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Fiutando libri, ponendo domande, scrivendo storie

I miei manuali di scrittura creativa sono i buoni romanzi; annotazioni di lettura e appunti per la romanziera che vorrei essere.

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La genialità della grande scrittrice sta nel mandarci un messaggio potente raccontando l’umanità. I sentimenti, i dubbi, le emozioni, i dolori, gli sbagli, le felicità fanno di noi gli esseri umani. E la lente d’ingrandimento che usa per svelare a ognuno di noi chi è, si chiama ironia. La perfezione esiste e si compone di molteplice diversità.

Lupa bianca, lupo nero, di Marie Aude Murail, è il primo capitolo di una serie di romanzi centrati sul mondo dello psicologo antillano Sauver Sant Yves e di suo figlio, Lazare.

Dove se non nello studio di uno psicologo, Murail poteva far convergere in modo del tutto intelligente, casuale e logico le mille problematiche che l’umanità affronta ? Un dottore in psicologia qualunque? No, un uomo alto e affascinante e di colore. Non risparmia nulla l’autrice. Davvero una galleria effervescente e ricca di tematiche attualissime che tormentano l’umanità che cambia e si adatta come ha fatto per millenni e non senza fatica. L’ironia ci accompagna alla scoperta di chi siamo, sotto lo sguardo benevolo di chi sa sorridere di se stessa e vorrebbe che tutti sapessero farlo.

Ognuno legge nei libri quello di cui ha bisogno. Io leggo e cerco nelle storie quello che penso possa fare di me una romanziera migliore. Spesso dico che i miei manuali di scrittura sono i romanzi buoni, creativi, sorprendenti. Quando li incontri, ti capisci meglio.

Dopo una prima parte che sembra un lungo prologo denso, capace di offrire ai lettori una umanità viva, ironica e dolorosa al contempo, il romanzo vira sul vissuto del protagonista e la sua storia personale in un crescendo di mistero e profondità di sentimenti. Chi aiuta gli altri, sarà in grado di aiutare se stesso? Quanta complessità in questo intreccio di sguardi sugli altri e su se stessi! Nella variegata complessità ci possiamo riconoscere e intraprendere la ricerca che a ognuno di noi spetta per capire, per non restare sulla superficie dei sentimenti e delle emozioni.

Ma io mi sono fermata prima. Quello che ha colpito me è la densità umana. Identità di genere, autolesionismo, relazioni di coppia, bullismo, pedofilia, atti estremi e razzismo solo per citare alcuni dei temi che spesso i romanzieri che scrivono di ragazzi affrontano uno per volta in una storia alla volta. I problems books estremizzati. Qui i problemi estremizzati sono mescolati e accostati perché nulla è mai analizzabile da solo se non non nella fiction, quella banale.  È come se vedessi questo meraviglioso romanzo fare le pernacchie a chi serio serio scrive un libro con una tematica adolescenziale che va isolata, descritta e bandita dal cuore e dall’animo del lettore adolescente. Una procedura che disumanizza la realtà, la semplifica per spiegarne la complessità (assurdo, no?) ed è un misero raccontare per iscritto, senza nulla attingere all’arte del romanziere. Davvero pensiamo che libri così scritti servano? Servono forse a chi il problema non lo conosce, non l’ha incontrato nella sua giovane vita e lo guarda dall’esterno senza curiosità. Chi nei casini di quel problema ci vive, il libro non lo legge e se lo leggesse ne riderebbe. Quel libro non serve a nessuno, se non a rassicurare noi adulti che abbiamo fatto il nostro dovere di educatori. Male. Fingendo di fare i romanzieri. Un pasticcio.

Questo vuol dire che di certe tematiche non se ne deve parlare? No! Ne puoi scrivere solo se le conosci bene o le hai vissute. E alcune le abbiamo vissute tutti noi. Credetemi. È solo una questione di registro.

Sto mescolando le carte?

Esatto. Ma mi spiego o meglio ci provo. A beneficio di chi legge e anche mio, sia chiaro.

cover InvisibileNel mio Invisibile (San Paolo Ragazzi 2012), definito un romanzo a sfondo sociale, si dispiegano un intreccio di realtà emozionali che toccano i protagonisti. Significa che possiamo trovare all’interno della storia la tematica del bullismo tra le altre, ma non isolata e indagata. Quello che accade ai ragazzi è vita vera; chi di noi non si è mai trovato di fronte a un bullo? Non necessariamente qualcuno che ti ha spinto a pensare di toglierti la vita, ma qualcuno che ti ha umiliato, quando hai dovuto incassare e poi riprenderti e magari voltare pagina. Succede. Silvia in Invisibile subisce Mich, ci sta male ma la vita va avanti e arriva il capitolo successivo dove Mich non esce né vincente né perdente, lui non è stato messo in crisi, sebbene alla fine si sia dato da fare proprio per aiutare Silvia, Silvia che invece è cresciuta. Un intreccio? La vita è un intreccio e la storia che racconta Invisibile non è di bullismo, affonda nel sociale, appunto: in ciò che è relativo all’ambiente umano in cui si vive e all’ordine a esso inerente (Devoto-Oli).

Possiamo porre questioni di principio, raccontando. Lasciare che il lettore si identifichi e poi sedimenti in lui il pensiero del proprio principio di giustizia sociale e umana. Creare, quindi, spazi di libertà di pensiero; nessuna forzatura e nessun indottrinamento, raccontando. Ecco il grande potere del romanzo, il valore di storie come quelle che racconta Murail. (Non io! Che sia chiaro, io ci provo!)

Leggere può rendermi una romanziera migliore, spero. Finché io mi farò domande, avrò storie da raccontare. Un romanzo non dà risposte, indiscutibilmente regala i dubbi dello scrittore al lettore. Questo per quanto riguarda il messaggio profondo che ogni storia contiene, per il resto un romanzo per me è emozioni, sorprese, scoperte, passioni e vibrazioni… esplose o contenute, dosate a ritmo lento o incalzante, distese nel tempo o condensate in un attimo di parole e vita.

E poiché i romanzi sono incontri e gli incontri con i grandi romanzieri fermano momenti e alimentano pensieri, ecco la dedica che la signora Marie Aude Murail ha fatto sulla mia copia del suo Miss Charity. Una casualità?

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leggere e far leggere, un mestiere, una passione… una necessità

 

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Fiutando libri… sgranocchiando avventure!

I figli del re di Sonya Hartnett mi ha coinvolto come pochi romanzi. Se l’inizio sembra un po’ scontato, poi tutto è diventa affascinante: personaggi, paesaggi, situazioni. La storia è convincente, ricca di spunti e mai banale, anche raccontando di bambini e adulti come tanti, ma dalla psicologia sfumata e vivi tra le pagine. Me ne sono chiesta il perché.

Forse, romanzieri si nasce non si diventa.

Se mentre leggi scatta lo stupore, la voglia di andare avanti, la soddisfazione del finale, ti rendi anche conto che non è sempre così quando leggi. C’è una decisa differenza. Si pubblicano tanti libri e gli editori non sempre selezionano in modo adeguato per offrire buoni romanzi e non solo storie scritte.

Ultimamente, almeno nella narrativa destinata ai ragazzi e agli adolescenti, mi pare che sia troppo sfruttata la scrittura in prima persona. Forse dà allo scrittore l’impressione che si riesca meglio a stabilire empatia con il lettore. Probabile, ma è un’arma a doppio taglio. Difficile tenere se stessi lontano del personaggio. Difficile non banalizzare. Pericoloso confondere/mescolare le emozioni, le sensazioni, le percezioni dell’adulto che scrive con quelle dell’adolescente che vive tra le pagine. Altissimo il rischio di parlare solo a se stessi cercando di farsi ascoltare da tutti.

