e questo deve essere chiaro malgrado il fascino dannato e la bellezza catalizzante di un personaggio. Concludendo, le scelte dell’autrice, il come e il cosa voglia raccontare ai suoi lettori con la bravura, coraggio e grande capacità di coinvolgimento sfociano in un gran bel libro. Quando si legge un romanzo così ben costruito dove i personaggi sono tridimensionali non possiamo cedere ai timori o spaventarci, ma dobbiamo prendere coscienza che la letteratura aiuta spesso a capire, a diventare più sensibili ed essere consapevoli che quando si chiuderà il libro saremo immancabilmente cambiati.
G.F.


Una storia delicata e avventurosa che racconta però di alcuni bambini costretti a lavorare per assemblare giocattoli di contrabbando. Poniamo l’attenzione su una realtà terribile come il lavoro minorile, attraverso gli occhi di Toni, una bambina pestifera!

ogliame e a prenderla in bocca. Con occhi dolci e orecchie morbide come una cascata di capelli castani guarda Bryce: se non avesse la pallina tra i denti si potrebbe pensare che sorrida.











aldare una fetta di pizza sulla piastra e dico a mio figlio di servirsi. Passano dieci minuti e poi quindici e lui immerso nei suoi pensieri (compiti/musica/chat) si dimentica della pizza. Bryce, che aveva attentamente seguito la vicenda, si alza delicatamente sulle zampe posteriori, afferra il bordo della pizza e porta la fetta al fratello umano. La depone ai suoi piedi e lo guarda. Sembra voler dire: La mangi tu? Se non ti va, me la pappo io! Avrebbe potuto sgraffignarla e mangiarsela: è solo un cane. Non l’ha fatto. Intelligenza, senso del branco, fame atavica sopita? …chissà.
ppena finito di cenare. Chiacchierano tranquilli e si siedono sul divano davanti al televisore. Stanno decidendo che film vedere. Scivolo via dal mio nascondiglio dietro la poltrona. E’ il mio angolo privato, un posto dove m’intano quando non voglio essere disturbato. Nessuno si accorge di me, mi muovo cauto, le zampe appoggiano silenziose sul pavimento. Sono nero e invisibile come la notte. Raggiungo la preda. Sono sotto di lei. Nell’altra stanza non sospettano nulla, sono ignari e io sento il suo odore. E’ lì sdraiata, non può fiutarmi. Il lupo è pronto a scattare. La salivazione aumenta, lo stomaco brontola. Indietreggio e calcolo mentalmente il percorso: il cuscino sulla sedia soffocherà il rumore del balzo.








brioche. Io non devo rimanere fuori, entro e sono educato. La proprietaria, una donna gentile e dolce (ovvio), mi offre ogni mattina un biscotto a forma di cuore. Che è a forma di cuore lo ha detto la Umi, io so solo che è buono e sa di burro. Resto composto mentre la Umi chiacchiera e paga e, prima d’uscire, saluto con un colpo di coda e un sorriso canino.




hé cara amica, di mio figlio. Per anni io e Bryce lo abbiamo accompagnato a lezione e lei è sicuramente una persona che ha incontrato, sebbene per pochi secondi, parecchie volte in quelle occasioni. Appena la nostra amica ha varcato il cancello di casa, Bryce le è andato incontro, non l’ha neanche avvicinata, s’è girato scodinzolando e abbaiando ed è andato su per le scale in cerca del suo fratello umano. Nessuno dei presenti ha avuto alcun dubbio che Bryce avesse riconosciuto l’insegnate di mio figlio e fosse corso ad avvisarlo che lei era venuta a trovarlo.








ona il disco e lappa l’acqua fresca con piacere. Dopo la bevuta gli viene naturale un bisognino fisiologico e con mira da cecchino centra il suo disco che si trasforma, voilà, in pitale.
disc that suddenly becomes a chamber pot.






bene più prezioso. Solo il tempo svela i veri amici. Il tempo cambia, aggiusta, intona persone e persone, persone e luoghi, persone e animali. Conoscersi porta, col tempo, Border e Umano è muoversi con lo stesso passo. La routine diventa la conferma che viviamo insieme gli spazi e che possiamo affrontare insieme i cambiamenti.
la tensione si sciolse, la paura sfumò.
ax her. He uses Billy Joel like I use my dog smile and happy wag to be forgiven. We stopped and I saw a human who was oddly dressed. Her face was black like a tree bark, had a crooked expression and wore two trousers together and she limped. She stretched her hand towards me and I licked the window…













fine dell’allenamento Bryce era stranamente appagato, come se avesse dato a se stesso e al suo compagno umano, quello che doveva in termini fisici e mentali. Non l’ho capito subito. A casa, ha cenato e gli umani hanno cenato; ha aspettato che stendessi i panni, chiudessi il computer, mi lavassi i denti e alla fine era con il muso appoggiato sul letto: “Guarda che mi casca la mandibola dal sonno ma sono in stand-by”. Già, di solito se ne va in cuccia e buona notte ai suonatori. Quando mi sono messa sotto le coperte, lui è salito accanto a me e, girandosi a pancia all’aria, si è strofinato alla mia mano in cerca di carezze con quel suo atteggiamento da cangatto. Non lo aveva mai fatto, non è uno sdolcinato. Mi ha guardato con la testa sottosopra e ha strizzato gli occhi. Direte che sono fantasie, che è il mio solito mescolare vita e storie, ma sono convinta che in lui ci fosse gratitudine e io ho capito quanto vere fossero quelle parole sentite ripetere tante volte. Era felice di sé, appagato: si sentiva il cane che doveva essere, grazie a quei giri di agility e a un lavoro ben fatto.









indipendente dalla salute cagionevole. E’ bello vederlo con il pelo bianco lucido e le macchie rosso ramato che catturano i raggi del sole. Sarebbe un gatto da tenere in casa, al sicuro, pulito e protetto. Eppure la sua tristezza casalinga la dice lunga: meglio libero, sporco, graffiato e forse da curare di nuovo ma felice. Lui fa fusa gorgoglianti, miagolii graziosi e adora dormire in braccio ai suoi umani, ma è nato randagio e non vuole rinunciare alla terra, alle cortecce degli alberi per farsi le unghie, all’aria umida del primo mattino che gli fa gonfiare il pelo.







his is why I stay by her side and I’m her shadow. Dogs, when they can, remains where they are needed. As a matter of fact someone must keep her feet on the ground! Sometimes she is a little sad and she only wants to walk. She likes to walk everywhere and with any wheather: sun, snow, rain or wind! It happens, seldom but it happens, that we walk for hours joint by a long and slack leash but lost in our own thoughts. I sniff, study, mark the territory. I’m busy with my own dog business and she goes keeping her eyes to the ground even if she doesn’t look where she puts her feet. When we stop I invite her to play: I bow down, wag my tail, bark happily but nothing! So I let her quite: I know that shortly we will be happy again.

cio a pensare che sia un tipo antipatico e bisogna ammettere che i border sono un po’ supponenti. Insomma hanno la sindrome dei primi della classe e non solo nei confronti degli altri cani.
o il computer e mentre mi preparo una tazza di tè da portarmi sulla scrivania, qualcuno al gusto di stracciatella ci si è già accucciato sotto. Quando finalmente mi siedo, mi guarda interrogativo: “Ma, stamani, non dovevi scrivere un articolo per il mio blog?”. Poi si acciambella e finalmente può riposare. E’ un border, i border, si sa, sono cani da lavoro e il suo è un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo.