Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Donne in corriera e madri da tartufo

Leoni da tastiera…

Leggo, li leggo tutti dal primo all’ultimo con attenzione. Non c’è una linea coerente di critica all’articolo ma una pioggia di idee a volte confuse a volte rabbiose, raramente argomentate. Non c’è la logica del dialogo o una discussione reale come farebbe la Biancardi in classe. Sopratutto si parla di false denunce di molestie da parte delle donne e l’ipotesi più gettonata è che laura voglia diventare una modella o un’attrice e abbia trovato il modo per farsi pubblicità. (…) È tutta roba da cinquantenni…”

Sono le parole di Valerio nel mio Se la tua colpa è di essere bella. Un libro cui tengo molto. Lo cito perché il social su cui scrivo anch’io è abitato dai Leoni da tastiera (che è pure il titolo del capitolo). Io commento poco e scrivo poco su fb. A dire il vero ho un profilo privato con amici e persone con i miei stessi interessi e la mia stessa educazione. Preferisco così. Essere nella mia isoletta felice di buon senso e utili discussioni. Mi guardo bene dal pescare amici nel mare dell’orrore e delle ingiurie. Un ecosistema senza leggi, un Far West virtuale che sparge sangue peggio di Tarantino, abitato da tutti: dai politici ai divi del cinema, pochi riescono a star fuori. Si entra anche solo per sbirciare gli altri, gli amici. Solo lì siamo quello che vorremmo essere, ma non possiamo essere davvero nella vita.

E la questione, in certi casi, prende una piega che fa rabbrividire.

Come dice Valerio, sono i cinquantenni a dare l’esempio di come si fomenta l’odio e la violenza.
I miei lettori ideali (come scrittrice) non ci sono nei vecchi social. Perché, allora, quelle parole sopra citate sono in libro per ragazzi/giovani adulti? Perché un libro per ragazzi non è solo per ragazzi ma per tutti e parla a tutti. E l’ispirazione arriva dalla realtà. Ecco perché quel “per ragazzi” non mi piace.
La conclusione è che i ragazzi se ne sono andati altrove per comunicare tra loro e alla loro maniera. Noi un po’ l’inseguiamo e un po’ no. Per fortuna. Possiamo scimmiottarli ma siamo lontano anni luce dalla loro filosofia della comunicazione. È un’altra lingua, un altro mondo. Anche noi da ragazzi fuggivamo dagli adulti.
Sicuramente esiste il fenomeno del cyberbullismo, ma esistono anche tanti ragazzi sani. Ho due figli maschi e a loro certi commenti rivolti a una donna (o rivolti a chiunque) non sarebbero neanche mai venuti in mente, come non sarebbero venuti in mente ai loro amici. E non sono il genitore che non sa valutare i propri figli, anche questa sarebbe una facile accusa da cinquantenne disilluso e sofferente, incapace di godere della propria età, dei rapporti umani (che sono cosa meravigliosa) e della bellezza che ci circonda. Perché la bellezza esiste, anche in questi tempi bui, basta cercarla e saperla vedere. Una buona direzione in cui incanalare energie.

 

Scrivere è dar voce a una storia che scorre sottopelle e che una volta stampata l’autore o l’autrice affida al lettore. Sarà il lettore a dargli un senso. Il proprio. Ma i veri lettori esistono nel nostro Paese?

E questa è un’altra storia, un altro articolo…

cover-feltrinelli-1

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Narrazioni necessarie e il mestiere dello scrittore

Sabato scorso ero alla premiazione del Premio Salgari nella bellissima villa Rizzardi di Negrar a Verona. Durante gli ultimi mesi i tre finalisti hanno realizzato parecchi incontri con i lettori, gli studenti nelle scuole e i detenuti del carcere circondariale. È stata letta una lettera che un detenuto ha scritto a uno degli autori, il suo vincitore del Premio. Mi sono commossa, perfino l’autore chiamato in causa, Matteo Strukul, non trovava le parole per replicare, e non è persona cui mancano le parole. Mio figlio, che ha accompagnato gli scrittori nel carcere, mi ha raccontato che le discussioni sono state sempre molto interessate e ricche di contenuti. A parte il riferimento alla lettura come evasione, il carico emotivo della lettera era importante. Mi ha fatto riflettere quell’uomo e in generale l’incontro con l’autore tra le mura di un carcere.

Io credo nella forza del libri ben scritti, meno alle performance degli autori che li accompagnano.  A differenza di quello con i detenuti e nelle scuole, agli incontri con lo scrittore spesso partecipano poche persone, non tutte così interessate, se non quando sono coinvolti autori famosissimi.

Quando si diventa scrittori? mi viene da chiedermi. Aidan Chambers nelle Confessioni del giovane Tidman fa dire al protagonista (ma potrebbe essere lui a dirlo) che fino a quando non pubblichi un libro non sei uno scrittore. Vero. Come un attore ha bisogno di un pubblico per recitare, così lo scrittore ha bisogno dei lettori. Oggi si ha tutto e subito e pubblicare è semplice. Auto-pubblicazioni e piccole case editrici a pagamento imperversano ma non garantiscono lettori. Quindi direi che per diventare scrittore, checché se ne dica, bisogna anche essere testardi e tenaci e arrivare a essere selezionati da una casa editrice molto seria che abbia una buona distribuzione e creda nell’autore tanto da investire in lui fatica e denaro propri.

C’è una responsabilità nell’essere scrittori e nell’essere editori. Scrivere romanzi non è un hobby o un lavoro inutile. Le storie possono avere un grande potere, hanno un loro ruolo quando il lettore non è finto o pseudo-colto, ma ha davvero bisogno di una narrazione.  Quella lettera rendeva evidente quanto è potente un buon romanzo e come la parola scritta entri affilata nella vita di una persona bisognosa. Ma tutti possiamo aver bisogno di una storia. E forse inizialmente abbiamo più bisogno di buone storie semplici e avventurose, avventure reali o dell’anima, perché spesso leggiamo solo in situazioni di emergenza. Lì riscopriamo il valore di un libro. E non credo che unicamente le mura di un carcere circondariale creino situazioni d’emergenza e di bisogno.

Essere scrittore o scrittrice vuol dire fare un mestiere che ha un valore. Non è cosa così scontata da non doverla  ripetere. Come non lo è ribadire che lo stesso discorso vale per chiunque faccia un mestiere creativo.

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Seguendo il filo di un pensiero

Seguendo il filo di un pensiero o di una perdita mentale di tempo, chissà: letto “Graffiti moon” di Cath Crowley giorni fa con piacere (…ascolterò l’autrice a MdL per “Io e te come un romanzo”). Uno dei protagonisti scrive poesie (così anche nel mio Se la tua colpa è di essere bella), l’altro lascia la scuola perché è in difficoltà ma si esprime con l’arte dei graffiti. (“Muoio dalla voglia di conoscerti” di A.Chambers – il protagonista ha le stesse difficoltà nello scrivere e si dedicherà all’arte). In generale si parla anche di aspettative genitoriali e di ragazzi che vogliono vivere della loro arte (così nel mio Un’estate da cani il protagonista scappa di casa per vivere della sua musica per strada). Sono tutti maschi, tutti ragazzi questi artisti e poeti. Sono i ragazzi a sognare questo di cui scriviamo? Oppure siamo noi scrittori a volerli invitare a non vivere di solo pane, ma anche d’arte? Eppure si arranca se si vuole fare del proprio lavoro creativo un vero lavoro (insomma pagarci le bollette). Senza buone poesie e storie e illustrazioni e buoni film e musica sparata nelle orecchie come potremmo vivere? Nessuno potrebbe farlo (chi lo fa non vive bene sicuro), eppure pochi sono disposti a pagarla la creatività per farsi di musica, storie, film, immagini dipinte, stampate e o graffitate. Roba buona che ci aiuta a rileggere noi stessi e il mondo. Perché questo libro, che non è un capolavoro, mi è piaciuto più di altri? Perché sono esterofila? (Come dice una mia amica). Perché è comunque una buona storia filtrata tra tante e ben tradotta? (Come dice il figlio). Perché è solo un romanzo YA che ci permette di sognare che si può di vivere d’Arte?

Non sono un’intellettuale, non mi rispondo, non mollo solo per vizio. Finirà come finirà.

Muro di Berlino – graffiti
Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

Chi ha paura di Babbo Natale?

Archivio e faccio bilanci. Sempre. È un vizio. E quest’anno, per l’articolo natalizio, vado sul personale.

Da ragazzina volevo fare l’attrice, sì sono stata un’undicenne folgorata su una poltrona del teatro Brancaccio di Roma; all’università scoprii il cinema, il dietro le quinte del cinema e il montaggio cinematografico: se le immagini sono la voce di un film il montaggio ne è il timbro; poi scoprii l’amore, che non ha nulla a che fare con il banale colpo di fulmine, l’amore gratuito che t’insegna a dare senza ritegno e i viaggi che però mi hanno accompagnato per tutta la vita, fino a tre anni fa. Quindi le storie prima raccontate e poi scritte.

C’è un filo conduttore nella mia vita che è il pozzo creativo e la ricerca di un’espressione che sia mia, che mi si adegui. Ho paura a definirmi scrittrice, non ho il dono di saper scrivere, ho solo imparato. Non so cantare, dipingere, scolpire. Mi piaceva scrivere sceneggiature, perchè sono un mezzo, non il prodotto artistico. Sono sempre stata creatività dirompente intrappolata in un corpo e un intelletto incapaci di assecondarla.

Dunque, infine (dai 40 ai 50 si può dire), ho vissuto tra le storie e nel mondo che le circonda con editori e scrittori, quelli bravi che conosci sui libri e a volte anche di persona. E i dubbi, la ricerca di una strada, la solitudine e gli abbandoni che ti scuotono e destabilizzano ma indiscutibilmente ti rendono viva e reattiva.

Quindi mi sono data le MIE regole, che come tutte le regole possono essere ignorate o svalutate ma restano.

Cara mia, mi sono detta, vedi di non dimenticare che…

sei una scrittrice solo quando un lettore (ragazzo o adulto che sia) ha scelto il tuo libro dopo essere entrato in una Libreria (virtuale o meno). Tra altre ha scelto la tua storia. Senza scuse, senza false illusioni o compromessi: questo è un dato di fatto.

Scrivere è durissimo e ci vuole coraggio e forza per lottare per le proprie storie; ci vuole umiltà e capacità di ricominciare, di cadere e di rialzarsi. Una scrittrice è una combattente, altrimenti è scrittura redazionale, non creativa. Scrivere per te è: non-aver-potuto-far-a-meno-di-immaginare quella storia e cercare di adoperare le parole giuste per raccontarla.

Scrivere significa mettersi a nudo, senza pudore, anche se sei brutta.

Scrivere è non riuscire a capire da dove arrivano le tue storie.

Non si costruisce un autore-personaggio ma un libro che non ti appartiene, che diventa del lettore perché è la sua immaginazione a far esistere la tua storia. Altrimenti rimane morta, sulla carta. Nei libri c’è totale libertà e questo deve far paura allo scrittore. Ti deve far paura.

Se negli anni a venire continuerò a rispettare queste regole con frutti economicamente dignitosi come quest’anno, avrò trovato il nome per il mestiere che faccio. Quel mestiere bellissimo che spaccia sogni per far sedimentare esperienze non vissute ma vive, che dona libertà e spirito critico e che migliora con il tempo come il vino buono.

Tutti abbiamo bisogno di alimentarci di emozioni: possiamo farlo con i pochi minuti di una canzone, con un paio di ore di film e con il tempo a lievitazione lunga dei libri, muri portanti sempre, in epoca digitale o analogica che sia. Essere il creatore di un piccolo sassolino di quei muri è uno sporco lavoro. Non è lavoro per chi è vanitoso, belloccio, ordinato e coordinato. Ci s’imbratta, ti manca  spesso il respiro, i muscoli dolgono e si passa per troppe vite per uscirne indenni. Eppure un buon libro è come un lavoro ben fatto e dà soddisfazione vederlo in giro. Ti avvicini orgoglioso agli scaffali in libreria, lo guardi con fare indifferente come se non fossi tu ad averlo scritto. Sei in incognito anche quando ascolti le critiche o gli elogi o le letture che tu non hai mai neanche immaginato.

Chi ha paura di Babbo Natale? Chi è Babbo Natale? E’ qualcuno invisibile.

Solo se non hai paura di essere invisibile puoi essere uno scrittore o una scrittrice. Me lo ripeto spesso.

Auguri!

Le mie storie (fino ad oggi!)

Una storia che parla d’amore

Una storia che parla di sogni

Una storia che parla di sfide

Una storia che parla di misteri

Una storia che parla di poesia

Una storia che parla di confini

Una storia che parla di avventura

Una storia che parla di coraggio

Una storia che  parla di difficoltà

Una storia che parla di amicizia

Una storia che parla di dolore

…e se sei arrivato fin qui: Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo, Fiutando Libri!

Ho incontrato un poeta

Caro Roberto Piumini,

voglio ringraziarti. Non l’ho fatto subito perché sono lenta e alle consapevolezze arrivo sempre un po’ “dopo”.

Sono venuta al laboratorio ICWA di sabato scorso senza aspettarmi nulla e quindi rilassata.

So, perché lo hai detto tu, che questo genere di laboratori li tieni anche nelle realtà disagiate del Paese, con bambini e adulti. Loro producono dei materiali che provengono dal loro territorio o da loro stessi e tu li fai diventare poesia. Questo, perché possano guardarsi come in uno specchio con i tuoi versi. Insomma è un modo per aiutare le anime a salvarsi.

Nel tuo laboratorio ci hai chiesto di creare su un foglio delle immagini, di non raccontare, di non usare parole, di gettare sulla carta emozioni legate a un tema (per me Folla). Immagini che tu poi avresti tradotto in poesia. Lo abbiamo fatto con un gruppo di lavoro, ma in fondo anche singolarmente. In uno spazietto io ho ritagliato un grosso cruciverba da una Settimana enigmistica e l’ho sminuzzato, ho stropicciato i pezzettini di carta, li ho ben bene maltrattati e poi li ho incollati vicini, sovrapposti, scomposti. Mi sono sporcata le mani di colla mentre disponevo brandelli di carta non a caso, seguendo dei comandi precisi che arrivavano da me, ma che non ordinavo io.

Da quella parte del cartellone/immagine tu hai tratto due versi:

“la gente cruciverba,

(non fu, anche il Primo, in croce?)”

Versi importanti e bellissimi.

Durante le successive fasi del laboratorio nelle quali ci siamo confrontati e spiegati hai detto che attraverso l’immagine della gente cruciverba, funzionale al testo poetico, volevi arrivare all’immagine di Cristo e non viceversa.

Da anni mi metto in discussione. Mi sono capita e ritrovata nel percorso del tuo laboratorio di poesia. La scrittura nei suoi contenuti, per me, rimane un percorso creativo. Quando scrivo, racconto una storia verso la quale ho solo un ruolo servile, pur essendo io stessa a crearla non so né da dove e né come nasca (esattamente come la disposizione dei pezzettini di carta di cruciverba). Eppure dalle mie storie i ragazzi sono arrivati a concetti importanti (forse non come Cristo) e me li hanno svelati.

Si può essere diseducati nei contenuti dello scrivere, forse la creatività non è educata e se in qualche modo educo con un romanzo non lo faccio apposta. Forse non sono abbastanza brava, forse è un’idea deviata della scrittura la mia, ma mi sono riconosciuta ed è un buon punto di partenza o almeno un sollievo per me. Grazie.

Scrivo per ringraziarti, ma scrivo anche per non dimenticare. Dopo averla inviata a te e dopo il secondo laboratorio ICWA per non spoilerare, metterò questa lettera sul mio blog (dove di solito è un cane a parlare) perché lì ci sono io.

Con gratitudine,

Giuliana

(domenica, 15 ottobre 2017)

 

Pubblicato in: Pensieri canini

Zuffa di sera, bel tempo si spera

Grosso meticcio a ore nove, Rottweiler a dritta e alle spalle un Labrador. Ad agosto stare in campeggio per noi cani non è uno scherzo. Gli umani non capiscono niente, ci mancano di rispetto. Il nostro naso è tormentato da infiniti messaggi odorosi diversi, il nostro istinto vorrebbe mettere ordine: stabilire gerarchie, allontanare i provocatori, identificare i reietti ma non è possibile. Infiniti guinzagli ci inchiodano in un quadrato di terra, senza neanche una recinzione a dare un senso alle nostre frustrazioni. Mi domando se sia questa la domesticazione…

Giorni fa, in val di Fiemme, abbiamo incontrato tre simil-border liberi nei campi lungo la strada. Mi hanno individuato da lontano e mi sono venuti incontro. Erano tipi montanari, tutto muscoli e lotta per la sopravvivenza. Zuffa di sera bel tempo si spera, mi sono detto. Poi mi sono ricordato di essere al guinzaglio e che dall’altro capo mi trascinavo la Umi* che è una che raccoglie le deiezioni e sfila orgogliosa davanti ai forestali nel bosco con me al piede. Niente zuffa, mi sono detto, buttarla a terra con uno strattone mi dispiaceva. Allora ho sentito la Umi dire: Richiamate i cani, per favore.

Lei chiede sempre per favore. Come se qualcuno facesse mai un favore a qualcun’altro che non sia se stesso. Lei è così. La trattano male e si avvilisce: non riesce a capire le cattiverie. Non ci arriva. E’ scema.

I cani da pastore mi hanno guardato e io ho bloccato la coda ritta in alto, ferma come una mezzaluna dal pennacchio bianco:  sarò pure al guinzaglio ma non ho la museruola ragazzi, intendevo dire a chiara coda. Il contadino, il capo di quei tre rozzi, era grosso, indossava una giacca vecchia e un cappello calato fin sugli occhi. Quello che della sua pelle si vedeva era del colore della corteccia degli alberi, scuro e rugoso. Ha fatto un sibilo che la Umi non ha sentito, ma che mi ha trapassato il cervello. Io non muovevo un muscolo tenendo d’occhio quei tre, ma loro si sono ritirati e hanno riparato accanto al loro grosso umano. Si capiva che si sarebbero divertiti a farmi a pezzi, ma avevano rinunciato. Lui era la mano che li sfamava dopo ore di guardia o di lavoro tra le pecore o le mucche, chissà. I tre gli scodinzolavano attorno, c’era un patto tra loro: tu mi sfami, io ti obbedisco, ‘fanculo la libertà!

Un classico, ma lo ammetto, un patto è più bello di un guinzaglio.

Io sono rimasto immobile, con un’orecchia e mezza dritte e lo sguardo attento. La linea del mio corpo elegante non aveva nulla a che fare con quei tre, la mia intelligenza da blogger, la mia convivenza con una scrittrice facevano di me un animale diverso. Sono sempre un cane, ma vuoi mettere?

Alcuni di noi cani lavorano nelle fattorie, altri praticano sport e parecchi fanno da badanti nella case degli umani. Poi ci sono io che sto con la Umi e penso che patto o guinzaglio la vita sia sempre un compromesso e, ‘fanculo la libertà, io proteggo la Umi che degli umani non ci si può mai fidare.

Concludo con un consiglio letterario non occulto né disinteressato (se lei vende io mangio): l’ultimo libro della Umi: UN’ ESTATE DA CANI che purtroppo non è la mia autobiografia, ma è strepitoso ugualmente. Abbaio mio!

 

 

 

(Umi= Umana di Riferimento, in questo caso Giuliana Facchini, leggi anche Spieghiamoci… per capire meglio! nda)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Per fare uno scrittore ci vuole un mare…

Sono le 5:53 e apro gli occhi. Sono tornata ieri sera dal festival Mare di Libri e questa non sarà una cronaca, ma un viaggio di pensieri. Non la farò breve. Perché un’autrice di narrativa per ragazzi (o presunta tale) dovrebbe essere spettatrice a un festival come MdL? Da bambina cercavo spesso a scuola o alle feste un posticino per osservare  quello che accadeva intorno a me. A MdL chi scrive per ragazzi può trovare un posticino (magari in penultima fila) per osservare autori e ragazzi dialogare. Un privilegio.

E’ un festival fatto dai ragazzi, questo è importante e si sente. I ragazzi sono loro stessi a MdL, è come quando le maestre lasciano esprimere liberamente i loro alunni e vengono fuori disegni sghembi e imperfetti ma veri.

Ho seguito una serie di eventi, ovviamente non tutti, e per primo Aidan Chambers, uno scrittore inglese ottantatreenne pluripremiato e consacrato da critica e lettori. Mrs Chambers, che sui jeans indossa la magliettina del festival, tiene una lezione serissima e densa di concetti importanti con leggerezza e umiltà disarmanti. Lui è al servizio delle storie e dei lettori. I ragazzi lo applaudono con affetto come fosse una star della musica pop (ragazzi adolescenti che urlano “bravo” a un 83enne? Stupitevi, è successo). Lui ha ha scritto libri di ineguagliabile originalità e forza narrativa, è un formatore e potrebbe divertirsi e gigioneggiare, ma non lo fa. Tiene una lezione in piena regola. Non spreca l’opportunità di essere davanti a dei ragazzi che rappresentano il futuro di tutti noi e non li sottovaluta.

Ecco la prima rigorosa lezione del festival.

Poi arrivo in sala, dove a parlare ai ragazzi è Bruno Tognolini e il registro cambia, ascolto il ritmo  originale del poeta, il poeta che è l’essenza delle cose e della natura.

“Ascolta, ascolta, il vento sta parlando” disse Giovannino chinando la testa da un lato “dici davvero che non saremo più in grado di udirlo quando saremo grandi, Mary Poppins? “Lo udirete benissimo” disse Mary Poppins “ma non lo comprenderete.”

Questo scriveva Pamela Lyndon Travers e Tognolini va oltre: Tu sei tutti e tu sei tu. Sono le rime che ci rimangono in testa ne Il giardino dei musi eterni e raccontano che facciamo parte di un tutto sebbene siamo individui. Il poeta Tognolini con quel suo modo speciale di raccontare parla di quelle donne e quegli uomini che si dichiarano madri e padri dei propri cagnolini. Non li deride, né si scandalizza. Con l’umiltà dell’uomo che si guarda attorno e si sente una piccola parte della natura e del tutto,  accetta quella paternità o maternità differita. Già, perché: Tu sei tutti e tu sei tu.

Il mio festival continua con Cristopher Vick che ho apprezzato quasi più del suo romanzo. I ragazzi non leggono storie d’amore a differenza delle ragazze e lui invece ne scrive. Bella la sua capacità come uomo di svelarsi davanti ai suoi lettori. Le scrittrici lo fanno con facilità, gli scrittori no. Pongono dei filtri, non si raccontano sempre sinceramente nei libri attraverso i loro protagonisti maschi per essere letti da lettori maschi. Vick lo fa e come lui pochi scrittori lo hanno fatto. Vick l’ho visto ascoltare gli incontri dei colleghi, attento e interessato. Anche questo non è da tutti.

Arrivo finalmente da J. Teller, l’autrice di Niente e ho la conferma che dietro un grande libro c’è una gran bella persona. Lei si pone e si è posta delle domande, che tutti dobbiamo saperci porre, partendo da: Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena di far niente, lo vedo solo adesso. (dalla prima pagina del libro). La Teller è una donna disponibile eppure ferma, dalla grazia nordica. Mette subito in tavola un pensiero che ritiene scontato (ma io credo non lo sia): I ragazzi devono avere i loro segreti (un pensiero a doppia lama che terrorizza molti di noi adulti). E’ fondamentale per diventare individui e non restare cuccioli a vita. Racconta che ha scritto il libro in due settimane, ma ci è voluta una vita intera per prepararsi a farlo. E parla di onestà. Uno scrittore deve essere, tutti noi dobbiamo essere onesti. E’ facile e comodo chiudere gli occhi e rimanere aggrappati alle nostre convinzioni senza mettersi in discussione.  Ecco il suo romanzo e la sua storia di persona. Anche Jennifer Donnely e Kenneth Oppel nei libri mettono loro stessi. La novelist newyokese Donnely (che adoro) con tocco squisitamente statunitense racconta che si mette in ascolto dei personaggi delle sue storie. Personaggi che arrivano dal passato per aiutarci/la a capire il presente. Con ironia parla di una sorta di seduta spiritica e poi Oppel dice di se stesso e di quanto di lui ci sia nel protagonista del suo libro.

J.Donnnelly

Ecco l’onestà dello scrittore che scava in se stesso e attraverso le pagine dei suoi libri si dona al lettore. (Lo so, suona un po’ alla Grotowsky! Sarà l’amore per il teatro che non esaurisce mai!) Tutti possono scrivere ma non è scrivendo che si crea un romanzo. Pagine di emozioni che attivano sentimenti e ci  lasciano inevitabilmente diversi quando finiamo di leggere, non possono essere facili e scontate da scrivere. Sono un percorso che scorre parallelo alla nostra vita.  E forse come Tognolini ha sottolineato… ognuno di noi scrive di quello che gli manca, di quello che sogna di essere o creare.

Una cosa buffa del Festival è stato veder firmare il programma di MdL da alcuni autori su richiesta di ragazzini o genitori. Non avevano il libro, immagino. Insomma una bella copia del fogliettino strappato dal quaderno che nelle scuole spesso gli alunni fanno firmare agli autori (sì, anche a me) quando non hanno comprato il libro.

Ce la facciamo a capire che il valore sta nel libro con o senza firma dell’autore, ma la firma dell’autore senza il suo libro è ben poca cosa?

MdL per me è stato anche la colazione piena di dolci fatti in casa dalla proprietaria dell’albergo dove alloggiavo, la piadineria del borgo e il mare dove lascio sempre scivolare i pensieri sul pelo dell’acqua come fossero le tavole da surf di Vick; sono state le lacrime alla fine della proiezione di Una vita da Zucchina; è stato la lettura di alcuni brani di libri scelti dai ragazzi fatta da Lella Costa con grande bravura o il cortile della biblioteca dove ho ascoltato Silvia Vecchini e l’attrice Alessia Canducci, alle undici di sera,  raccontare una fiaba della buona notte. Era una fiaba dei fratelli Grimm, una Cenerentola che non lasciava dormire sonni tranquilli.

Ma vogliamo davvero dormire sonni tranquilli?

 

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo, Ragionando di un cane di nome Brik...

Come convivere con un cane stalker e con l’arte di non saper cucinare

I border collie sono cani dalla forte personalità e dall’appetito insaziabile. Brik oltre a essere insaziabile ha un gusto da chef 5 stelle. La mia vicina di casa è un’ottima cuoca, io no. I suoi profumini sono da sempre una condanna per la mia famiglia. Brik aveva accuratamente scalzato un tratto di rete di recinzione tra le nostre case e si presentava a pranzo e a cena dai vicini. I cani dei vicini avevano sempre nelle ciotoline piccoli assaggi di manicaretti: penne al tonno, polpette, salmone alla griglia, ma i border sono veri assaltatori e i poveretti non facevano a tempo a mettere il muso nelle ciotole che un ladro gentilcane già se ne stava tornado a casa leccandosi i baffi.

Di comune accordo, per mantenere saldi i rapporti di buon vicinato abbiamo sostituito la rete di recinzione con una ben ancorata al terreno e alta un metro e ottanta. Brik ha studiato la questione a fondo, ha misurato a lunghe falcate la nuova recinzione, si è alzato sulle zampe per verificarne l’altezza. Ha fatto i suoi calcoli: il tempo di scavalcamento superava di gran lunga la permanenza dei manicaretti nelle ciotoline. I  cani dei vicini sono lenti, non fessi.

Brik ha cambiato tattica. Si mette in posizione strategica in modo da fissare attraverso le maglie della rete il tavolo da pranzo dei vicini che con la porta finestra aperta è perfettamente visibile. Tenta la strada dell’ipnosi e funziona. La vicina cede e si alza a portagli un bocconcino. Lui sbava e la guarda riconoscente (che se lei non ci conoscesse potrebbe chiamare la protezione animali tanto sembra affamato). La vicina gli porta pezzettini di formaggio e lui ama il formaggio. Ogni pasto un po’ di formaggio. I border sono imperiosi nel governare le proprie pecore. Sulle prime con un mezzo abbaio richiamava l’attenzione dei commensali vicini di casa, adesso abbaia imperioso che si alzino a foraggiarlo di formaggio.

Prima ero imbarazzata che se ne andasse a suo piacimento dai vicini, adesso che usi ad arte la tecnica dello stalking.

Oggi il profumo che arrivava dalla casa accanto alla nostra era da alta cucina e la pasta al pomodoro nei piatti dei miei figli faceva una magra figura. Si sono guardati, i figli, e poi hanno guardato Brik. Credo desiderassero essere border collie.

 

English versione:  How to survive to a stalking dog and the art of being unable to cook

 

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

I dolori di una non più giovane narratrice di storie

E’ accaduto, accade. Succede che un’idea ti ronzi per la testa e non ti dia tregua. Una nuova storia sta nascendo e cominci  a scrivere.

L’entusiasmo che mi pervade quando ho tra le mani quella materia grezza che è la mia immaginazione, è indescrivibile. Scrivere fa bene, mette di ottimo umore. Ogni storia nuova sembra debba aprire una nuova era, diventare quel libro perfetto che inseguo e non raggiungerò mai. Non lo scriverò mai, ovviamente, perché non esiste un delitto o un libro perfetto. La mia vita non è perfetta, chi ha una vita perfetta? La mia vita ha sempre trattato la scrittura come fosse un incantesimo di Harry Potter o come se i libri esistessero già nella borsa di Mary Poppins. I libri si scrivono, ci vuole tempo, pazienza, energia. Per fare un lavoro ben fatto, una legnaia ben impilata di parole come si vede fuori della baite trentine, ci vogliono ore vuote di pensieri e ore dense di frasi che sfuggono o arrivano in massa. Imprigionare la creatività nella disciplina è uno sforzo che stroncherebbe anche una secchiona come Hermione.

Isabel Allende, ha dichiarato che c’è un casotto nel giardino della sua villa dove si ritira a scrivere, un’altra famosa scrittrice va in Umbria nel silenzio della sua cascina ristrutturata a meditare sulle pagine del best seller di turno (dal quale il marito farà di sicuro un film). E io? Non sono un’autrice da best seller, sono una venditrice di storie che passa di classe in classe, di scuola in scuola; faccio parte di quegli scrittori di serie D che in Italia nessuno si fila e prima di me, nella categoria “narrativa ragazzi”, ci sono quelli molto bravi, quindi?

Quindi io sono magica, io le storie le tiro fuori già scritte dalla famosa borsa, gentilmente offerta in prestito dalla cara signora Poppins. Rubare ore di silenzio è realmente il mio mestiere; incontrare di nascosto i personaggi è il mio mestiere; leggere e rileggere bruciando parte della cena, lo faccio per lavoro; amare a tal punto quella storia da ripeterla tra me e me (chi mi vede pensa che io sia al telefono) mentre in auto vado di qua e di là a sbrigar commissioni, a dar passaggi, a pagar multe. Se non servissero mani e tastiera avrei fatto fuori col pensiero fiumi d’inchiostro. I miei romanzi li sudo dalla prima all’ultima riga tra le code al supermercato, gli incontri con i ragazzi delle scuole, le camminate sull’argine del fiume per far correre il cane, le fiere per sentire gli autori chiacchierare, le litigate inter-familiari, i dialoghi surreali con mia madre e le occasionali fughe dal veterinario con lo sfigato quadrupede di turno.

Non sono una professionista, non mi sento una professionista, sono più un’artista della narrazione: nel casotto? in Umbria? no! In un angolo della casa, su una scrivania piena di peli di gatto, libri, tessere sconto, seconde chiavi della macchina, un termometro, due agende, una tavoletta di cioccolata, la tazza del raccogliticcio, concentrata a ignorare chi mi chiama, chi blatera di imminenti catastrofi, chi avverte uno strano odore di bruciato in cucina. Le mie sono le storie di una funambola che nella vita continua a camminare su di un filo teso tra realtà e finzione. Non si sa fino quanto reggerà.

Tutto questo può portare a un incommensurabile successo o alla catastrofe più nera, oppure può relegarti nella mediocrità. Altre opzioni non ce ne sono. Già, perché ormai tutti ti conoscono e l’ennesimo inedito sparirà inghiottito dalle lunghe file d’attesa nelle case editrici, non saprai mai se sei brava e sfortunata oppure se in te stessa, alla fine, ci credi solo tu.

E’ un guaio, non sei una professoressa, non sei impegnata nel sociale, vendi spiccioli d’avventura ai tuoi lettori ideali, quei ragazzi dei quali vorresti avere ancora l’età. Sogni come dovrebbero fare loro e non vuoi che loro abbandonino i loro sogni, è per questo che scrivi. Una missione imbottita di cuscini tra i quali far cadere i sognatori di vite diverse, la missione un po’ folle della scrittrice senza casa, che abita il mondo e non va da nessuna parte. La sua meta è il viaggio nelle storie che costruiscono gradini su cui accompagnare i lettori. Tu, li porti per mano e poi li lasci andare quando tra le storie sanno muoversi da soli.

Fai un lavoro fine a se stesso, ma non molli, sei tenace. Non devi arrivare da nessuna parte, non hai fretta.

Ma ti lasceranno sopravvivere?

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Gocce del Festival della Letteratura di Mantova – incontri magici per caso

14329061_1314134245278318_1394177490_nColpa mia, mi sono attardata a prenotare e gli eventi cui volevo assistere al Festival della Letteratura di Mantova erano già esauriti. Un pomeriggio era destinato, altrimenti rischio l’astinenza da festival, e quindi ho scelto, tra quanto ancora disponibile, Alan Bradley autore di libri gialli editi da Sellerio la cui protagonista è una bambina. Me ne aveva parlato la mia libraia  di fiducia per farlo conosocere alla nonna giallista e subito mi aveva conquistata per il titolo del suo primo romanzo “Aringhe rosse senza mostarda”, ecco questo genere di titoli, come anche “Pomodori verdi fritti” della Flagg o “Cinque quarti d’arancia” della Harris, su me hanno una presa pazzesca, non so, m’agganciano! D’altronde il mio inedito preferito (scartato da una serie di editori) s’intitola “Il ventricolo sinistro del mio lago a forma di cuore”… ho detto tutto, no? Tornando a Flavia De Luce (così si chiama la bambina) è venuta fuori una bella discussione sui target dei libri: la protagonista ha dieci anni? è per ragazzi, allora!!! Insomma il sistema editoriale tende a ingabbiare le storie. Abbiamo bisogno di orientare il pubblico. L’intervistatrice Chiara Codecà, bravissima (perché non è che intervistare con intelligenza e tatto sia da tutti, vero?), ha raccontato come il famigerato Harry Potter uscito in Inghilterra con una copertina da ragazzi, sia ri-uscito in seconda battuta con una copertina che potesse attirare anche un pubblico adulto, migliorando così i già buonissimi incassi della casa editrice. Ma i romanzi sono per chi li legge come dice Bradley, il cui libro in alcuni paesi è uscito con l’etichetta Young Adult e in altri no, e io ovviamente sono d’accordo con lui. L’incontro non si è esaurito così, c’è stato molto altro, ma io ripensavo a Salgari oggi appannaggio della letteratura per ragazzi. E ripensavo agli albi illustrati che sembrerebbero per l’infanzia e invece se te li fai spiegare diventano 0-99 anni. E poi a Roald Dahl che affascina tutti quelli che lo leggono. Dobbiamo “ordinare” la fantasia? Eppure essa accende immagini e pensieri liberi. In nessun altro momento possiamo approfittare della più completa libertà come quando leggiamo un libro.

14302411_1314134155278327_1032523039_nSecondo incontro con  Evelyne Bloch-Dano e il suo libro “Giardini di carta – da Rousseau a Modiano”. Per me questa è stata l’estate del Giardino segreto della Burnett e quindi, curiosa anche di ascoltare l’intervistatrice Stefania Bertola, ho prenotato a  scatola chiusa. Mi sono innamorata di questa scrittrice francese che normalmente scrive biografie di donne. Mi sono innamorata del suo garbo, del fatto che ha iniziato l’incontro scusandosi perchè non parlava l’italiano, della passione con cui ha descritto Colette e Sartre con Simone de Beauvoir nei giardini del Lussemburgo a Parigi, della dolcezza con cui ha parlato del suo giardino in Normandia. La Bertola ha letto l’incipit del libro e io, proprietaria di un fossen-garden, l’ho comprato senza esitare. I giardini nella letteratura francese (ma nella letteratura in genere) e i giardini nella realtà. I primi fiorisco o appassiscono senza indugio tra virgole e punti, i secondi subiscono gli umori del tempo, l’imponderabilità della vita. “Il sentiero che conduce al bosco è pressoché invisibile. Non è uno di quei parchi che si fanno notare, eppure non si nasconde. Non diversamente dal giardino che possiedo sull’Ile-de-France, un quadrato d’erba dal terreno argilloso in cui prosperano astri, rose e ortensie che a settembre si tingono di rosso. Una vite acquistata a un mercato in Provenza corre lungo la terrazza lastricata e crolla sotto i grappoli del moscato come il susino sotto il peso delle mirabelle. Il ciliegio invecchia e il cornus bianco piantato la scorsa primavera ha l’aria malconcia, ma l’hamamelis menatine le promesse.” da Giardini di carta di E. Bloch-Dano. Mi sono innamorata, ecco, ve l’ho detto!6865783_1283274

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

… camminare in montagna con un cane

WP_20160819_12_30_27_Pro

Camminare con un cane mi piace, in montagna è speciale. Non ho mai amato gli estremismi, dove posso andare con un cane per me va bene, nessuna ferrata o altro. Certi sentieri m’intimoriscono, è giusto così: la paura ci rende più vivi. Il coraggio non ha nulla a che fare con l’incoscienza. Mi piacciono i rifugi montani, come le chiese, quando non c’è gente: ci si guarda intorno, si riposa, si scambiano due parole col gestore, due, non di più, se è un vero montanaro. Quando si conosce il suono del silenzio si sanno scegliere le parole. Il mio zaino, aggiustato ma ancora affidabile, ha ameno dieci anni: l’onore più grande che si può fare agli oggetti è quello di usarli fino alla fine. Penso valga anche per la vita. Ho sempre odiato gli sprechi.

WP_20160819_12_51_50_Pro

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Un bimbo da mordere

Io e Brik entriamo in banca e ci mettiamo in coda. Dopo di noi entra una giovanissima mamma con bimbo di circa tre anni. Il piccolo con calzoncino cadente  ed evidente pannolone preme il totem distributore automatico di numeri, ritira il talloncino, lo appallottola e lo va a gettare nel cestino. Il gioco lo diverte e continua. Alla ventesima attivazione di stampa del numero, avviso la madre, che lo ammonisce senza troppa convinzione e senza scomporsi.

Brik è sulla traiettoria della giostra e il piccoletto tra un ritiro e un canestro gli fa gli sberleffi da distanza di sicurezza. Brik rimane impassibile ma gli leggo negli occhi il fastidio e lo accarezzo.

Una signora all’unico sportello aperto ha messo radici in un’operazione senza fine. Un signore distinto, alla terza decina di numeretti strappati dal bimbetto, gli spiega che “non si fa” e ovviamente quello se ne frega e continua, mentre la madre in quel momento è al telefono (un classico).

Entrano due clienti premono il pulsante del totem, osservano il tabellone e il loro numero, poi si guardano attorno sconcertati, ma prima che se ne vadano il signore distinto, cortesemente, li avvisa che ci sono solo tre/quattro persone prima di loro e spiega cosa sia accaduto. La Madre, intanto, fruga nella borsa alla ricerca di qualche etto di buonsenso perché d’educazione non ce n’è. Anche il buonsenso scarseggia.

Brik abbaia e il bimbo fa un salto. Allora, io mi alzo e con il border mi piazzo accanto al totem. Il signore, Brik e io ci scambiamo un cenno d’intesa e un sorrisetto. Il bimbetto non s’avvicina, s’aggrappa alla gamba della Madre, frigna e pesta i piedi, ma quella non reagisce e lui piange. Finalmente tocca alla Madre che avanza alla cassa. Il bimbetto lancia un’ultimo sguardo disperato al totem protetto dal Brik e poi si piazza davanti allo stand delle brochure, butta a terra le Assicurazione per il Futuro, stropiccia un paio di Prestiti e finalmente la Madre finisce e se ne vanno.

Tiriamo tutti un sospiro di sollievo e Brik seduto composto accanto al totem distributore di numeri fa la sua bella figura, elegante ed equilibrato ha dimostrato grande capacità di controllo: un’addentata a quel pannolone l’avremmo volentieri data tutti.

WP_20160609_14_59_29_Pro (4)

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali, Fiutando Libri!

Un sabato a Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono

13510587_1233941283297615_1697404263_nSono una scrittrice (più o meno) per ragazzi (più o meno), ma sono anche una lettrice forte di letteratura per ragazzi e vado spessissimo agli eventi dove si presentano gli scrittori per ragazzi. Ieri a Mare di Libri avevo un programma sostanzioso Murail-Carey-Geda&Magnone-Niven.

Se il mondo della letteratura per ragazzi fosse un’arancia, la letteratura-Murail ne occuperebbe metà. Lei è stata espansiva, teatrale, luminosa; ha parlato di scrittura emozionale, di doni, di gratuità, di grandi classici. Ha battuto tre colpi con la mano sul tavolo come accadeva in teatro prima dell’inizio delle rappresentazioni. Nell’altra metà dell’arancia prenderebbe posto la tipologia Geda/Magnone con Berlin. Un romanzo che ho apprezzato: avventuroso, avvincente distopico e che esce dalle pagine e arriva ai ragazzi anche per vie diverse, con due canali You Tube e interazioni multimediali, si spera in una trasposizione in fiction.

Carey non mi coinvolge. La Niven non è arrivata con un volo di linea ma è uscita direttamente dalla foto della quarta di copertina e potrebbe essere uscita da un film americano contemporaneo. E’ uno stereotipo: patinata, dalla voce sottile, con un sorriso fisso; arriva con un’entrata da Oscar tra gli applausi. Il suo “Raccontami un giorno perfetto” (sotto c’è il link con la mia recensione del libro) l’ho iniziato alle nove di sera e finito alle quattro del mattino. E’ fortissimo, tratta il tema del suicidio adolescenziale. (Nel piccolissimo ho toccato questo tema in un mio romanzo: Il mio domani arriva di corsa). Simonetta Bitasi, molto brava, non la intervista, ma passa la parola ai ragazzi e le domande (come era prevedibile) sono indicative e importanti. Si indaga sull’autrice e le sue emozioni, visto che è un romanzo largamente autobiografico (Anche- ma molto di più- nell’incontro con Laura Roveri per Chiamarlo amore non si può, le domande delle ragazze erano indirizzate a capire cosa lei avesse provato nel momento in cui subiva violenza e la cosa mi fece riflettere). Poi arriva una domanda pesantissima, a mio parere, e una ragazza sostiene che il suicidio sia un tema trattato generalmente con superficialità e che la sua poetessa preferita è morta suicida. Il fascino della morte fa capolino in una sala gremita di giovani. Parlando con una persona professionalmente competente in materia di suicidio adolescenziale, ho appreso che ha carattere emulativo. Il romanzo della Niven è scritto in modo efficace, ha un protagonista molto affascinate, vivo perché venuto fuori da un vissuto che vuole addirittura consacrarlo; è una storia scritta alla fine di un percorso quasi terapeutico. Mettiamoci anche che uscirà un film tratto dal libro e il valore “economico” che sta dietro a un best seller.

Ho avuto da pensare per tre ore e mezza di macchina, mentre guidavo per tornare a casa da Rimini: i fari delle auto m’infastidivano in una notte nera e pastosa su un’autostrada poco trafficata mentre la radio, a bassissimo volume, gracchiava; avevo un volontario felice addormentato accanto e, seduta sul sedile posteriore, la camicia di forza del mio senso di responsabilità. “Raccontami un giorno perfetto” mi ha colpito e coinvolto e non so che posto avrebbe nell’arancia, anche se so che ci sta.

Recensione di Raccontami un giorno perfetto di J.Niven

Pubblicato in: Pensieri canini

Se i cani potessero parlare starebbero zitti

WP_20160609_14_59_29_Pro (2)Se i cani potessero parlare direbbero uno spartito di parolacce agli umani. Già, perché a me, ogni mattina tocca indovinare che musica tira.

Allora: il ritornello è sempre lo stesso.

La Umi si alza dal letto e ciondola fino alle scale, poi torna indietro perché ha scordato di prendere il telecomando per disattivare gli allarmi. (Come se io non bastassi: evviva la fiducia!) Facciamo colazione, lei scorre le notizie fb, io do un’annusata a chi è passato in giardino durante la notte: tabloid per entrambi.

Ma poi? Che musica sarà?

-Una ballata?

La più comune e tranquillizzante… La Umi s’infila un paio di pantaloni da trekking e una maglietta, si lava i denti, io mi do una scrollata alla pelliccia e usciamo. Tutto veloce e senza intoppi. Arrivo a pisciare sui siti sensibili a un orario accettabile aggiustando qualche tirata di guinzaglio alla Umi. Dopo si sta a casa: lei alla scrivania, io sotto.

-Una sinfonia per orchestra? 

La più incerta… La Umi va in bagno, si fa la doccia, si guarda allo specchio fa un po’ di smorfie, scuote il capo sconsolata. Sale su un quadrato di vetro con numeri rossi lampeggianti e dice una parolaccia (irripetibile). Poi si sistema i capelli e torna in camera, si veste, quindi:

– Variazione 1- tempo: Allegretto grazioso, la Umi dice: “Andiamo a prendere la nonna in macchina” e significa che devo trattenerla e piscerò sui siti sensibili per ultimo, svaccamento totale della giornata.

– Variazione 2 – tempo: Andante moderato, la Umi dice: “Giretto veloce che abbiamo un sacco di commissioni da fare” e significa che devo togliermi tutta la pipì in fretta dalla vescica perché negli uffici non c’è toilette per cani. Mi preparo a lunghe code spiaccicato su pavimenti scomodi, oppure mi toccherà stare seduto ore in camerini stretti mentre la Umi, che non è fornita di comoda pelliccia propria, prova pellicce sintetiche senza trovarne una che le piaccia.

– Variazione 3 -tempo: Calando grave, la Umi dice:”Vado a fare la s-p-e-s-a” e significa che devo fare pipì veloce trascinando un’umana depressa. La definizione di “Spesa” nel vocabolario della Umi: grave e indispensabile sacrificio che consiste nell’andare a caccia in una riserva artificiale di cibo per sfamare la prole.

-Un requiem?

Il più deprimente… La Umi non perde tempo, si veste con cura, si dipinge il viso con cura, sorride alle specchio. Non si pesa per evitare ogni malumore. Riempie una borsa di libri, molti suoi. La osservo andare e venire tra le stanze. Danza leggera tra mobili, letti, scrivanie, mi bacia sulla testa e dice: “Tu non puoi venire“. Starà via per parecchie ore. Sono già in cuccia nel mezzo del balletto: lei va a divertirsi senza di me. Scuole, librerie, biblioteche non vogliono cani e la Umi dice che io mi comporto male, ma non è vero. Discutiamo molto su questo punto ultimamente e soprattutto sulla comune accezione della parola “cane”.

– la Marcia di Radetzky di Johann Strauss padre? 

Quella che vorrei suonasse tutte le mattine. La Umi non perde tempo, si veste con cura ma non si trucca e né si pesa. Non dice nulla. Prende uno zaino, crocchette, acqua e qualche libro. Saltiamo in macchina con una deliziosa sensazione di festa: andiamo via insieme e basta routine. Mare, festival, montagna, non c’importa, ovunque staremo insieme. Ci fermiamo a fare pipì e lei beve il caffè, poi si parte. Nuove esperienze, nuovi amici da annusare, nuove avventure da vivere: Giuli&Brik!

Se i cani potessero parlare starebbero zitti.

spartito

 

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Professioni?

Rinnovo della carta d’identità cartacea, ufficio anagrafe, stamattina.

Nome, cognome, stato civile, altezza… professione.

-Professione? – mi chiede l’impiegata, ci penso: se dicessi casalinga i figli mi denuncerebbero per aver dichiarato il falso, sono sicura.

“Umi” non lo propongo neanche: “Lettrice? Narratrice di storie?” provo e la donna mi guarda senza capire. Tento di nuovo: “Scri…” L’impiegata mi incoraggia con lo sguardo, Bryce si gratta, le persone in coda rumoreggiano.

Inghiotto saliva e dichiaro: “Scrittrice.”

A Manzoni scappa un lacrimuccia (non succedeva da secoli), Calvino si rivolta nella tomba, Eco ride, ma ride così forte che disturba tutti.

La donna annuisce e con pochi tocchi di tastiera compila e stampa il documento.

In fondo dopo migliaia di ore di lettura, centinaia di ore di praticantato con gli studenti, parecchi articoli come ghostwriter di un cane, venti romanzi nel cassetto e otto pubblicati con case editrici specializzate e nazionali (ben recensiti e venduti), con beneficio d’inventario e senza un attento esame di coscienza, nella categoria “Scrittori” potrei rientrare.

E poi, tutto sommato… chi la legge la professione sulla carta d’identità?

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Mattinata movimentata

Mattinata movimentata.

Oggi c’è il cambio gestore sulla mia linea telefonica e nel lavandino della cucina l’acqua non scorre. (Coincidenze?) Sospetto l’intasamento del pozzetto biologico. Chiamo aiuto e arriva l’aeronautica. Si, quando siamo nella merda, a casa nostra, arriva l’aviazione in mimetica e occhiali a specchio. Scoperchiamo il pozzetto e rimaniamo a guardare. Si ferma un passante: tre umani e un cane che discutono fissando liquami incuriosiscono. Lo invito a unirsi alla discussione: una stronzata più o meno non fa differenza. Il nuovo gestore telefonico chiama per sapere come va. Nessun disservizio. Nelle prossime ventiquattro ore esploderà il telefono, impazzirà l’adsl e friggeranno i cavi sono sicura, ma per ora ringrazio. Poi chiama la nonna che uscita dal corso di ginnastica vorrebbe un passaggio. Pronti, io e il border eseguiamo, mentre l’aviazione si rimbocca le maniche per sturare i tubi. Recuperata la nonna, a casa mi accolgono parole di giubilo: il tappo è rimosso e vengo spedita al supermercato per comprare uno sgorga-tubi turbo e capsule di enzimi per il pozzetto. Mi giro alla ricerca del mio fido copilota e non lo trovo. Attivo il figlio grande, ma non trova Bryce da nessuna parte. L’aviazione, che ci ha sacrificato la pausa pranzo, reclama capsule e acido miracoloso. Il figlio dice che ci pensa lui al cane. Io sgommo davanti al supermarket neanche l’Opel fosse la GranTorino di Starsky&Hutch e chiamo il figlio. “Nulla, non si trova. Allargo il perimetro delle ricerche” – risponde quello e siamo ormai in completo regime militare. Afferro capsule e sgorga-tubi e vado in cassa: tutte occupate! Punto una donna di colore con turbante, assumo l’espressione di Bryce quando elemosina il cibo dalla tavola e chiedo se posso passare. Quella si fa da parte sorridendo: “Tu passa, passa!” Rispondo “Grazie” con un sorriso. A differenza di altre, lei sa riconoscere uno sguardo disperato e gliene sono grata. Telefono ancora, ma non ci sono novità: salto in auto e getto il bottino sciogli-cacca sul sedile, mentre un muso allarmato spunta dal nulla e pare chiedere: “Perché sei così agitata? Posso essere d’aiuto?”
“Cosa stai facendo in macchina?” grido e Bryce, sono certa, risponderebbe: “Schiacciavo un pisolino in tranquillità, perché?”
Telefono e faccio rientrare l’allarme “Bravo” . L’adsl funziona, l’acqua scorre limpida nel lavandino, il cane è stato ritrovato, posso smilitarizzare la casa e godermi il pomeriggio… non mi pare poco.

 Foto0181 (2)

Pubblicato in: Pensieri canini

L’amico del giaguaro…

Sheep-dog, pecore, governo del gregge fanno parte del lavoro del Border Collie, eppure Brik li snobba. Lui adora assaggiare le praline di cacca di pecora e abbaiare alle galline del recinto vicino. Grida anche due abbai offensivi ai cavalli ma delle pecore se ne infischia.br

Questa è l’idea della Umi dopo varie lezioni di governo delle pecore affrontate insieme a Bryce, ma nella testa del giovane bricchetto, mentre sozzo e stanco riposa, passano ben altri pensieri…

“…Io mi domando: perché devo radunare quattro pecoroni spaventati? D’accordo sono un border e se mi portate in una fattoria nelle lande sconfinate e con un gregge di pecore da condurre all’ovile posso anche darmi da fare, ma io nel recinto con i pecoroni ci sto stretto. Poi quelle povere bestie sono stufe di far lezione al “cane” di turno. L’istruttore spiega alle persone cosa fare e queste eseguono, s’improvvisano pastori e i Istantanea 8 (12-02-2016 22-04)cani s’impegnano e alcuni tentano pure di mordere le pecore. I cani, quelli qualunque, mica lo sanno che in competizioni serie di sheep-dog mordere allo stinco la pecora o pinzarla (come diciamo noi in gergo tecnico) è una grave penalità. Possono essere anche squalificati per una pinzata! Non che voglia fare l’amico del giaguaro o riscrivere Tom e Jerry sovvertendo l’ordine naturale della cose, ma a me quelle testone lanose mi fanno pure pena: tutto il giorno a girare e rigirare come sceme nel recinto, a entrare e uscire dai “gate” rischiando lo stinco solo per divertire l’umano di turno! Noi border le pecore le governiamo con lo sguardo, sono i nostri occhi a dare i comandi… ma che Pastori Tedeschi vadano in polizia e lascino a noi il lavoro sporco! Le zampe s’insudiciano di fango, il pelo si gonfia e i nostri occhi magnetici intimano alle pecore ribelli di rientrare nel gruppo. Questo in Scozia o sui pascoli d’alpeggio, mica nel recinto del maneggioIstantanea 10 (12-02-2016 22-06) dietro casa. Lì si dà fastidio alle galline del pollaio, perché un border serio ha soprattutto l’indole del rompiscatole. E’ irriverente, potenzialmente mascalzone e estremamente intelligente da capire quando c’è un umano da coccolare. Con i cavalli, invece, noi border ci divertiamo sempre a dialogare, loro sono esseri dotati di grande empatia e ironia, quattro battute ce le scambiamo volentieri quando c’incontriamo. In quanto al pralinato, beh ognuno ha le sue debolezze e i suoi gusti. E poi è tutto cibo vegano, eh!”

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Una confidenza…

Quando mi capita qualcosa di triste o una qualche delusione, io mi comporto da gatto.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Mi è capitato di raccattare gatti abbandonati e quando ne porto a casa uno un po’ traumatizzato, quello si cerca un posticino tranquillo, si acciambella e si fa un lungo sonno.

Per me è lo stesso: mi raggomitolo sotto una coperta, nel mio letto e mi addormento. Quando mi sveglio da quelle lunghe dormite fuori programma ho mal di testa e mi sento frastornata.

Anche il micio quando si sveglia, ancora traballante, esplora incerto la casa: non sa dove si trova, è confuso. Poi piano piano si rasserena, mangia dalla sua ciotolina e si struscia cauto alle mie caviglie. La coda è ritta, fa le fusa, apre e socchiude gli occhi in un balletto di zampe, vibrisse e nasino vibranti di piacere. Infine ha indovinato che se i gatti potessero giocare alla lotteria, lui avrebbe vinto il primo premio: ingrasserà, sarà visitato dal veterinario al primo accenno di tracheite, potrà infilasi umido di pioggia sotto il piumone del letto di quell’umana che tiranneggerà a vita in cambio di poche fusa gorgoglianti.

Le similitudini con un gatto finiscono qui, io sono solo un’umana e dopo una tazza di tè esco a camminare col fido border. Oggi il cielo è terso, il monte Baldo in lontananza ha la cima spruzzata di neve e il vento freddo porta il profumo dell’inverno.

Ci si rimette in cammino e visto che il muso di Brik pare sorridere, ricomincio a sorridere anch’io.

(Vabbè, alle volte prendo anche una doppia dose di magnesio e valeriana, ma questa è un’altra storia… )

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Ci sei, ma non ti vedo

Brutto mestiere il mio che non mi lascia mai in pace…

Solita toccata e fuga al supermercato dove, con un barattolo di marmellata e un sacchetto d’insalata tra le mani, mi metto in coda alla cassa dietro una signora dal carrello straripante.

La donna, una tipa di quelle che si veste con cura anche quando va a fare la spesa (diversamente da me che indosso pastrano, scarponcini e cappello da puffo), carica tutto sul nastro trasportatore e aspetta che il cliente prima di lei paghi digitando il codice sull’apparecchio bancomat. In nome della riservatezza non lo può guardare, ma anche voltarsi indietro e fissare me sarebbe un problema: deve far finta di non vedermi poiché ho solo due miseri prodotti in mano.

La donna osserva le caramelle sullo stand accanto alla cassa con tale concentrazione che pare decifrare un antico codice egizio, poi si controlla le scarpe sperando che la transazione bancaria fili via senza intoppi. La osservo di sottecchi e lei scruta il soffitto con aria assorta come se fosse presa da pensieri e tormenti privati. Il suo viso è contratto.

Non è che non mi voglia far passare, è che non mi vede proprio, sia chiaro! E’ straordinaria: provate voi in un metro di corridoio tra le casse a non guardare né avanti e né dietro, bisogna inventarsi un mondo parallelo.

Il cliente che la precede imbusta, va via e la cassiera fa passare il codice a barre dei suoi prodotti iniziando a comporre il suo scontrino. E’ salva. Adesso si gira e mentre chiacchiera allegramente per esorcizzare lo scampato pericolo mi sorride. Anche volendo non potrebbe certo più farmi passare, quasi quasi si scuserebbe…

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Fiutando libri in compagnia di sei care amiche

Del romanzo “Nemmeno un bacio” di Manuela Salvi avevo scritto in Fiutando Libri. Ora esce la versione e-book e quindi ripropongo il link.

nemmeno un baciohttps://ilgiovanebrik.wordpress.com/2014/12/04/una-ciotola-di-emozioni-forti-e-solo-letteratura-2/

E’ un libro forte ma mai volgare. Una storia che consiglierei a un adolescente. Apprendo che il libro cartaceo è andato fuori catalogo perché giudicato troppo forte per i ragazzi italiani, eppure anche Chambers o Green possono essere molto “forti” nei loro romanzi per giovani adulti -in realtà storie per tutti- eppure i loro libri non sono fuori catalogo.

Anche altri romanzi che considero molto belli sono di difficile reperibilità come: “Ho attraversato il mare a piedi” di Frescura-Tomatis e “Lasciami andare” di Fulvia Degl’Innocenti e sono sconcertata.

Pensavo, che al giorno d’oggi si fa fatica ad essere coerenti poiché, come diceva mio padre: “Non si aggiusta il mondo a testate”. Il paragone calza e viene un gran mal di testa prima o poi.

In un film in bianco e nero sul giornalismo americano degli anni 50 (ma che è pur sempre una deliziosa commedia) si dice, citando Kipling, che un buon cronista deve avere sei servi fedeli: Cosa, Perchè, Quando, Come, Dove, Chi.

gable


https://www.youtube.com/watch?v=56di_FyhRhM

Io posso dire che una buona scrittrice per ragazzi, oggi, deve avere sei care amiche: Coerenza, Pazienza e Perseveranza che rincorrono le più spregiudicate Immaginazione, Emozione e Affabulazione. Tutte insieme, scrittrice compresa, bevono tè nero sedute davanti a una tastiera e si scambiano opinioni oppure chiacchierano solo liberamente.

Pubblicato in: Pensieri canini

Come ti ammazzo la Umi…

La Umi mi preoccupa: ha la testa fra le nuvole. Qualche giorno fa si è buttata giù dal marciapiede. Mi sono fermato ad aspettarla perchè era finita lunga distesa per terra e ha dovuto rialzarsi. Ieri si è spiaccicata sulle strisce pedonali. Stavamo attraversando la strada e mentre una macchina si fermava per lasciarci passare, quella che veniva in senso opposto ha proseguito dritta.

WP_20151031_09_17_57_ProIo e la Umi abbiamo indietreggiato e mi sono innervosito non poco: imbecille di un automobilista non vedi che porto un’umana anziana al guinzaglio? Ti sembra corretto non fermati? Gli ho abbaiato. Avrei voluto correre dietro a quel pecorone di ferraglia bianca, avrei voluto strappargli gli pneumatici, masticarli bene bene e una volta ridotti a un chewing gum, appiccicarglieli tra il pelo. (… fa così schifo che devono tosarti per ripulirti, lo so per certo.)

La macchina successiva si è fermata e io ho proseguito fino al marciapiede e mi sono voltato: la Umi ha messo la zampa sinistra davanti a quella destra, poi ha spostato quella dietro avanti e si è annodata e sbilanciata e in un nanosecondo è finita lunga distesa neanche volesse nuotare a stile libero sulle strisce pedonali. I tizi al volante se la ridevano, ma io sono un cane e non rido. Meno male che la Umi, dato che non è provvista di pelliccia, è sempre imbottita con giacconi, sciarpe e scarponi e non si è fatta troppo male.

La Umi mi stava sgridando perché,  secondo lei, tiro al guinzaglio (gli umani se la prendono sempre con qualcuno per i propri errori e spessissimo noi cani ci andiamo di mezzo), quando si è fermata accanto a noi una pecora di ferraglia bianca con una ragazza carinissima dentro che le ha chiesto se si fosse fatta male. La Umi ha sorriso in modo rassicurante. Io ho abbaiato se potevamo adottarla quella ragazza dalla voce gentile.

Per tirare fuori la Umi dall’umore più nero basta una “gentilezza”. Pare che la “gentilezza” sia un dono molto prezioso e ricercato tra gli uomini, una cosa che in canino si traduce in dolci leccatine in punta di lingua e in gattese in un gorgoglio sommesso di prrr prrr chiamato fusa. Comunque la ragazza sarebbe piaciuta una sacco anche ai miei fratelli umani e soprattutto aveva fatto dimenticare alla Umi che mi stava incolpando per il suo tuffo imbarazzante. L’avrei adottata subito.

Abbiamo proseguito la nostra passeggiata e ho camminato al guinzaglio in modalità Beagle raffreddato (cioè: muto, sordo e cieco). Ero risentito, lo ammetto. Tirare IO quando andiamo al guinzaglio? Ma se la devo trascinare la Umi per quanto cammina lentamente!

Pubblicato in: Avvertenze ed effetti collaterali

I libri camminano da soli

libri camminano0002

I bei libri hanno gambe proprie e non hanno data di scadenza.

Ho incontrato un libraio e abbiamo cominciato a parlare di un mio libro e di come lui lo avesse portato nelle scuole e avesse parlato ai ragazzi attraverso le pagine. Io ascolto affascinata e commossa ogni volta che qualcuno entra in un mio romanzo e me ne parla. Ho la certezza solo in quei momenti di aver lanciato un’emozione come fosse un sasso in uno stagno, di aver prodotto qualcosa di vitale che ha generato cerchi concentrici attorno a una storia.

Di questi tempi, spesso i libri sono accompagnati dall’autore e portati per mano. Alle volte non si capisce bene se sia per la vanità di esibirsi dello scrittore, per una forma d’intrattenimento sociale o per una vera necessità di marketing.

Quando si tratta di promozione alla lettura tra i ragazzi, gli autori possono avere un gran peso poiché è opinione comune che i giovani non leggano. Quando mi chiamano nelle scuole, VOLO a parlare di libri e della passione per la lettura, ma la soddisfazione più grande arriva quando capisco che una mia storia si è fatta largo da sola tra le emozioni del lettore. Perché un libro, se è un buon libro, vive da solo e a lungo.

libri camminano0001

P.S. … vabbè può anche capitare che il Mostro Fuori Catalogo ci metta lo zampino e potremmo discute su quando dura “a lungo”, ma queste sono altre storie!

Pubblicato in: Pensieri canini

Sogni proibiti

E’ buio, hanno alupoppena finito di cenare. Chiacchierano tranquilli e si siedono sul divano davanti al televisore. Stanno decidendo che film vedere. Scivolo via dal mio nascondiglio dietro la poltrona. E’ il mio angolo privato, un posto dove m’intano quando non voglio essere disturbato. Nessuno si accorge di me, mi muovo cauto, le zampe appoggiano silenziose sul pavimento. Sono nero e invisibile come la notte. Raggiungo la preda. Sono sotto di lei. Nell’altra stanza non sospettano nulla, sono ignari e io sento il suo odore. E’ lì sdraiata, non può fiutarmi. Il lupo è pronto a scattare. La salivazione aumenta, lo stomaco brontola. Indietreggio e calcolo mentalmente il percorso: il cuscino sulla sedia soffocherà il rumore del balzo.

E’ questione di pochi secondi e sono su: è mia. E’ mia.

-Ho sete, vado in cucina a bere. Questa frase galleggia nell’aria come un avvertimento, poi l’interruttore scatta: un cerchio di luce m’investe.

Segue urlo ciclopico. pizza

Quando si dice la sfiga: ma proprio ora la Umi doveva avere sete? Avevano lasciato sul tavolo una fetta di pizza coi peperoni, la mia preferita e l’ho fatta fuori.

All’urlo si aggiunge uno sguardo severo al quale rispondo con aria innocente che tenta una spiegazione: – Ero certo che fosse stata lasciata lì per me!

-Scendi subito dal tavolo di cucina – ordina la Umi con voce dura.

-Ops! Non mi ero accorto di esserci sopra.WP_20151007_08_54_27_Pro

-Sparisci: ladro! – prosegue la pizzaiola indiavolata.

Assumo un’espressione contrita: orecchie abbassate e coda tra le zampe. Mi defilo in velocità e sparisco nel mio angolino.

Quante storie per una fetta di pizza. Toh! Ho un po’ di salsa di pomodoro sulla zampa: una delizia da leccare. Era la mia preferita, coi peperoni. Slurp.

caleipizza
Sogno proibito del giovane Bricchetto
Pubblicato in: Pensieri canini

Sì, viaggiare…

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Non so se mi piaccia viaggiare, ma so che non posso mollare la Umi. M’innervosisce visitare luoghi che non conosco, non riesco a sentirmi tranquillo e continuo a guardarmi le spalle. E’ un periodo così: voglio proteggere il mio branco ma non so se ce la faccio e questo mi disorienta. Devo ammettere che PsicoPit mi ha lasciato una bella cicatrice.

Comunque viaggiare ha i suoi lati positivi, specie se si accompagna la nonna. La Umi dice che lei soffre di glicemia alta ma nazionale, non so bene cosa voglia dire però la nonna ha un fiuto che fa invidia al mio. In prossimità di bellissime pasticcerie dice sempre che è stanca e ha bisogno di una sosta. Aggiunge che “il cane”, intende me, ha sete e io faccio il muso di uno che ha sete. – Non appena appoggi a terra la coda, in Francia, ti portano una ciotola d’acqua. Forse hanno paura che i loro cani muoiano disidratati, chissà se qualcuno li lascia in macchina al caldo anche lì? – Poi la nonna dice che “il cane” (sempre indicando me) ha fame e io faccio il muso di uno che ha fame, molta fame, sta morendo di fame. Rimedio un pezzo di dolce mentre alla Umi esce il fumo dalle orecchie e nei suoi occhi scorrono parole poco signorili.  La nonna sostiene che in vacanza le malattie vadano lasciate a casa per viaggiare leggeri. Che l’entusiasmo del viaggio brucia il colesterolo e gli zuccheri in eccesso, ma la Umi non è d’accordo. Medita per qualche istante e valuta a chi facciano peggio, tra me e la nonna, gli zuccheri della torta. Vince la nonna, quindi io rimedio la mia parte con soddisfazione.

Il momento migliore dalla vacanza, però, rimane quando al mattino io e la Umi sgusciamo fuori dalla stanza e scendiamo in paese. Camminiamo in silenzio, a noi piace il silenzio. Ci sediamo al tavolo di un caffè e lei beve una Noisette, come i francesi chiamano il caffè macchiato. Il barista è un uomo di una certa età, con tanti capelli bianchi e un sorriso accogliente. Ogni mattina ci presenta ai suoi clienti e ce n’è sempre qualcuno d’origine italiana. Poi passiamo nella piccola Boulangerie, panetteria, per laWP_20150828_07_26_54_Pro brioche. Io non devo rimanere fuori, entro e sono educato. La proprietaria, una donna gentile e dolce (ovvio), mi offre ogni mattina un biscotto a forma di cuore. Che è a forma di cuore lo ha detto la Umi, io so solo che è buono e sa di burro. Resto composto mentre la Umi chiacchiera e paga e, prima d’uscire, saluto con un colpo di coda e un sorriso canino.

L’ultimo giorno prima di ripartire, la Umi ha comprato una scatola e l’ha fatta riempire con tanti di quei biscotti e non solo a forma di cuore. Mi sono dolcemente illuso che fossero per me: uno ogni mattino, non aveva importanza la forma, in fondo. Invece la Umi ha aperto la scatola in Italia, quando la nonna non c’era, con i miei fratelli umani, assaggiandoli insieme a un tazza di tè e per me ha scartato un osso di pelle di bufalo.

Qualcuno ha a portata di zampa il numero di telefono verde?

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
giuli&brik
Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. E’ vero, ma non ci credo

Agosto 2015
Agosto 2015

Gennaio 2014. Parcheggia la station-wagon tra il lenzuolo del venditore ambulante marocchino e lo sportello bancomat e va  a fare la spesa. Sono lì, in attesa del mio “pusher” (un’amica) per ricevere una bottiglia di echinacea (panacea di tutti i mali di stagione) e getto un occhio al sedile posteriore: chiuso in auto c’è un bimbetto imbacuccato che dorme nel guscio di plastica agganciato alle cinture di sicurezza. Mi volto e la mamma, tranquilla, infila l’entrata del supermercato spingendo un carrello. Non ha l’aria di una che ha dimenticato di prendere il latte. Ritiro la mia tintura madre dopo dieci minuti e la “proprietaria” del bambino ancora non esce. Quello sgambetta, apre gli occhi, si guarda attorno. Sconcerto. Non posso andarmene. Entro nel supermercato e individuo la donna tra le mele e le arance che sceglie la frutta con calma. (La frutta è importante per una corretta alimentazione, già.) Avvicino la responsabile del box accoglienza, che informata, alza gli occhi al cielo e replica: “E’successo anche quest’estate! Adesso faccio un annuncio con l’altoparlante”. Me ne vado tranquilla perché la dipendente del supermercato esce e si mette nervosamente di guardia alla macchina. Immagino che ormai il piccolo urli e scalci, con il faccino rosso impastato di lacrime e moccio. Tranquillo piccolo, una voce dolce eppur decisa starà annunciando: “La signora che ha lasciato parcheggiato fuori il bimbo è pregata di spostarlo sul comodo carrello all’interno del supermercato. Faccia pure con comodo, il camion dei rifornimenti non l’ha schiacciato in retromarcia, l’abitacolo non ha preso fuoco e non c’è nessun criminale o ladro di bambini in giro.”

Pubblicato in: Colpi di coda

Colpi di coda!

Poche parole, pochi colpi di coda: un piccolo tributo a Brik, il border intelligente e terribile che, quando meno me te lo aspetti, riesce sempre a stupirti.

Ieri per la prima volta è venuta a trovarci l’insegnate di pianoforte, noncWP_20150709_20_16_12_Prohé cara amica, di mio figlio. Per anni io e Bryce lo abbiamo accompagnato a lezione e lei è sicuramente una persona che ha incontrato, sebbene per pochi secondi, parecchie volte in quelle occasioni. Appena la nostra amica ha varcato il cancello di casa, Bryce le è andato incontro, non l’ha neanche avvicinata, s’è girato scodinzolando e abbaiando ed è andato su per le scale in cerca del suo fratello umano. Nessuno dei presenti ha avuto alcun dubbio che Bryce avesse riconosciuto l’insegnate di mio figlio e fosse corso ad avvisarlo che lei era venuta a trovarlo.

Liberi di credermi oppure no.

 P.S.

…possiamo anche solo evidenziare come il border abbia associato, senza esitare, due persone e io lo trovo egualmente sorprendente!

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Una vita da massaia

Decido di fare la carbonara vegetariana, non sto a spiegarvela perché ci vogliono stomaci forti e non vorrei creare imbarazzo. Rompo le uova e separo la chiara dal tuorlo, metto il rosso d’uovo nei piatti e il resto nell’imballo di cartone vuoto delle uova. Quindi trasporto il tutto verso il lavello per gettare le chiare, ma il cartone perde e lascia una bava appiccicosa sul tavolo. Me ne accorgo e con acrobazia funambola, in quel tratto che mi separa dal lavello, intercetto con il piede una corposa gocciola appiccicosa: il pavimento è salvo, mentre il cartone, prossimo al cedimento, approda sul lavandino. La chiara però s’è insinuata tra il piede e l’infradito di gomma e la pianta si appiccica e si spiccica a ogni passo. L’acqua bolle, la pasta cuoce. Esco in giardino e prendo la canna per l’irrigazione. Ci sono almeno 40 gradi data l’ora di pranzo. Apro l’acqua e ustiono il piede che intendevo ripulire, mi mordo la lingua per non sconvolgere la digestione dei vicini (noi pranziamo tardi), saltello, lascio scorrere l’acqua e appena diventa fresca, risciacquo. Sollievo. La pasta scuoce. Rientro zoppicante e con le dita del piede arrossate: Bryce, il border, è seduto davanti alla portafinestra della cucina e mi guarda; Indiana, il gatto, è sdraiato sotto il tavolo e mi guarda; i figli per fortuna non sono presenti. Nessuno chieda com’è venuta la pasta alla carbonara.WP_20150807_17_01_58_Pro

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Dottor Dalì e mister Ago

I gatti son bestie ben strane. Andarci d’accordo significa essere persone aperte e disposte ad accettare un rapporto di amicizia tollerante e non esclusivo. Salvador Dalì, il gatto che mi appartiene solo sul suo libretto sanitario, è sempre stato malaticcio e considerato un tipo non troppo intelligente. Dalì arrivò in un Natale freddissimo, ancora cucciolo. S’acciambellò fuori, al lato della porta d’ingresso, e lì rimase. Gli portammo del cibo ma non mangiò.

Allora non potevamo sapere che i gatti del quartiere lo avevano ben istruito: “Anche se hai fame non mangiare, ti verrà l’acquolina in bocca ma tu resisti. Solo così ti porteranno dentro al caldo e ti daranno cibi squisiti e non avanzi.” “Vale la pena”, insistevano loro e quello resistette.

Fu curato come un principe, vaccinato e sfamato e, illusi noi, pensavamo che fosse per natura un po’ sciocco.WP_20150709_09_12_52_Pro

Tempo fa appresi che il grande giardino dei miei vicini di casa è una specie di circolo ricreativo per gatti. Puoi incontrarci Amilcare, dal pelo lungo e con l’aria da lince; Coda Mozza, il cantore che vaga per i giardini miagolando a squarciagola (è l’unico non sterilizzato della zona, non si sa se canti per disperazione o cerchi ancora moglie dopo quasi un anno); il bianco Pelo Lungo, il nuovo giovane Grigetto, Indiana Jones (che vive con la mia famiglia) e Dalì, detto da noi Peda (da pedalino, calzino in romanesco) oppure detto Ago (da agonia) dai gestori del circolo ricreativo nonché suoi cari amici.

Insomma noi eravamo conviti che chiamando Dalì, Peda, Ago con ben tre nomi, il poveretto avesse le idee confuse, sebbene Bryce sapesse benissimo come il Rosso (già, lo chiamiamo anche così) avesse tre nomi, pardon quattro. Immaginate la mia sorpresa quando appresi dai miei vicini di casa che era una specie di boss. In realtà il furbo Dalì se la cavava male con l’onomastica, ma era il capo indiscusso del circolo ricreativo.

IMG_6509 - CopiaVideo alla mano il dottor Dalì o mister Ago, scaccia a zampate gli altri iscritti al circolo e quelli abbassano lo sguardo e voltano la coda al solo vederlo da lontano. E’ il primo ad abbeverarsi o a sgranocchiare crocchette offerte dagli umani del circolo ed è l’unico che può scegliere il posto al fresco sotto la siepe. Lui con le zampe davanti corte (eredità materna), la coda lunghissima (eredità paterna), con gli occhi da Manga e il granuloma felino è una feroce tigre temuta dagli altri gatti.

Pare porti rispetto solo a Indiana (forse perchè da lui apprese l’uso della magica gattaiola di casa mia e probabilmente si considera il suo giovane padawan), lo incensa di leccatine sul muso e gli gorgoglia miagolii di accoglienza appena lo vede. Effettivamente Indiana Jones, bianco, lustro e muscoloso (grazie alle crocchette solo pesce senza carboidrati aggiunti) è il boss di tutti i giardini, antipatico e testardo come nessuno. 

Sarà perchè ormai Dalì-Peda-Ago-Rosso ha capito d’essere stato smascherato, però, qualche giorno fa, mi è venuto a trovare e dopo una lunga lamentosa overture si è mostrato fortemente claudicante. Si è lasciato visitare, ha atteso che facessi l’ennesima avvilita telefonata al vet e poi ha ingoiato di buon grado l’antibiotico. Sia chiaro che essendo estate, lui vive al circolo ricreativo quindi trovarmelo a casa è stata una sorpresa. Dottor Dalì o mister Ago è stato subito meglio e quindi ho dovuto anche contattare i vicini di casa, gestori del circolo, per terminare la cura con il loro aiuto.

Posso solo aggiungere che qualche notte fa me lo sono ritrovato sul letto, profuso in fusa e in dolci pestatine di zampe sul mio braccio a ricordare quando appena nato spingeva con le zampine sulle mammelle materne per stimolare l’uscita del latte. Alto gradimento nei miei confronti, quindi?

Non credo: i gatti sanno anche essere educati, ringraziano.

Vedi anche: Il potere delle storie (un altro punto di vista)

Pubblicato in: Human English Version!, Ragionando di un cane di nome Brik...

L’imbarazzo di un cane… Embarrassment…

Stamani al parco grande divertimento con il frisbee!

Brik lo prende al volo, lo riporta, lo molla e, poiché si tratta di un disco morbido, nei momenti di pausa lo mordicchia e lo uccide. Nulla di tecnico o troppo serio: solo gioco! Dopo tante corse il giovane brik raggiunge la fontanella per abbeverarsi. Per aver la bocca libera abbandWP_20150625_13_02_43_Proona il disco e lappa l’acqua fresca con piacere. Dopo la bevuta gli viene naturale un bisognino fisiologico e con mira da cecchino centra il suo disco che si trasforma, voilà, in pitale.

Una scrollata al pelo umido di rugiada mattutina e Brik è pronto a riprendere il gioco ma quando fa per recuperare il disco si ferma imbarazzato. Punta la situazione e si sdraia senza distogliere lo sguardo dal suo frisbee magicamente trasformato.

Orecchie ritte, lingua penzoloni e corpo affondato nei fiori e nell’erbetta: il giovane brik è diventato una statua di sale e quindi tocca a me togliere il border di nobili origini dall’imbarazzo!

So much fun with the frisbee this morning at the park!

Brik makes a flying catch, he holds it, he let it go and as it is a soft disc, during the pauses he chews and kills it. Nothing technical or too serious: only playing Today! After many runs the young Brik reaches the standpipe to drink. To free his mouth he leaves his disc and laps fresh water with pleasure. After drinking he has to dispatch a physiological need and like a sni per he hits the center of theWP_20150625_13_02_54_Pro disc that suddenly becomes a chamber pot.

Shaking his humid hair from the morning dew Brik is ready to play again, but when he tries to take his disc he stops sheepish. He focuses the situation and Lay down without diverting his glance from his frisbee so magically transformed.

Standing ears, dangling tongue and body sunk amid the grass and flowers: the young Brik becomes a piller of SALT and therefore it’s my turn to relieve the aristocrat border from embarrassment!

 

WP_20150625_13_02_30_Pro

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Esercizi di pazienza

Arrivo in macchina davanti all’ambulatorio veterinario e mi precede una BMW che si piazza nel mezzo di uno spazio sufficiente per due posti auto. “Se accosta c’entro anch’io!” propongo gentilmente. “Non credo” risponde il guidatore e scende. Procedo, parcheggio e mi trascino il trasportino col Rosso per una cinquantina di metri fino all’ambulatorio.

La mia teoria, elaborata in chilometri di camminate con Bryce, considera i proprietari delle BMW persone sgradite: non si fermano davanti alle strisce pedonali, vanno troppo veloci, rubano i parcheggi e i SUV BMW, in particolare, sono peggio dei Decepticon nei Transformers.

Ovviamente i bmwniani, oltre al parcheggio, mi precedono anche nella lunga coda d’attesa in ambulatorio. Arriva un cane con la tosse e viene fatto passare per paura del contagio. Finalmente giunge il turno del bmwniani e io vengo fatta accomodare nella saletta accanto allo studio del vet. La loro visita si prolunga esageratamente e il vet, che cura i cani e fa da psicologo ai padroni, non lesina parole. Spaziano dalla dieta al comportamento: ti fai un cane che assomiglia a un cavallo e poi ti lamenti se gli ospiti si agitano? E comprare un manuale tipo: “Il cane: cura e manutenzione”? Wikipedia? No, i ricchi pagano per un vaccino e prendono una conferenza.

Io fremo con il Rosso nel trasportino che ha mezzo muso sfigurato delle piaghe del granuloma felino e deve fare l’iniezione di cortisone. Intanto ragiono che sono quasi le sette (pm.) e la puntatina mordi e fuggi al supermercato è saltata: per cena bisogna raschiare il fondo del congelatore. Devo anche portare la nonna a casa e Brik, che la sta trattenendo, in passeggiata (…la pipì non si fa in giardino: “Umi, poi puzza!”). I figli dispersi arriveranno per cena, hanno precisato “affamati”. Chissà se in frigo è rimasta quell’ultima confezione di Seitan? Quella con la scatola molliccia e ondulata perché il frigo trasuda e va sbrinato. Son quasi certa d’averla vista ancora lì stamattina, ma scade il Seitan? Lunga vita ai toast. Altro che Esercizi di stile il prossimo libro da leggere sarà: Esercizi di pazienza.

Pubblicato in: Pensieri canini

Ho fatto “il caso”

Ecco l’ultima trovata della Umi: poiché sono un po’ irrispettoso dei cani che incontriamo per strada, mi ha portato da un educatore cinofilo di grande esperienza. Lui è un formatore e insegna, quindi io ho fatto “il caso da esaminare” davanti ai suoi allievi. Solo alla Umi poteva venire in mente una cosa del genere.

The_Anatomy_Lesson
lezioni di anatomia del dottor Tulp (1632) – Rembrandt

Dopo un’ora e mezza di macchina siamo arrivati in un centro cinofilo, scendo e mi fanno entrare in un campo da agility: una figata pazzesca! Salti, tubi, erbetta rasata! C’era pure il mio conduttore abituale fornito di gioco-treccia, insomma un paradiso e io mi son dato da fare. C’erano anche una ventina di tipi che mi guardavano ma, vabbè, in fondo sono un figo: che guardino! Poi è arrivato l’educatore e ha chiesto alla Umi di PsycoPit e il morso e la Umi ha attaccato con lo storytelling.

WP_20150419_09_13_40_ProAdesso, io mi domando, avrò pure il diritto di non essere troppo fiducioso nei confronti dei miei simili? Dopo aver incontrato uno come PsycoPit che ti sbrana un orecchio senza motivo, lo sareste pure voi.

Comunque quell’umano parlava bene e a quanto pare diceva cose interessanti perché pure il mio conduttore s’è messo ad ascoltare. Ma scusa fratello: quando ci ricapita un campo da agility tutto nostro?  E quindi ho cominciato a rompere. Io protesto e la Umi si becca il predicozzo, perché i cani devono essere rispettosi del proprio umano.

Ma quando mai? Ma chi gliele mette in testa all’educatore ‘ste stupidaggini? La Umi è mia e me la gestisco io! Pussa via umano! Pensate che ero quasi riuscito a prendermi i pezzetti di cacio a prescindere dal fatto che meritassi una ricompensa o meno, stavo per educarla a distribuirmi cacio a volontà e adesso questo mi rovina tutto?

Poi mi hanno fatto passeggiare in parallelo a un grosso cane maschio, fulvo e lanoso, e io ovviamente non ho inveito contro di lui. Sì, l’ho fatto apposta perché mi piace destabilizzare gli umani, ma poi quello era un tipo simpatico: mi ci sarei fatto volentieri due corse e quattro abbai in compagnia! WP_20150524_16_29_27_Pro

Pazienza, con gli umani ci vuole pazienza. Tanto la Umi la gestisco lo stesso: gli mantengo due, tre fermi da manuale in agility, la sveglio al mattino con leccatine e pance all’aria, gli faccio gli “occhioni” e sarà pronta a essere rieducata lei da me! Quella stessa sera, per esempio: passeggiata senza predare le auto che passano sulla strada, nessun cacio a sbafo e tirare solo quanto basta… la Umi è tonata a casa basita, poveretta. Quasi quasi gli veniva il dubbio che non necessitavo di alcun educatore!

Sono terribile, “caso” mai vi venisse il dubbio.

Comunque, ben vengano coloro che educano gli umani a far rispettare i cani: PsycoPit gli orecchi non se li era sforbiciati da solo e il collare a strangolo di catena non l’aveva acquistato lui! “Attento all’uomo” recita un cartello nello studio della Umi e “Ho visto piangere gli animali” è il titolo di un libro scritto dal guardiacaccia Giancarlo Ferron. Meditate umani.

(…per sapere cosa successe con PsycoPit “L’orecchio del sabato sera“)

Pubblicato in: Human English Version!, Ragionando di un cane di nome Brik...

Regali del tempo… Time gives you memories…

Il tempo è ilcome bene più prezioso. Solo il tempo svela i veri amici. Il tempo cambia, aggiusta, intona persone e persone, persone e luoghi, persone e animali. Conoscersi porta, col tempo, Border e Umano è muoversi con lo stesso passo. La routine diventa la conferma che viviamo insieme gli spazi e che possiamo affrontare insieme i cambiamenti.

Time is the most precious asset of all. Only time reveals true friends. Time changes, mends and matches people and people, people and places, people and animals. To know eachother brings, as time goes by, border and human to move at the same pace. Routine confirms that we live together spaces and that we can face changes together.

Il tempo scorreva veloce mentre io e il brik camminavamo per le vie del paese. Avevamo incontrato di nuovo l’uomo con il pitbull che quasi staccò l’orecchio a Bryce, ed era stato proprio lui a indicarmelo ringhiando. Anche questa volta era scappato, il vigliacco, non appena ci aveva riconosciuti e mi sentivo tremare, presa dall’indignazione e dalla memoria della paura. Allora il mio cane saggio camminò al mio fianco per quasi due ore e indiana jons da piccolola tensione si sciolse, la paura sfumò.

Time went by quickly as Brik and I were walking through our city steets. We met again the man and his pitbull, the one who almost tore away Bryce’s ear; and it was a growling Bryce to point him out to me. And once again that coward went away as soon as he recognised us and I shook full of indignation and scaring memories. Then my wise dog walked next to me for about 2 hours until tension melted away and fear faded away.

Il tempo scorreva lento quando, andando verso il campo di agility, passammo con la macchina su una stradina sterrata piena di buche e io rallentavo a passo d’uomo. Bryce era impaziente di scendere per correre tra gli ostacoli, si agitava, mugolava e quindi dal sedile di dietro mi allungò una leccata sull’orecchio: “Umi andiamo così piano che torniamo indietro nel tempo… ”

Time went by slowly as driving to the agility ground we passed on a rough road full of holes and I slowed down to a crawl. Bryce was impatient to get out to run among the obstacles. He fidgeted, moaned and therefore from the rear seta he licked my ear: “Umi we go so slowly that we are going backwards in the past…”

Il tempo regala ricordi.

Time gives (you) memories.

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Siamo tutti social? Oh yes!

Rileggendo la vita sociale animale …

Il felino rosso quando è rientrato in circolazione, dopo la malattia che lo ha tenuto lontano dai giardini per quasi un mese, era consapevole d’essersi giocato i territori. I gatti del quartiere vivono da sempre una grande partita a Risiko. C’è la partita a scacchi con personaggi viventi, chi come Alice si ritrova davanti la regina di cuori delle carte da gioco e chi si muove su un immaginario grande tabellone dove al posto della kamchatka c’è il giardino del civico 12, al posto dell’Alberta c’è il cortile del signor Alberto e gli scivoli dei garage delimitano i continenti. Quindi il Rosso ha perso tutti i carrarmatini annaffiati due volte al giorno con puntualità e conquistati a sfide di 6 graffi dati e 3 zampate prese che, come ogni giocatore sa, fa 3 ciuffi di pelo strappati rimasti sul territorio, ormai diventato di Codamozza. Tutto da rifare per il Rosso.

bry fb

Bryce, invece, quando esce a camminare, ogni tanto si ferma e annusa a lungo un determinato posto. Perchè? Ha trovato un segnale olfattivo preciso, un messaggio e quindi un accreditato POST canino. Si può andare oltre oppure schizzarci su un bel LIKE: sta a Brik decidere! Anche Bryce, ovviamente, lascia i suoi popò di post, ma purtroppo vige un severo controllo della privacy e vengono rimossi. La cosa non è uguale per tutti gli utenti canini, alcuni mollano post oltraggiosi, ma per gli amministratori pare siano rispettosi delle regole del vivere civile! Ecco, in questo caso non c’è una grande differenza tra il social network canino e quello umano. I post rimossi lasciano comunque strascichi di polemiche interessanti per un tartufo in attività. Esistono post canini finti, perfettini, quelli tutti condividi e sorridi; ci sono quelli maleodoranti, che Bry nemmeno annusa e fa pure un saltello per evitarli; infine si trovano post con sassolini ed erbetta dentro, nature, spontanei. Esistono anche i post “solo amici” (maschile-plurale), sui quali Bryce sbava, sono quelli con gli occhiali da sole sulla testa e la bocca a cuore o meglio: a culo di gallina. Sì, perché la foto di profilo di un cane è senz’altro il suo deretano e tra i quattrozampe un’attenta annusata al profilo social indica con certezza età, sesso, umori più o meno manifesti e… dieta seguita. Insomma, un colpo di naso e si capisce tutto di chi si ha davanti. Che fortuna!