Più complicato è essere narratrici o narratori esterni. Emozionare anche con luoghi, profumi, ombre, urli o grida di un mondo in tre dimensioni che non solo il cinema sa generare. Gli scrittori bravi lo sanno creare da sempre. (E anche i bravi attori sul palcoscenico). Tecnicamente una sfida. Saper narrare una storia è prerogativa di pochi, scriverla bene è un dono creativo ancora diverso. E poi il finale. Forse la discriminante maggiore è proprio il finale: aperto o chiuso deve sorreggere l’intero romanzo. Spaventa? Deve. Non smettiamo di leggere.

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Libri come Polli

Ci penso da un po’

Ci penso da quando ho letto la richiesta in un gruppo social di un libro che sviluppasse un tematica specifica. I libri a tema sono comuni nell’editoria per ragazzi. Vogliamo parlare di bullismo/integrazione/ambiente? Partiamo da un libro. Nulla di male se il libro non fosse scritto appositamente. Troppo spesso un libro furbo, scritto a tavolino, che non emoziona con una buona scrittura o una buona storia.

Non cerchiamo i libri a tema ma i temi nei libri. Questo non lo dico solo io, molti lo affermano con forza e determinazione. Un buon romanzo contiene naturalmente in sé svariate tematiche. Ognuno può scegliere quale approfondire, se ne ha voglia.

In quel gruppo social che parla di libri per ragazzi, guidato da amministratrici appassionate, c’è stata una bella discussione sull’argomento che alla fine ha reso scontenti molti: non criticateci perché cerchiamo libri a tema, dateci solo bei titoli!

Nonostante tutto è arrivata una nuova richiesta: libri che insegnassero ai ragazzini il senso della responsabilità. Ecco, spesso i libri per ragazzi hanno per protagonisti ragazzi che vivono un’avventura, si aiutano, sbrogliano misteri magici o realistici. Si prendono la briga di fare qualcosa di speciale per loro o per gli altri. Non vogliono coinvolgere gli adulti. Vogliono essere responsabili di se stessi magari sbagliando. È uno degli scenari più comuni.

Allora mi è venuto in mente il pollo (povero pollo) nudo e schiacciato nella vaschetta del banco macelleria del supermercato e quel bambino di città che pensando al pollo lo immagina così e non che razzola nell’aia becchettando vermetti.

Il pollo è stato un pennuto grassottello e prima ancora un pulcino, come possiamo averlo dimenticato?

Il libro è stato una storia viva e vibrante, come possiamo considerarlo solo un pezzo di carta stampato?

Forse potremmo ricominciare dalle parole giuste.

Vorrei che mi suggeriste un libro nel quale vi ha tanto emozionato e stupito quello che il protagonista fa nel prendersi cura di qualcuno o qualcosa.”

È come quando diciamo a un bambino che è una femminuccia se piange. C’è dietro quelle parole una demonizzazione del pianto perché emozione femminile e sinonimo di debolezza. Meglio non dirlo, quindi. Non lo diciamo.

Forse dobbiamo tutti ricominciare con l’educarci a dire le parole giuste per formulare così richieste giuste.

Chi chiede i libri a tema, non conosce ancora il piacere della lettura, non lo fa in malafede. È come quel bambino di città per il quale un pollo in piume e ossa non non è un’immagine familiare.

Quindi è bello scambiarsi condigli letterari, ma facciamolo condividendo anche quel parlar bene che accompagna la giustezza dei concetti. Forse aiuterebbe, aiuterebbe tutti: chi legge e chi scrive.

Ecco è questo che avevo in mente da un po’.

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FestivaLetteratura 4-8 settembre 2019 a Mantova

Il Festival della Letteratura di Mantova arriva come un bellissimo regalo di fine estate.
Arriva il Festival per me perché un’editrice ha creduto in una mia storia tanto quanto me e in me molto di più di quanto io creda in me stessa (…frase difficile, ma vera).
Grazie Sinnos, Della Passarelli e Emanuela Casavecchi.
Già, perché alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna le organizzatrici del Festival sono andate a chiedere a Della di me. Ne è nato un dialogo buffo.
– Della, ci presenteresti la tua autrice che la vorremmo al Festival con La figlia dell’assassina?
– Ma la conoscete bene…
– No, non sappiamo chi è!
– Ma se era al Festival con il gruppo di lettura adolescenti!
Già, ci conoscevamo bene. Ecco, a questo dialogo ci tengo, perché mi racconta. Ho una doppia personalità: quella della lettrice e quella della scrittrice…e tra loro s’incontrano solo in segreto!