Mi auguro solo che il gatto Indiana Jones non lanci un Tweet, per il resto: be social!

11198769_997067053669150_1567195886_n
selfie

P.S. Questo articolo è riassunto di una conversazione surreale avvenuta durante una cena con i miei figli. A loro il merito di avermi fatto tanto ridere!

P.S. Disegni della nonna gattofila!

Pubblicato in: Fiutando Libri!

Fiutando Libri!

Vivere fiutando libri in libreria o in biblioteca è bellissimo e ricorda l’ottavo diritto del lettore di Daniel Pennac: il gustosissimo diritto di spizzicare!

Trasmettere le emozioni che mi ha dato un libro e leggere ad alta voce sono per me un piacere, un modo di condividere qualcosa di bello. Non ho mai obbligato i figli a leggere, ho condiviso con loro molti libri e, sì, d’estate vigeva una regola: si poteva giocare alla playstation quanto si voleva, a patto che la stessa quantità di tempo fosse dedicata alla lettura. Vi assicuro che ne veniva fuori un equilibrio perfetto! Il tranello c’era, ed era quello di mettere nelle mani dei ragazzi libri tra le cui pagine il tempo volava. Ecco un  gioco che mi ha sempre appassionato: dare il libro giusto alla persona giusta.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Nella foto ci sono i miei libri, due copie di ognuno, e in ogni mia storia c’è un po’ di me e della mia vita. Quindi, forse, non sono una scrittrice professionista perché scrivo solo quello di cui sento il bisogno di parlare, le mie urgenze e le mie passioni, per condividerle, ovvio. Due copie per i miei figli: una sottolineata, usata, piena di segnalibri, quella che porto negli incontri nelle scuole e nelle librerie; l’altra intonsa, uscita dalla scatola per prima insieme alla ormai usurata gemella. I miei figli potranno, un giorno, ricordare tra le pagine di una copia o cominciare un nuovo viaggio con l’altra, decideranno loro. Non so quanti lettori ho, ma io comincio sempre a contare da due.

Sto leggendo un libro bellissimo: “Per una letteratura senza aggettivi”… e insomma: perché leggere? Perché leggere ci cambia. Si può “conoscere, apprendere, sapere” anche attraverso un buon documentario, ma solo leggendo le emozioni lasciano dentro di noi una minuscola traccia per sempre e, a volte, senza che ce ne rendiamo conto.

Buona lettura a tutti.

I miei libri non sono molti e non hanno data di scadenza, eccoli in sintesi:

Perduti fra le montagne (Raffaello 2008)

book

Willi ed Edoardo, un ragazzo con un nome da cane e un cane con un nome da ragazzo.

La casa sul fiume (Loescher 2010)

cover

Una colonia di gatti, un soldato austriaco moribondo, un mulino sulle le rive dell’Adige dove la Storia è stata scritta.

I malmessi (Loescher 2012)

I malmessi

Sei ragazzi diversi tra loro che si tengono per mano, un’oca e un maiale.

Invisibile (San Paolo Ragazzi 2012)

cover InvisibileUn storia ricca che parla di uomini e ragazzi, di montagna e di un cane.

Chiamarlo amore non si può 

con il racconto “Perché odi Davide” (Mammeonline 2013)

copertina

 Vita vissuta.

Il mio domani arriva di corsa (EL 2012)

Cover Il mio domani arriva di corsa

 Frammenti della vita di una ragazza che ha saputo salvarsi da se stessa.

Come conchiglie sulla spiaggia (Paoline 2015)

cover (2)

Storia profumata di poesie e disegni, crocevia d’incontro di mondi diversi.

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Un lavoro ben fatto.

Ho sempre pensato che amare voglia dire anche conoscere. Quando presi Bryce capii subito che tra noi c’era un’empatia speciale. Scattò la sete di conoscenza: scoprire i segreti della sua razza, capire il perché dei suoi comportamenti, penetrare il suo modo di essere e di pensare. Libri, video, articoli, amici cinofili furono fonte di conoscenza. Sentii ripetere spesso che se togli “il lavoro” ai border, togli loro qualcosa d’essenziale. “Lavoro” inteso come controllo delle pecore nelle fattorie, il cui surrogato può diventare, per esempio, l’agility.

Giovedì, alla OLYMPUS DIGITAL CAMERAfine dell’allenamento Bryce era stranamente appagato, come se avesse dato a se stesso e al suo compagno umano, quello che doveva in termini fisici e mentali. Non l’ho capito subito. A casa, ha cenato e gli umani hanno cenato; ha aspettato che stendessi i panni, chiudessi il computer, mi lavassi i denti e alla fine era con il muso appoggiato sul letto: “Guarda che mi casca la mandibola dal sonno ma sono in stand-by”. Già, di solito se ne va in cuccia e buona notte ai suonatori. Quando mi sono messa sotto le coperte, lui è salito accanto a me e, girandosi a pancia all’aria, si è strofinato alla mia mano in cerca di carezze con quel suo atteggiamento da cangatto. Non lo aveva mai fatto, non è uno sdolcinato. Mi ha guardato con la testa sottosopra e ha strizzato gli occhi. Direte che sono fantasie, che è il mio solito mescolare vita e storie, ma sono convinta che in lui ci fosse gratitudine e io ho capito quanto vere fossero quelle parole sentite ripetere tante volte. Era felice di sé, appagato: si sentiva il cane che doveva essere, grazie a quei giri di agility e a un lavoro ben fatto.

Forse solo chi conosce i border, esseri eccezionalmente complessi e sensibili, mi crederà e la comunicazione tra uomini e animali è una percezione labile, ma il dialogo tra esseri diversi rimane comunque una conquista straordinaria e gratificante.

Concludendo, pare che i border si leghino in particolare al conduttore di agility: Bryce ha scelto mio figlio come conduttore, ma a me è venuto a raccontare la sua felicità da border. Uomini e bestie hanno capacità infinita di dare amore.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Rimedi naturali

Sono lusingata per aver ricevuto il Premio “Giovanna Righini Ricci“. Il giudizio di una prestigiosa commissione e quello della giuria ragazzi mi emozionano. E’ il secondo premio a un mio romanzo inedito assegnato dai RAGAZZI.

conselice

Non sono una scrittrice alle prime armi, ma neanche navigata e i miei inediti giacciono anni sulle scrivanie (per carità, intasatissime di manoscritti) delle case editrici prima di riuscire a guadagnare una pubblicazione. Alcuni editor li conosco personalmente e rispetto i loro giudizi severi o empatici. Oltretutto, pochi lo sanno, ma in Italia ci sono dei grandi scrittori per ragazzi, quindi io sono in coda. Non  sono una scrittrice “colta o raffinata” su questo non si discute, ma almeno non lo sono con coerenza. Sono una che dà voce a un cane su un blog, e a dir il vero a casa mia hanno sempre parlato tutti (democratici noi): Indiana, il gatto comunicava con me col pensiero perché io traducessi ai miei figli quando erano piccolissimi e, sì, anche il millepiedi e la lumaca che abitavano in giardino avevano idee molto chiare da esporre. Già, attraverso il racconto, dal vivo o stampato, ogni argomento si può affrontare.

Da sempre credo nelle storie, quelle narrate o scritte con passione, dove le emozioni superano la parola e affascinano il lettore. Saper scrivere o raccontare una storia non è cosa facile, io credo nel processo creativo scevro da qualunque imposizione o condizionamento. Una storia a mio parere deve nascere dal cuore, dalla pancia, dall’anima o anche dalla testa (insomma da dove vi pare) di uno scrittore ma attraverso un percorso vigoroso, coinvolgente e individuale. Quindi, starà all’editore innamorarsi anche lui di quella storia e poi il libro dovrà vivere da solo e con il TEMPO capiremo se sarà stato un buon libro. Scrivere così è una lotta contro i mulini a vento, è una continua ricerca in me stessa (stilistica e personale), mentre personaggi e storie assorbono le mie energie e mentre aspetto quella mail o quella telefonata che significano lavoro. Già perché è difficile ricevere una giusta (anche solo una misera) retribuzione per questo lavoro. E oltretutto c’è la vita privata e quotidiana, gli errori fatti e le mancanze. Nelle scuole gli studenti mi chiedono spesso quando e dove io scriva, ecco, forse li deludo sempre un po’ ma io alle sei del mattino  preparo la colazione per i miei figli e quindi la notte dormo, non scrivo.

La mia vita non ha nulla di romantico e la scrittura è disciplina. Mi chiudo nello studio almeno quattro/cinque ore al giorno e leggo o scrivo. Mi serve disciplina per evadere dalla realtà. Poi c’è la spesa da fare, i pranzi e le cene da mettere in tavola, i figli con cui litigare, la nonna da nutrire di libri e i libri da leggere (tanti), il brik da allenare, i gatti da portare dal veterinario per curare i graffi procurati nelle zuffe… insomma un mondo di distrazioni che nutrono le storie. E’ una vita sofferta, la mia, tra tanti amori forti e la rincorsa quotidiana per trovare il tempo di viverli tutti.

Eppure quando mi comunicano che hanno scelto proprio la mia storia, mi dico che forse un senso (quel senso che sempre cerco) l’ho anch’io. Temo non sia cambiato molto da quando tutto è cominciato nella cameretta dei miei figli piccolissimi, quando leggevo loro ad alta voce o inventavo storie. Dunque, infine, cosa sono? Intrattenitrice? Educatrice? Affabulatrice? Cantastorie? Non so proprio chi sono in questa nostra società. Però rimane un dono per me non riuscire a chiudere prima di due ore un incontro con i ragazzi di una scuola che hanno letto un mio libro: m’inondano di domande e poi dalle mie risposte arrivano altre domande e alla fine parliamo di tutto, ridiamo e ci ascoltiamo, perché dentro le storie non ci sono barriere ma energia pura. Insomma fin quando continueranno a leggermi o ad ascoltarmi, io continuerò a narrare con tutte le mie forze e poi? La vita è una strada piena di bivi, deviazioni e ostacoli, poi deciderò il da farsi e se non ci sarà nulla da fare non farò nulla.

giuie e bry

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Cavaliere fidato o fata madrina?

Non è sempre facile vivere con un cane, con un border è ancora peggio. E’ da un po’ di tempo che Bryce incontra altri cani e quelli gli ringhiano o gli abbaiano contro. Lui alle volte risponde, altre smoscia la coda e guarda altrove. CominOLYMPUS DIGITAL CAMERAcio a pensare che sia un tipo antipatico e bisogna ammettere che i border sono un po’ supponenti. Insomma hanno la sindrome dei primi della classe e non solo nei confronti degli altri cani.

Dunque, io apro gli occhi al mattino, mi alzo (e di questo abbiamo già parlato … Buongiorno 🙂 ), ma mentre sto scendendo al piano di sotto, arrivata a metà scala, il border che mi precede s’inchioda e mi guarda: “Hai preso il telecomando per disattivare l’allarme?” Clicco e al bip lui procede verso la cucina. Se il fratello umano più giovane non si alza, ci pensa lui a buttarlo giù dal letto e quando esce lo segue con lo sguardo sino alla fine del vialetto di casa, dovesse mai perdersi! Quindi, NOI dovremmo prepararci per l’abituale passeggiata, ma prima, di solito, controllo mail, social e blog e aspetto le otto per la consueta telefonata mattutina alla nonna. Alle otto, puntualmente, qualcuno mi ricorda che sono le otto e poi si piazza davanti alla porta del bagno: non sia mai dimenticassi che prima di uscire ci si lava. Se decido addirittura per una doccia, Brik crolla muso a terra perché usciremo con un po’ di ritardo e se la doccia si prolunga arriva pure un abbaio perché l’acqua non si spreca. Inutile dire che, in una stanza da bagno che non è un salone da ballo, per circolare bisogna scavalcare un border (anche questo è ostruzionismo: pacifico sit-in da bagno). Al rumore del phon il border alza la testa, cioè si desta all’ultimo atto e applaude a codate perché finalmente si potrà uscire. Mi guida a prendere la giacca e le scarpe neanche fosse un cane per non vedenti e finalmente siamo fuori.

Al rientro a casa accendOLYMPUS DIGITAL CAMERAo il computer e mentre mi preparo una tazza di tè da portarmi sulla scrivania, qualcuno al gusto di stracciatella ci si è già accucciato sotto. Quando finalmente mi siedo, mi guarda interrogativo: “Ma, stamani, non dovevi scrivere un articolo per il mio blog?”. Poi si acciambella e finalmente può riposare. E’ un border, i border, si sa, sono cani da lavoro e il suo è un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo.

P.S. Se avvertite una leggera ironia in questo articolo, non fateci caso è un vezzo: mi fa piacere avere sempre accanto un’ombra alla stracciatella che scodinzola allegramente, con la pelliccia morbida da accarezzare e con gli occhi color ambra accesi di curiosità. Cavaliere fidato o fata madrina? Fate voi, io sono solo felice d’aver incontrato border Brik!

Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. Il referto

Esame senologico. Mentre il medico esegue l’ecografia, guardo lo screening sul monitor. “Vede le fasce grigie? sono la parte adiposa -spiega lui– le altre, quella ghiandolare.”

Il tipo, occhi azzurri e capelli biondo anziano, è uno di quegli uomini degli spot televisivi che, direbbe la Murgia, a differenza delle donne non invecchiano, ma maturano.

“Un seno non più giovane -continua quello- presenta in maggioranza parti adipose (grazie) Non sta più su come quello giovane, pieno di tessuto ghiandolare (ma dai?) Infatti certe donne ricorrono alla chirurgia plastica” (…ma questo ha un altro lavoro in una clinica estetica?)

Io replico che la penso come Anna Magnani quando, a chi le diceva di farsi stirare le rughe, rispondeva che ci aveva messo una vita a farsele venire. E lui: ”Donna interessante la Magnani, ma non bella” (ancora!)

Poi mi domandano perché preferisco le donne medico!

Salverei solo il ginecologo di Lussemburgo che ha aiutato a nascere mio figlio: magrolino, alto, che, nonostante la prole numerosa, pareva un essere asessuato dalla calma infrangibile. Mentre, io, nella saletta dalla luce soffusa e con la filodiffusione, mi spaccavo la cervice uterina per far uscire la creatura, lui e mio marito, accanto a me, discutevano su quali fossero i vini migliori: quelli francesi o quelli italiani? Ecco, lui mi era simpatico.