Svelato il mistero tutto è cominciato e mi hanno affidato gli eventi di colleghi e colleghe, amici e amiche come Laura Bonalumi, Luigi Ballerini e Emanuela Nava, che ammiro e di cui ho potuto felicemente leggere di tutto; un bellissimo laboratorio sulle Recensioni Emotive (appellativo coniato da Livia Rocchi! Che si sappia!) del gruppo Leggere Ribelle (domenica alle 11.00); un incontro mio e di Davide Longo (di cui ho letto tre bei thriller, scritti benissimo) con Simonetta Bitasi in cui parleremo di libri-ponte tra adulti e ragazzi e di ReadOn, un progetto bellissimo. (Sabato alle 19.00).

Metteteci una cena con un’editrice speciale, il venerdì del Festival con il gruppo dei ragazzi e delle ragazze di Leggere Ribelle e un pass FestivaLetteratura con cui accedere a quasi tutti gli eventi (… e mi sono allenata in montagna per avere il fiato di non perdere nulla! Sono un animale da Festival, io!) e cercate di capire quanto possa essere contenta… Tanto, insomma!

Gli eventi a cui partecipo li trovate qui in coda alla mia biografia e bibliografia

festivaletteratura.it/it/2019/autori/giuliana-facchini


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Pubblicato in: Come nascono le mie storie

Un attimo, tutta la vita… come nascono le storie

Certe storie nascono davvero in modo curioso!

Eravamo qui…

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Fulvia ed io. C’eravamo incontrate per pranzo. Chiacchieravamo del più e del meno; lei arrivava dalla palestra io da una passeggiata per Milano con la mia amica Anna.

Con Fulvia non eravamo amiche come lo siamo ora, ci conoscevamo, era stata la mia editor per un libro della collana che lei dirige per le edizioni Paoline.

Era almeno un anno che mi arrovellavo il cervello con l’idea di una storia che non riuscivo a scrivere. Ero certa che non l’avrei mai scritta eppure non volevo rinunciarvi, ci credevo, pensavo potesse diventare un buon romanzo.

Stavamo prendendo una caffè quando le chiesi se quella storia voleva scriverla con me. Lo feci d’istinto senza pensarci troppo. Certe strade bisogna percorrere insieme se da soli non ce la fai. E io da sola non ce l’avrei fatta. L’argomento era troppo forte e io troppo emotiva, mi avrebbe preso la mano e mi avrebbe trascinata lontano dalla stesura di un qualsiasi buon romanzo verso una terra di emozioni incolte.

Fulvia non mi rispose subito, mi telefonò qualche giorno dopo dicendo che sì, l’idea le piaceva, che ci stava.

Fulvia: Ero arrivata al Crazy CatCafè con il cuore in subbuglio. Avevo appena avuto una crisi di pianto e autocommiserazione, capita nelle fatiche della vita di mamma di due adolescenti. Ma avevo messo da parte il mio turbamento per godermi l’incontro in quel luogo così singolare, in cui i gatti scorrazzano liberi e si struscino alle gambe dei clienti e balzano sui loro tavoli. Giuliana era già una gattara, io non ancora, ma lo sono adesso dopo la convivenza di oltre un anno con la mia Grace. Da anni sognavo di scrivere una storia a quattro mani: una sfida stimolante per una scrittrice, che mi mancava e a me piace cimentarmi in nuove imprese. Così quando Giuliana ha buttato lì quel tema,
il dramma degli incidenti stradali in scooter, ho sentito subito quel frizzicorino nel cervello, che si accende quando sono di fronte a una buona idea. Dovevo solo trovare la chiave giusta, che fosse originale e che affrontasse un tema così tragico in modo non melodrammatico e scontato. Non avevo dubbi che mi sarebbe venuto in mente qualcosa.

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Al Crazy CatCafè avevo detto a Fulvia quale era l’idea della quale volevo scrivere e quello che assolutamente non volevo che diventasse. Avevo ben chiaro solo il capitolo centrale. Quale sarebbe stato il finale non lo sapevo e quello che avrebbe potuto essere la potenziale conclusione non mi piaceva affatto. Senza aver neppure iniziato a imbastire adeguatamente la trama, mi disse lei il finale. A me non era proprio venuto in mente. Era quello giusto. Pensai che quella storia sarebbe diventa un buon romanzo: avevamo il capitolo centrale e anche il finale. Era un buon inizio!

Fulvia: Gli argomenti drammatici sono la mia passione. Tutti i miei romanzi per adolescenti toccano tematiche scottanti, estreme. Far vibrare le corde dell’emozione, senza pateticismi, ma scandagliando l’animo umano, questo amo fare. Sì, sarebbe stata una buona storia. 

Una sera ci sentimmo al telefono e sebbene sulle prime eravamo un po’ intimidite ci volle un attimo per scioglierci e lasciar correre libera la fantasia. Lei scelse i nomi dei due personaggi protagonisti e io li adorai subito. Io scrissi il capitolo centrale (chi ha detto che si deve sempre partire dall’inizio?) che avrebbe fatto da chiave di violino per accordarci e scrivere insieme.

Fulvia: Non è inconsueto per me iniziare a scrivere un romanzo non rispettando il naturale ordine dei capitoli. L’importante in una storia è coglierne il nucleo centrale, la cosiddetta ispirazione, poi il resto di intreccia, usando anche un po’ di mestiere. E se nella scrittura individuale si può anche procedere per tentativi, e improvvisazione, quando a scrivere si è in due occorre che la trama sia molto chiara sin dall’inizio, con una precisa scansione dei capitoli, in modo da tenere sotto controllo le tappe della stesura. E in questo caso era semplice, perché i protagonisti erano due, un ragazzo e una ragazza, e ognuna di noi se ne è scelto uno per narrare la storia dal suo punto di vista che così si alternava con quello dell’altro personaggio.

Stabilimmo i capitoli e il numero di battute da rispettare e poi partimmo: io scrivevo un capitolo e glielo inviavo, lei lo correggeva e mi inviava il successivo scritto da lei, che io a mia volta correggevo. Io valutavo le sue osservazioni sulla mia scrittura, lei le mie. E procedemmo così. Senza che nessuna delle due si offendesse mai e con un’empatia che mai potevo immaginare quel giorno al Crazy Cat. Tutto filò liscio fino alla fine. Umiltà e rispetto non ci sono mai mancati, forse per questo è venuto fuori un buon romanzo. Almeno secondo noi. Ognuna ha dato il meglio di sé e il superfluo abbiamo saputo buttarlo via.

Fulvia: Scrivere in coppia ti costringe a rispettare i tempi, evita le distrazioni, è come percorrere un binario in cui è difficile deragliare. Per cui scrivere questo romanzo è stato per me più facile che in altre occasioni più solitarie. E permette di fare in corsa un buon editing, perché l’occhio esterno sulla propria scrittura lima le sbavature, migliora la forma e la coerenza. E pur essendoci ritrovate in questa avventura per caso, ed essendo due perone caratterialmente molto diverse, la nostra scrittura si è amalgamata fino quasi a fondersi tanto da non risultare distinguibile per chi legge.

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Sono felice che questo romanzo abbia trovato la sua voce e sono felice di aver trovato un’amica.

Fulvia: A me personalmente è rimasta la voglia di farlo ancora, tutto sta a ritrovare quell’alchimia. Merito del Crazy CatCafè?

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UN ATTIMO, TUTTA LA VITA

di Fulvia Degl’Innocenti e Giuliana Facchini

Raffaello Ragazzi, collana Insieme

Orlando ha 16 anni e adora spostarsi in scooter, per lui è più di un mezzo di trasporto, è quasi una parte di sé. A una festa conosce Angelica e, dopo qualche schermaglia, i due ragazzi si innamorano. Tutto sembra andare bene fino a quando arrivano i primi litigi. Dopo uno di questi, Orlando parte con lo scooter: ha il cuore in subbuglio e presta meno attenzione alla guida.
Eppure sa che per rischiare tutto, persino la vita stessa, basta un attimo. E Orlando vivrà sulla sua pelle proprio ciò che in quell’attimo accade.