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Il potere delle storie

Alle volte ci si ferma a riflettere e ci si guarda dentro e fuori…

io cosa vedo?

Vedo un’umana strampalata che crede ancora alle storie e va a camminare con un cane figo101_1023. Poiché il cane figo è “avanti” e ha avuto un imprinting futurista, preda le macchine e non le pecore. Un border così va impiegato in fattoria, darebbe il meglio, oppure dovrebbe essere un cane sportivo a pieno regime, sarebbe un campione, ma la Umi gli ha aperto un blog. La Umi adora il border alla stracciatella e s’incanta davanti alla sua gioia di vivere, alla sua dolcezza di cane. La Umi vorrebbe e non vorrebbe domare quello spirito selvaggio che pervade il cane quando segue un odore nel vento (trascinandosela dietro), quando scalpita (staccandole il braccio) per raggiungere il parco. La Umi, allora, cerca di usare l’unica arma che conosce e adopera da sempre: le storie e dà voce al border su un blog. Vorrebbe e non vorrebbe, forse è per questo che non riesce a imporsi e gira con la tasca della giacca piena di bocconcini per il rinforzo positivo, pezzettini di caciotta odorosa. Il nobile quadrupede è allergico a tutto tranne che al pesce, le patate e il formaggio: girare con le sardine sarebbe troppo e nessuno farebbe nulla in cambio di un tubero. La Umi premia il border quando attraversa elegante, al piede, sulle strisce pedonali: la pelliccia bianca del petto sbuffa fuori come uno sparato troppo stretto mentre i suoi occhi color ambra la guardano avidi di caciotta. La Umi intanto ripensa a quella vecchia zia con la mentalità d’una volta che diceva: “Portare sempre biancheria intima pulita, che se succede qualcosa e ti portano in os101_1009pedale…” Ecco, se succedesse qualcosa alla Umi e dovessero spogliarla la troverebbero con una tasca piena di pezzetti di caciotta. Semmai la visitasse un patologo da detective story potrebbe costruirci un giallo noir: la feticista della caciotta… mah! (la lingerie è pulita, però)

Insomma, tornando a noi, gli addestratori dicono che ci vuole pazienza, perseveranza e coerenza (…le tre regole d’oro per fare l’autrice di narrativa per ragazzi, ma-guarda-un-po’!) però la Umi crede soprattutto nelle storie e quando il brik la fa davvero arrabbiare lo minaccia con sguardo severo: attento che ti chiudo il blog!


Pubblicato in: Donne in corriera e madri da tartufo

Donne in corriera e madri da tartufo. La terapia

Ebbene mi sono concessa una spesa rilassante al supermercato: non al centro benessere, ma proprio al supermercato.

Si tratta di quella terapeutica operazione che ci permette di affrontare positivamente i lavori sporchi.

Dopo aver parcheggiato in quel posto, sì proprio in quel rettangolo bianco dove ero ferma quando ricevetti la telefonata che mi annunciava la vittoria del Premio Arpino, in quella piccola area di sosta che se trovo libera è presagio di buona giornata, mi sono armata di carrello e sono entrata con cuore leggero nel supermercato. Ho chiacchierato davanti ai limoni con un anziano signore molto distinto, un gourmet che produceva liquori fatti in casa e cercava frutta non trattata. Una discussione interessante che ha spaziato dal biologico ai viaggi in Svizzera. Poi qualche scontro con carrelli amici e vecchie conoscenze e un girovagare creativo tra le corsie alla ricerca d’idee per pranzi e cene sani, veloci da preparare e appetitosissimi (corsia 9 e ¾ non trovata). Quindi, mi sono concessa un quarto d’ora di lettura di etichette nel reparto biscotti e gallette alla ricerca della marca cui dare la Palma d’Oro per assenza di olio di palma tra i propri ingredienti (premio non assegnato). Quindi si torna a casa sereni e soddisfatti, dopo una breve e organizzata sosta alla cassa e con il bagagliaio pieno di scorte alimentari che mi auguro bastino almeno per due settimane, forse tre… insomma fino a che frigo e credenza tristemente vuoti mi richiameranno alle armi.

La spesa spensierata non prevede la famosa lista per non scordare l’indispensabile, diligentemente fatta e doverosamente lasciata a casa. Dunque, a un veloce check, ho dimenticato solo il latte (bottiglia vuotissima), l’olio si semi di girasole per Bryce (rende bello il pelo di chi è già bello) e il sale per la lavastoviglie (macchina ferma e pienissima). Per rimediare a questo spiacevole effetto collaterale farò un raid più tardi senza carrello. Entrerò furtiva e lesta, dribblerò la folla, afferrerò i tre prodotti mancanti e farò coda con aria mesta per pagare tre miseri pezzi contando sul buon cuore della massaia che intasa la cassa con un carrellone strapieno di vettovaglie.

Quando i miei figli erano piccoli usavo le storie e le letture ad alta voce per rendere risolvibili i problemi irrisolvibili, gradevoli le incombenze sgradevoli… diciamo, se può essere utile, che non ho perso il vizio.

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Osservazioni quasi scientifiche per stomaci molto forti

Nel posto dove vivo è arrivata un’ondata di cani. Non so se sia una nuova moda o amore, comunque te ne rendi conto perché al parco, sul viale, sui marciapiedi, davanti ai cancelli, sono fiorite delle cacche grandi, sode, belle, quasi finte.

Da ciò si deduce che i proprietari sono poco preparati in educazione civica, ma sono commercialmente ben attenti.

Allora parliamo di marketing utile: pubblicitari diamoci una mossa con le idee per vendere sacchettini da raccolta deiezioni! Per una volta potete rendere un servizio all’umanità. (Potete anche copiare da altro tipo di sacchettini, in merito ai quali vi siete sbizzarriti) Non sarà mica difficile? Sacchetti colorati, profumati, small o extralarge, con il nome del cane sopra come la Coca Cola, a guanto per praticità, biodegradabili per i vegani, con scritta la parola CACCA per far ridere i bambini educandoli al rispetto degli altri, col dispenser musicale che applaude e scampanella ogni volta che stacchi un sacchetto e infine quelli tecnici con sottovuoto integrato per le massaie impenitenti o per l’analisi delle feci. Sono certa che il neo amico del migliore amico dell’uomo non disdegnerà un nuovo accessorio fashion.

Per concludere, non me ne vogliano i cinofili, a me queste cacche così finte più che schifo fanno un po’ impressione e mi viene la nostalgia di quando i cani mangiavano gli avanzi di cucina: c’è poco da fare neanche le cacche son più quelle di una volta.

cacca
Vignetta della nonna gattofila di Brik

Pubblicato in: Storie tra parentesi

Le chiome di Leonina (… come va a finire)

LE CHIOME DI LEONINA

(Per leggere la prima parte cliccare qui: prime righe e una pagina)

Germana taceva, ma la preoccupazione per quella situazione cresceva. Ritrovarsi con una figlia parrucchier-veggente era disarmante e la signora, donna con i piedi ben piantati a terra, spegneva i toni e minimizzava, ma sotto sotto era inquieta. Forse fu per questo che quando un prete venne per tosare una schiera di testoline extracomunitarie cespugliose del vicino centro d’accoglienza, non si oppose confidando nel fatto che un po’ d’acqua santa in certe questioni non fa mai male. Leonina accolse la brigata con entusiasmo e spedì un inserviente a comprar shampoo antipediculosi. Leonina rideva, massaggiava le teste dei piccoli e sembrava fiorire di gioia.

In capo ad un mese eWP_20150203_15_50_25_Prora su un aereo per l’Africa, diretta in una missione, nel mezzo del niente, pronta a tagliar capelli. Non valse a nulla la disperazione di Germana che non sapeva se dolersi di più per la mancanza della figlia o per le tante clienti che venivano a cercarla e se ne andavano via rammaricate.

Due anni e sei mesi e Leonina, che non aveva mai né telefonato né scritto, ricomparve sulla soglia del negozio: in buona salute, con un gradevole aspetto esotico e una pargoletta nera come il caffè attaccata alla schiena. Germana s’illuminò alla vista della figlia che ormai dava per persa ed esaminò la piccola: aveva tra gli otto e i dieci mesi e somigliava in modo sorprendente a Leonina se non per la pelle nera e vellutata color caffè. La maternità clandestina non turbò troppo Germana, lei stessa era stata una ragazza madre, ma l’aspetto sanitario (temeva che figlia e nipote potessero essere affette da qualche terribile morbo sconosciuto o anche ben conosciuto) e la burocrazia di documenti per il riconoscimento della piccola la preoccuparono non poco. Assolutamente convinta che per prima cosa bisognasse aver la pancia piena e niente guai con la legge, Germana piazzò la figlia in negozio con la forbice in mano e pensò al resto.

Dal suo viaggio Leonina aveva riportato una borsa piena di terre di tanti colori, ognuna riposta nel proprio sacchetto. Le dispose in barattoli di vetro e riprese il suo vecchio lavoro, solo che oltre a tagliare e asciugare, si dedicava anche alla colorazione dei capelli. Giocava con le sfumature e aggiungeva un pizzico delle sue terre alle miscele della madre. La capigliatura con quel tocco terroso assumeva tinte naturali e calde. Il tono di colore si confondeva con i raggi di sole, con la polvere di cacao, con i granelli di paprica a seconda del giorno, delle condizioni atmosferiche, della luce e sempre a prescindere dalle richieste delle clienti. Eppure a ogni persona veniva dato il suo colore, tra pizzichi di forbice e carezze di polpastrelli. Leonina attirava clienti come il polline le api e Germana faceva cassa, meno preoccupata di quando quella sciorinava previsioni, ma sempre impensierita dal possibile arrivo dei controlli degli ispettori anti-sofisticazioni.

Ima, così si chiamava la bimba, cresceva quieta e bella e ogni notte divideva il lettone con la madre. Le due non si parlavano molto ma dopo la chiusura del negozio, estate e inverno, andavano a camminare scalze nei campi o nei prati, mano nella mano, per sentire la terra, diceva Leonina. Germana aveva paura che la piccola si ferisse con tutto quel girar a piedi nudi, ma non successe mai. Arrivò il giorno che le terre finirono e, come se fosse la cosa più normale del mondo, Leonina prese un altro aereo e questa volta si accodò a un gruppo di Medici Senza Frontiere in viaggio verso l’India. La bambina accettò l’assenza della madre senza ansie e continuò la sua vita di passeggiate a piedi nudi, scuola, giochi e sonni nel lettone. Germana aveva come l’impressione che le due comunicassero in qualche modo: Leonina non c’era fisicamente, ma pareva essere vicina a Ima comunque.

Il negozio si svuotò cadendo in una specie di letargo per risvegliarsi due anni dopo, al ritorno di Leonina, quando i barattoli si riempirono nuovamente di terre dai preziosi colori. Germana, di nascosto dalla figlia, una mattina infilò la mano in uno di quei grossi vasi di vetro: toccò solo terra, banale e polveroso terriccio raccolto chissà dove, buono solo, a suo parere, per far crescere piante e fiori!

Ima con gli anni divenne alta e snella. Era strana e affascinante come la madre, ma aveva anche una mente logica e pronta e raggiungeva nello studio il massimo dei voti con facilità. Una sera, mentre spuntava i capelli di Ima, Leonina le disse di non dimenticare, una volta finito il tirocinio, di andare a curare una suora ammalata ai polmoni in un tal posto in America Latina, posò le forbici e con l’aria di chi non vuol dimenticare un incarico, scarabocchiò il nome del posto e della suora su un foglietto e lo diede a Ima. La ragazzina frequentava solo la terza media ma abituata alla dimensione del tempo di sua madre, lo prese e lo ripose. La nonna così seppe che la nipote sarebbe diventata medico.

WP_20150203_15_49_42_Pro

Il tempo trascorreva mentre Leonina andava e veniva. Germana invecchiava e le mani, forse per il mestiere che aveva esercitato, si riempirono di reumatismi e poi d’artrosi. Sedeva alla cassa e prendeva appuntamenti e vedeva piano piano il suo salone trasformarsi e assomigliare sempre più alla figlia. Fu eliminato l’impianto radio e si fece posto a un ragazzo peruviano che suonava un flauto di legno. Quando questo trovò un lavoro migliore, mandò in negozio suo cugino che pizzicava una piccola chitarra e quello a sua volta lasciò il posto a un altro cugino che si presentò con una specie d’arpa. Le note si diffondevano nell’aria del salone con discrezione e accompagnavano il lavoro di Leonina. Le luci riflettevano i colori delle terre, rese scintillanti dal vetro dei barattoli. I capelli, nel calore delle lampade, si lasciavano sedurre dalle dita abili. Il vapore dell’acqua si mescolava ai profumi lievi degli shampoo ed era tutto un parlare e parlarsi tra le clienti. Alle volte la figlia faceva segno a Germana di lasciar stare quando si trattava di fare il conto a una tal cliente e lei rassegnata sorrideva e diceva che non c’era nulla da pagare. Come non capiva quella storia delle terre, così non si persuadeva di come si potesse far beneficenza, regalando un taglio o una piega. “Se una non ha soldi, non ci va dal parrucchiere!” diceva tra sé e sé, ma poi lasciava correre.

Leonina, indiscussa sovrana di quel modo bizzarro di tagliar capelli, andava e veniva e così il salone si svuotava e si riempiva a ritmo regolare, fino a che una sera sedette a una delle poltrone del negozio, a sessanta anni e pochi giorni, chiuse gli occhi e non li riaprì più. Germana, seppellì la figlia e chiuse il salone. Era incapace di articolare le mani e cercò una casa di riposo che l’accogliesse. Ne trovò una. Bevendo con la cannuccia, imboccata dalle infermiere, arrivò a novantotto anni, raccontando a tutti di Leonina e delle sue terre, del salone di bellezza, di Ima che era medico e apparteneva al mondo intero come la madre.

Non si sentì mai sola, neanche allora.

Pubblicato in: Ragionando di un cane di nome Brik...

Se c’è comunicazione oltre la parola…

Uscire a passeggio con il cane è un modo speciale di camminare. Sui sentieri di montagna, sulla battigia o per le vie del paese ammantate di nebbia: nulla cambia, è il camminare insieme che conta.

Foto0694

E’ il passo, il ritmo, i pensieri che accompagnano l’andatura che danno senso al camminare. Il corpo si rilassa e la mente s’aggancia a quella del border, ogni pausa per annusare strappa una riflessione, ogni pisciata un pensiero liberatorio, ogni lettura concentrata di filo d’erba, cespuglio o pezzettino d’asfalto lascia il tempo per un vuoto rinvigorente e poi di nuovo passi che generano idee nuove o ricordi.Foto0696

 Solitudine e compagnia vanno a braccetto quando esci a passeggio con un cane, puoi guardarti attorno o guardarti dentro, allegria e tristezza s’avvicendano o si compensano, camminare diventa viaggiare con la mente, diventa un mantra fatto di passi a sei zampe che partorisce pensieri.

Alchimia speciale o immaginazione, chissà, eppure se c’è comunicazione oltre la parola…