E siamo certe che il luogo dove tutto è nato,

porterà fortuna a questo romanzo!

Buona lettura

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Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Donne in corriera e madri da tartufo

Leoni da tastiera…

Leggo, li leggo tutti dal primo all’ultimo con attenzione. Non c’è una linea coerente di critica all’articolo ma una pioggia di idee a volte confuse a volte rabbiose, raramente argomentate. Non c’è la logica del dialogo o una discussione reale come farebbe la Biancardi in classe. Sopratutto si parla di false denunce di molestie da parte delle donne e l’ipotesi più gettonata è che laura voglia diventare una modella o un’attrice e abbia trovato il modo per farsi pubblicità. (…) È tutta roba da cinquantenni…”

Sono le parole di Valerio nel mio Se la tua colpa è di essere bella. Un libro cui tengo molto. Lo cito perché il social su cui scrivo anch’io è abitato dai Leoni da tastiera (che è pure il titolo del capitolo). Io commento poco e scrivo poco su fb. A dire il vero ho un profilo privato con amici e persone con i miei stessi interessi e la mia stessa educazione. Preferisco così. Essere nella mia isoletta felice di buon senso e utili discussioni. Mi guardo bene dal pescare amici nel mare dell’orrore e delle ingiurie. Un ecosistema senza leggi, un Far West virtuale che sparge sangue peggio di Tarantino, abitato da tutti: dai politici ai divi del cinema, pochi riescono a star fuori. Si entra anche solo per sbirciare gli altri, gli amici. Solo lì siamo quello che vorremmo essere, ma non possiamo essere davvero nella vita.

E la questione, in certi casi, prende una piega che fa rabbrividire.

Come dice Valerio, sono i cinquantenni a dare l’esempio di come si fomenta l’odio e la violenza.
I miei lettori ideali (come scrittrice) non ci sono nei vecchi social. Perché, allora, quelle parole sopra citate sono in libro per ragazzi/giovani adulti? Perché un libro per ragazzi non è solo per ragazzi ma per tutti e parla a tutti. E l’ispirazione arriva dalla realtà. Ecco perché quel “per ragazzi” non mi piace.
La conclusione è che i ragazzi se ne sono andati altrove per comunicare tra loro e alla loro maniera. Noi un po’ l’inseguiamo e un po’ no. Per fortuna. Possiamo scimmiottarli ma siamo lontano anni luce dalla loro filosofia della comunicazione. È un’altra lingua, un altro mondo. Anche noi da ragazzi fuggivamo dagli adulti.
Sicuramente esiste il fenomeno del cyberbullismo, ma esistono anche tanti ragazzi sani. Ho due figli maschi e a loro certi commenti rivolti a una donna (o rivolti a chiunque) non sarebbero neanche mai venuti in mente, come non sarebbero venuti in mente ai loro amici. E non sono il genitore che non sa valutare i propri figli, anche questa sarebbe una facile accusa da cinquantenne disilluso e sofferente, incapace di godere della propria età, dei rapporti umani (che sono cosa meravigliosa) e della bellezza che ci circonda. Perché la bellezza esiste, anche in questi tempi bui, basta cercarla e saperla vedere. Una buona direzione in cui incanalare energie.

 

Scrivere è dar voce a una storia che scorre sottopelle e che una volta stampata l’autore o l’autrice affida al lettore. Sarà il lettore a dargli un senso. Il proprio. Ma i veri lettori esistono nel nostro Paese?

E questa è un’altra storia, un altro articolo…

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Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Fiutando Libri!

Gruppi di lettura per adolescenti: appunti di viaggio

Ho avuto la fortuna di coordinare un gruppo di lettori adolescenti ( LEGGERE RIBELLE ) che ha concluso la sua prima stagione qualche giorno fa e sento il desiderio di condividere in questo articolo alcune considerazioni tratte dalla mia esperienza. Questo blog è per me un diario professionale e anche personale, lì dove il mio mestiere e la mia vita si sovrappongono.

Io sono un’autrice, ma da vent’anni, da quando ho cominciato a scrivere storie con protagonisti ragazze e ragazzi, non ho mai smesso di leggere romanzi di colleghe e colleghi italiani e stranieri e di curiosare ovunque si parli con competenza di promozione/educazione alla lettura. Oggi essere un’autrice (etichettata) per ragazzi ha poco a che vedere con la visone romantica della scrittrice tout court.

Non so bene quando mi sia venuto in mente di provare creare sul territorio dove vivo uno spazio dedicato ai lettori dai 13 ai 17 anni, ma in realtà credo di averlo meditato e studiato per anni. Forse non pensavo neanche che un giorno lo avrei fatto davvero.

Dopo un incontro in una scuola per uno qualunque dei miei romanzi, non so bene perché, ma si finiva per restare sempre a chiacchierare di libri con un gruppo di ragazze e ragazzi, che spesso mi sacrificavano la ricreazione. Non mi è mai piaciuto fare incontri con platee enormi, dove posso spezzetto, resto ore in più con lo stesso compenso (!) ma cerco il dialogo e il confronto personale con i miei lettori. Sempre. Consigliavo libri e finivo per raccontarli in breve e vedevo occhi affamati intorno a me. Insomma la fame di libri tra gli adolescenti c’è. I potenziali lettori si nascondono ovunque.

Quello che mancava, dunque, era uno scaffale dove trovare buoni romanzi di narrativa contemporanea. Libri sconosciuti nelle scuole e poco venduti/proposti nelle librerie se non in quelle specializzate. Buona letteratura pluripremiata da anni in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e non solo, ma per lo più sconosciuta agli adolescenti in Italia.

Come a volte capita, forse si sono allineati i pianeti giusti, ho incontrato un’educatrice territoriale Paola Zermian che crede nel potere dei buoni romanzi in età adolescenziale e una bibliotecaria indomita e quindi tutto è cominciato.

Tre importanti punti da unire per partire con un gruppo di lettura dedicato ai ragazzi dai 13 ai 17: una pedagogista, una persona che conosce bene il territorio e una lettrice forte in grado di portare agli adolescenti i libri giusti per far nascere la passione per la lettura o anche solo alimentarla adeguatamente.

Quali sono i libri giusti? Quelli che consigliano altri lettori adolescenti.

Questo è il principio da cui parte tutto. Se mi sento in grado di proporre libri a un gruppo di ragazzi è perché per anni e anni ho letto libri consigliati da lettori adolescenti esperti (come quelli, per esempio, del festival di Mare di libri di Rimini). Da lì tutto è cominciato. Ho ascoltato autori come Murail, Chambers, Burgess e parecchi altri, ho partecipato a seminari organizzati da Festivaletteratura di Mantova o Hamelin di Bologna e partendo dai gusti dei ragazzi e della scrittura di grandi autori contemporanei pluripremiati e grandi educatori alla lettura, sono nate le mie bibliografie. Anni di letture. Anni ad ascoltare consigli letterari di esperti che stimo e ammiro. Anni ad approfondire gli spunti che mi arrivavano. Anni, non giorni e solo per avere un piccola formazione. Lo riconosco.

Lo ribadisco perché un gruppo di lettura per ragazzi adolescenti non s’improvvisa. Quando s’improvvisa, scusate se lo scrivo e sono antipatica, si fanno danni o al massimo non si creano lettori (e allora un club serve solo ad alimentare l’ego dell’adulto che lo dirige). Che danni? Più che danni, occasioni perse: non si allargano le prospettive di lettura con buoni libri; non si affina il gusto per la lettura che poi con il tempo porterà il lettore a cercare altri buoni romanzi, i propri buoni romanzi, scegliendo con cognizione di causa.

I libri giusti sono quei romanzi che sono ben scritti e raccontano una buona storia e che affrontano argomenti forti e vibranti, perché se vogliamo creare lettori (o la passione per la lettura) tra i giovani adolescenti dobbiamo mirare al cuore e toccare le loro emozioni.

Di autori contemporanei perché vicini alla realtà dei potenziali lettori e vivi perché non si facciano l’idea che la letteratura appartenga solo a persone morte. (I mestieri creativi esistono anche oggi).

Scrittura contemporanea di grande qualità+una buona storia+emozioni.

Altro particolare importante è che non si deve obbligare nessuno a leggere un certo romanzo, ma si può, a ogni incontro, offrire un ventaglio di proposte invitanti e accattivanti, soprattutto se si accolgono lettori dai 13 ai 17 anni, che sono molto diversi tra loro. Noi siamo arrivati ad avere sul nostro scaffale dei libri 100 romanzi, in un anno e 10 incontri. Ognuno affronta la lettura quando vuole e quando se la sente, non c’è obbligo. Ci sono molti buoni romanzi diversi tra loro. Si può leggere di quello che interessa o stimola di più in quel preciso momento della vita, senza imposizioni. E poi ogni lettore può portare le proprie proposte di lettura.

Dunque, a ogni incontro si potrà scegliere liberamente un libro da leggere, che poi con naturalezza spesso diventano più di uno. I buoni libri mettono appetito.

Il libro letto poi si racconta/ propone agli altri giovani lettori senza fare spoiler e con l’entusiasmo o il non entusiasmo che ha suscitato la lettura. Se si sono letti gli stessi libri (capita naturalmente) se ne discute. Ne discutono tra lettori. Certi romanzi arrivano poi sul blog del gruppo sotto forma di consigli letterari. Quindi se l’argomento che attira il lettore adolescente è forte, verrà letto/vissuto, poi raccontato e quindi addirittura scritto. Tutto questo si chiama crescere con i libri, diventare lettori consapevoli e autorevoli, saper parlare e scrivere e pensare. Un’operazione delicatissima che va fatta con responsabilità nonostante sostanzialmente per i ragazzi sia solo leggere insieme. Ecco perché un’educatrice esperta di dinamiche di gruppo adolescenziali c’è, osserva, legge, supporta.

Perché un blog?

Il blog è la voce della piccola impresa di alcuni ragazzi adolescenti nel mondo della lettura; lascia una traccia nel tempo per noi e per gli altri; combatte l’immagine del ragazzo lettore come solitario e casalingo, lo trasforma in leader positivo: i ragazzi che leggono creano ragazzi che leggono.

Importanti sono soprattutto i momenti di verifica e riflessione tra gli organizzatori ma anche tra gruppi di lettura.

Ecco a cosa serve fare rete: al confronto. E serve uscire dalle pareti della biblioteca, zona confort, e andare ai festival, partecipare a iniziative collettive, incontrare autori e conoscere altri ragazzi che partecipano ad altri gruppi di lettura.

E ancora, chi si prende il piacere e l’onere di organizzare un gruppo di lettura deve fare autocritica se necessario e i conti con i bilanci di fine anno; senza timore, senza vergogna verificare con chi l’affianca i punti critici e migliorarsi, perché tutti sbagliamo e tutti possiamo migliorare.

Insomma fare le cose per bene per creare lettori adolescenti, per far crescere quelli deboli e alimentare quelli forti, non ha nulla a che vedere con l’improvvisazione sopratutto in un Paese di adulti non lettori.

Come per il teatro e per la danza così anche per la scrittura, tutti si sentono autorizzati e competenti per scrivere libri, fare corsi di scrittura o organizzare gruppi di lettura per ragazzi adolescenti (che sono cosa diversa da quelli per adulti).

Nessuno manderebbe il proprio figlio in una scuola dove insegnano docenti che non hanno una laurea e non sono abilitati all’insegnamento, ma nessuno ha problemi a comprare un libro di pessima qualità per i propri figli o per sé… ma questa è un’altra storia e un altro articolo.